

La tragica vicenda di Charlie Kirk ha riacceso l’interesse verso le pratiche del debating. Dal 10 settembre 2025, giorno del suo omicidio, non si contano gli articoli, gli editoriali, le interviste e gli interventi che, su autorevoli media internazionali e nazionali, hanno preso posizione per analizzare e commentare i diversi profili della vicenda che ha visto coinvolto il giovane attivista americano. Qui vorremmo concentrare la nostra attenzione solo su uno di essi, il debating per l’appunto (tralasciando analisi volte a capire se e in che misura l’attività di Kirk se ne discostasse), per cercare di illustrarne alcuni aspetti caratterizzanti e comprendere pregi e limiti di questa pratica educativa che si è diffusa dagli Stati Uniti d’America a molti Paesi, Italia compresa. Qui sono molte le scuole in cui il debate viene utilizzato, con profitto, come metodologia didattica e formativa, e lo stesso Miur ne ha confermato la rilevanza con le Olimpiadi nazionali di Debate, a conferma di un circuito ampio che forma studenti “disputanti”: protagonisti di campionati in cui far valere i propri argomenti contro quelli avversari, con l’obiettivo dichiarato di vincere la sfida dialettica. Una pratica educativa a carattere competitivo: due o più squadre discutono una questione controversa seguendo regole rigorose su tempi, ruoli e criteri di valutazione da parte dei giudici.
Il debate si basa su teorie argomentative di impronta dialettica, che leggono il confronto in chiave agonistica. In quest’ottica è una pedagogia della parola: si discute per capire più che per avere ragione, si preferisce la parola alla spada e la logica alla polemica, ci si confronta con il punto di vista opposto a quello che si dovrà poi sostenere e, così facendo, si coltivano il pensiero critico e la capacità di argomentare in pubblico. Fin qui i meriti; non mancano però le possibili critiche. Infatti, nel debate, la dinamica discorsiva viene, se non descritta, percepita ricorrendo a metafore belliche: gli interlocutori sono nemici, e la risoluzione del conflitto consiste nell’eliminazione di uno dei due punti di vista. In aula, l’addestramento al debate si pratica come un manuale per convincere e vincere, più che educazione alla comprensione. Sembra così derivarne un paradosso: se da un lato si valorizzano pensiero critico e argomentazione, che dovrebbero portare al dialogo e all’apertura a chi la pensa in modo diverso dal mio, dall’altro lato si finisce con rigettare il disaccordo, trattandolo come ostacolo da superare. Ciò che, in effetti, si constata è la polarizzazione delle posizioni, che costituiscono il perno stesso e l’anima profonda della sfida dialettica, dove c’è chi vince e chi perde, restando piuttosto in ombra l’eventualità di un dialogo vero e proprio, un incontro che apra alla possibilità di cambiare opinione.
Ciò che si registra non è infatti un dialogo, ma uno scontro, secondo la lettura tipica di alcuni approcci all’argomentazione di tipo dialettico. Alcuni studiosi (ad esempio Ruth Amossy) hanno proposto una prospettiva diversa, fondata sulle retoriche del dissenso: in questa cornice, il disaccordo non è un inciampo, ma un dato profondo e strutturale. Si tratta di prospettive in cui, più che guardare alla dialettica, si guarda alla retorica, secondo un’ispirazione dichiaratamente aristotelica, a cui anche i filosofi del diritto della Facoltà di Giurisprudenza di Trento cercano di contribuire, in nome di una fondazione retorica del diritto in cui si valorizzano, insieme al logos, gli elementi dell’ethos del parlante e del pathos dell’uditorio, e in cui, soprattutto, si tratta di farsi carico, cioè, di prendersi cura, dell’ascoltatore. Qui, infatti, più che parlare contro un altro, si parla ad altri.
Ecco che, allora, si propone un modello di argomentazione che non dovrebbe ridursi al vincere, quanto piuttosto assumere la funzione più ampia di gestire il continuum che va dal raggiungimento di un accordo alla coesistenza nel disaccordo. Dialogare non significa annullare il disaccordo sconfiggendo, ma riconoscere le trasformazioni che avvicinano prospettive diverse e permettono una composizione. Così il confronto diventa apprendimento della realtà nella sua dinamica e non un gioco a somma zero. Se il debate vuole davvero farsi palestra, bisogna, prima ancora di dispiegare l’arsenale delle prove e delle confutazioni, volgere lo sguardo verso l’altro e riconoscere l’opposto, non la sua ombra ma la sua forma migliore, quella che, se presa sul serio, può spostare la decisione e costringerci a temperare le nostre premesse. Senza questa lealtà e apertura al cambiamento, ogni confronto si inaridisce in una caricatura e l’argomentare diventa un bastone, lesivo quanto, o forse più, di una spada. Educare al confronto significa invece insegnare a smettere di inseguire la vittoria sull’altro e ad accogliere la trasformazione, quella per cui gli opposti, se riconosciuti, possono generare una figura più feconda del loro antagonismo: dialogare non vuol dire ragionare uno contro l’altro, ma ragionare assieme. Secondo un modello tramandatoci dallo stesso Socrate, che solo erroneamente potrebbe essere additato come un debater. Infatti, egli, era sì abilissimo a mostrare ad altri che erano in torto, argomentando e confutando: ma il confronto che sempre cercava era motivato dal fatto che egli riteneva fosse necessario ricercare la verità (negarne l’esistenza è infatti impossibile), pur ritenendo di non possederla. Sapeva, infatti, di non sapere. Mentre, oggi, nell’epoca del relativismo, sembra che chi dibatta crede tutto sommato che la verità non esiste ma che, con un ulteriore paradosso, sappia tutto ciò che c’è da sapere: sarà la vittoria sull’altro a decretarlo.




