Editoriali

microRNA: piccoli, ma importanti

Il premio Nobel per la Medicina 2024 premia finalmente una ricerca rivoluzionaria

10 ottobre 2024
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La professoressa Michela Alessandra Denti  ©UniTrento ph. Federico Nardelli
di Michela Alessandra Denti
professoressa di Biologia cellulare e applicata al Dipartimento Cibio dell'Università di Trento

Eccoci di nuovo a ottobre, quel periodo nell’anno in cui vengono assegnati i premi Nobel, primo di tutti (in ordine di tempo) il premio Nobel per la Medicina o la Fisiologia. Come ogni anno abbiamo assistito a predizioni basate sugli indicatori più disparati, dai metodi basati sul numero delle citazioni scientifiche, a quelli che considerano il numero ed il tipo di premi “minori” già ottenuti. 
Gary Ruvkun e Victor Ambros, questi numeri ce li hanno da tempo. E infatti quello di quest’anno è un premio Nobel atteso da molti anni, nella comunità scientifica.
Il premio Nobel per la Medicina o la Fisiologia 2024 premia i contributi pionieristici di questi scienziati nell'identificazione e nello studio dei microRNA, piccole molecole di RNA non codificanti che regolano l'espressione genica e per questo rivestono un ruolo cruciale nella biologia cellulare e nello sviluppo degli organismi.
Prima della loro scoperta, il dogma centrale della biologia suggeriva che il flusso dell'informazione genetica fosse lineare: dal DNA all'RNA messaggero (mRNA), e infine alla proteina. Ruvkun e Ambros, insieme a Rosalind Lee, nel 1993 hanno svelato l’esistenza di un livello di regolazione completamente nuovo nel nematode C. elegans. A questa scoperta, ne sono seguite molte altre, da parte anche di molti altri ricercatori, arrivando a dimostrare che i microRNA sono presenti in tutti gli organismi multicellulari, siano essi vegetali o animali.
Se i geni possono essere paragonati a lampadine, che possono essere accese o spente, cioè produrre o meno proteine, i microRNA agiscono come reostati o dimmer, che controllano non solo quali geni devono essere "accesi" o "spenti", ma anche la quantità di proteina che deve essere prodotta. I microRNA regolano questi processi in modo altamente specifico e allo stesso tempo intessono una vasta rete, un network, di interazioni. Ogni microRNA infatti regola qualche decina di geni, ed ogni gene è regolato da qualche decina di microRNA.
Il significato di questa scoperta non è limitato alla biologia di base, ma ha implicazioni di vasta portata nella medicina. I microRNA sono coinvolti in processi essenziali come lo sviluppo, la proliferazione e la morte cellulare. Anomalie nel loro funzionamento sono state associate a una vasta gamma di malattie, tra cui il cancro, le malattie neurodegenerative e cardiovascolari. Si è recentemente compreso che i microRNA circolano liberi nel sangue, al di fuori delle cellule. Questi microRNA circolanti sono facilmente misurabili e rappresentano quindi degli ottimi biomarcatori per la diagnosi delle malattie. La scoperta di questi piccoli regolatori ha quindi aperto nuove strade per la diagnosi e lo sviluppo di terapie mirate per patologie prima difficili da trattare.
Il premio a Ruvkun e Ambros evidenzia anche l'importanza della scienza di base. Ciò che inizialmente poteva sembrare un meccanismo regolatorio oscuro e di nicchia si è rivelato essere un principio biologico universale con enormi potenziali applicazioni. In un'epoca in cui la scienza è spesso valutata in termini di ritorno economico immediato, questo riconoscimento sottolinea come la curiosità e la ricerca fondamentale siano spesso il motore di scoperte rivoluzionarie che cambiano la medicina e la nostra comprensione del corpo umano.
La storia di questa scoperta ci insegna l’importanza di adottare, nella vita come nella ricerca, la strategia del pipistrello: mettersi a testa in giù e guardare con occhi nuovi alla complessità di quello che abbiamo di fronte, per trovare soluzioni imprevedibili. Quando Lee, Ruvkun e Ambros hanno osservato per primi un microRNA, nessuno avrebbe mai scommesso che un frammento di RNA così piccolo potesse essere qualcosa di diverso dal prodotto della degradazione di un RNA funzionale. Nessuno avrebbe mai immaginato che un RNA così piccolo potesse avere una funzione.
Il significato dei premi Nobel va ben oltre il riconoscimento di traguardi individuali: essi sono una celebrazione della creatività umana e un richiamo all'importanza della cooperazione. Tuttavia, sono passati quasi 130 anni da quando, nel 1895, Alfred Nobel redasse il suo lascito per la creazione di una serie di premi annuali destinati a coloro che avessero reso "i maggiori servizi all'umanità" nei campi della fisica, chimica, medicina o fisiologia, letteratura e pace. Nel corso di questo periodo, la ricerca scientifica si è trasformata in un'impresa sempre più collettiva e interdisciplinare, resa possibile dalle diverse identità, esperienze e storie personali delle ricercatrici e dei ricercatori che vi si dedicano.
Eppure, ogni anno, ad ottobre, sorge un dubbio. Osservando le scoperte e i nomi dei vincitori dei premi Nobel, non posso fare a meno di pensare a quelle ricercatrici e a quei ricercatori che hanno contribuito a tali scoperte e che avrebbero meritato di condividere il premio. Mi chiedo se, oggi, abbia ancora senso assegnare i premi Nobel a singoli individui. Mi interrogo sulla possibilità che l'elenco dei vincitori non riesca più a riflettere appieno quella parte dell'umanità che, attraverso la ricerca scientifica, rende un servizio fondamentale al progresso collettivo.
In un'epoca in cui la scienza si basa su collaborazioni globali, reti di competenze e sforzi condivisi, forse dovremmo ripensare al modo in cui celebriamo il contributo al progresso umano. Il modello attuale, pur riconoscendo scoperte rivoluzionarie, rischia di oscurare la natura collaborativa della scienza moderna, che si realizza attraverso il lavoro di molte e molti, spesso invisibili. In questo contesto, i premi Nobel, per quanto prestigiosi, potrebbero non riuscire più a rappresentare fedelmente il volto complesso e collettivo del progresso scientifico.