
La transizione ecologica e la transizione digitale sono i due processi di cambiamento fondamentali della nostra epoca. Nelle politiche europee, vengono definite le transizioni gemelle. Sono, cioè, presentate come la soluzione di due crisi collegate fra loro: da un lato, quella climatica, che richiede di perseguire l’obiettivo di zero emissioni entro la metà del secolo; dall’altro, quella di competitività dell’economia europea, che spinge verso politiche industriali in grado di favorire l’utilizzazione su larga scala delle tecnologie digitali. In misura molto più accentuata di quanto avvenuto negli Stati Uniti e in Cina, l’Unione europea ha insistito sulla ricerca di significative sinergie fra le due transizioni. Se realizzate, quelle sinergie garantirebbero soluzioni efficaci. Si pensi all’utilizzazione su larga scala delle tecnologie basate sui Big Data, sugli approcci di Internet of Things e sull’intelligenza artificiale. I vantaggi attesi in termini di migliore gestione delle infrastrutture energetiche e della mobilità, di riduzione delle emissioni di gas serra, di riduzione del consumo di risorse e di riorganizzazione delle relazioni commerciali in direzione della sostenibilità ambientale sono enormi e ben documentati nella letteratura scientifica. Nello stesso tempo, gli investimenti nelle tecnologie digitali per la transizione ecologica favorirebbero il recupero di competitività delle imprese europee.
Dunque, avanti tutta con le transizioni gemelle? Non esattamente. Occorre riconoscere due ordini di problemi. Il primo riguarda gli interventi necessari per generare le sinergie. Il secondo riguarda i possibili esiti di questi percorsi.
Per cominciare, il ‘gemellaggio’ non avviene spontaneamente. Va costruito. La digitalizzazione di sistemi complessi, a cominciare dal settore energetico, richiede sperimentazioni e innovazioni. Le transizioni devono produrre cambiamenti radicali, che trasformino l’architettura dei sistemi e le relazioni fra gli attori. Ad esempio, le iniziative rivolte alla creazione di ‘gemelli digitali’ delle reti elettriche europee dovrebbero garantire una gestione ottimale delle infrastrutture e delle risorse energetiche, con enormi benefici sia economici che ambientali. Ma a quali condizioni? Occorrono livelli di cooperazione fra operatori di diversi paesi mai realizzati prima, interfacce che consentano di far comunicare i diversi sistemi fra loro, spazi comuni europei per la condivisione dei dati, nonché misure di sicurezza cibernetica di altissimo livello.
Il secondo ordine di problemi non è meno rilevante. Per definizione, le transizioni sono processi incerti e non lineari. La velocità delle trasformazioni, o le tecnologie su cui investire, sono costantemente oggetto di controversie. I costi degli investimenti necessari per le transizioni non sono necessariamente collegati alla distribuzione dei relativi benefici. Inoltre, ciascun cambiamento generato dalle transizioni può creare nuovi squilibri e nuove posizioni dominanti. La digitalizzazione necessaria per la transizione ecologica avviene in un contesto di forte dipendenza tecnologica dell’Unione europea dalle Big Tech americane. Il settore ICT europeo ha dimensioni troppo limitate per rappresentare una valida alternativa. Le imprese cinesi sarebbero le uniche concorrenti su larga scala, ma non sono prese in considerazione per motivi geopolitici.
Quale ruolo può avere la ricerca per questi due ordini di problemi? Senza dubbio, negli ultimi decenni il contributo di ogni disciplina scientifica sui temi legati alle transizioni è stato enorme. In qualsiasi settore, tutti hanno dovuto confrontarsi con gli impatti ed i problemi delle transizioni. Allo stesso tempo, occorre riconoscere che la ricerca, accademica e non, è stata solo in parte capace di adeguare i suoi strumenti di analisi alla complessità dei problemi sollevati dalle transizioni. Molto spesso, ciascuna disciplina ha cercato le risposte nel suo bagaglio di concetti, teorie, metodi e modelli. Ma analisi parziali, condotte dal punto di vista di un’unica disciplina, non offrono soluzioni adeguate.
I due ordini di problemi sollevati richiedono innovazioni negli strumenti di analisi, in tre direzioni. In primo luogo, all’interno di ogni disciplina occorre alimentare il dialogo multidisciplinare. Ad esempio, nell’area della ricerca giuridica occorre riconoscere che la decarbonizzazione del settore energetico richiede di collegare gli interventi regolatori a livello internazionale, europeo, nazionale e locale. Non è possibile promuovere le transizioni a un unico livello o in assenza di coordinamento fra i livelli. A questo tema è stato recentemente dedicato un seminario alla Facoltà di Giurisprudenza In secondo luogo, occorrono maggiori investimenti nella ricerca interdisciplinare. Nessuno dei problemi sollevati dalle transizioni gemelle può essere risolto esclusivamente sul piano tecnologico, economico, politico, o giuridico. L’integrazione interdisciplinare dev’essere realizzata in forme che riflettano ciascuna di queste dimensioni. In terzo luogo, vanno rafforzati gli sforzi in direzione della ricerca transdisciplinare, cioè quella ricerca che va oltre i risultati delle analisi accademiche e cerca di integrarli con le conoscenze e le preferenze di una pluralità di attori sociali.
In tutte e tre le direzioni indicate, le innovazioni richieste presuppongono forme di collaborazione fra chi fa ricerca decisamente più intense che in passato. Alle università spetta il compito di facilitarle e sostenerle.




