
Nel capitalismo contemporaneo il potere si è spostato dalle istituzioni ai fondatori. Elon Musk, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg: figure carismatiche che controllano le loro imprese come monarchie tecnologiche, imponendo visioni personali e resistendo a ogni controllo esterno. Le aziende nate come start-up sono diventate sistemi politici in miniatura: gerarchiche, identitarie, costruite intorno a un leader che non risponde più a un consiglio di amministrazione ma solo alla propria immagine.
Questo modello – il founder capitalism – non si limita all’economia. È ormai un linguaggio del potere che ha contagiato anche la politica. Donald Trump ne è l’espressione più compiuta: un imprenditore che ha trasformato la politica americana in un’estensione del suo brand, trattando gli Stati Uniti come una corporation personale, “America Inc.”.
Trump non ha mai pensato di guidare un’amministrazione: ha fondato un’azienda di consenso. Ha un prodotto – “Make America Great Again” – un logo, un colore, una rete distributiva capillare fatta di social network, talk radio, merchandising, piattaforme digitali. Gli elettori non sono cittadini ma followers, investitori emotivi in un marchio identitario. Come in una start-up, l’obiettivo non è governare ma crescere: aumentare la base, attrarre attenzione, tenere viva la narrazione.
Nel capitalismo dei fondatori, gli investitori accettano di rinunciare ai diritti di voto pur di partecipare alla crescita di una visione. Nella politica dei fondatori, gli elettori accettano di ridurre i meccanismi di controllo pur di sentirsi parte di un progetto carismatico. È lo stesso scambio: meno accountability, più appartenenza. Trump ha compreso che la fedeltà è più redditizia della competenza, che il consenso si costruisce non sui risultati ma sulla presenza.
Come Musk con le sue auto elettriche o Zuckerberg con il suo metaverso, Trump misura il successo in termini di attenzione. Ogni scandalo è un’operazione di marketing, ogni inchiesta un’occasione per mobilitare la base. Le sue campagne non sono mai finite: la comunicazione è un flusso continuo, una perpetual campaign che trasforma la politica in spettacolo imprenditoriale. L’obiettivo non è la legittimità, ma la visibilità.
Il paradosso è che gli Stati Uniti, patria della corporate governance, delle regole e dei controlli incrociati, sono diventati anche il terreno in cui trionfa l’idea del fondatore assoluto. L’America che un tempo celebrava la separazione dei poteri oggi celebra l’unità del brand. La democrazia, concepita come equilibrio di istituzioni, è diventata una piattaforma governata da algoritmi di popolarità. Il sistema dei “checks and balances” si dissolve nella logica dei “likes and followers”.
Ma il fenomeno va oltre Trump. Anche Barack Obama aveva costruito un movimento personale, centrato sul suo nome e sulla sua storia. Anche Emmanuel Macron, in Francia, ha fondato un partito-impresa con il suo nome nel titolo. In Italia, le forme della politica start-up si sono moltiplicate: liste personali, movimenti che nascono dal nulla, partiti che vivono solo finché dura il carisma del leader. È la traduzione politica del capitalismo dei fondatori: la fiducia si sposta dalle istituzioni agli individui, dai programmi alle personalità, dai partiti alle persone.
L’economia e la politica condividono ormai lo stesso codice genetico: entrambe premiano la disintermediazione, la promessa visionaria, il culto della leadership. Entrambe si fondano sulla reputazione come principale forma di capitale. Ma la reputazione, come sanno gli investitori, è volatile: un tweet sbagliato può distruggere valore in un istante. Allo stesso modo, una democrazia fondata sul carisma è fragile, perché dipende dal destino del suo fondatore.
Il founder capitalism ha avuto successo perché ha risposto al bisogno di senso in un mondo frammentato. Anche la politica dei fondatori risponde a un vuoto di rappresentanza e di fiducia: in tempi di sfiducia collettiva, la personalità sembra più affidabile dell’istituzione. Ma c’è un prezzo. Le imprese dei fondatori, se non si rinnovano, finiscono per collassare su sé stesse; le democrazie dei fondatori rischiano di fare la stessa fine.
Forse Trump non è un’anomalia, ma un sintomo. Il segno di una trasformazione più profonda: l’idea che la politica, come il capitalismo, possa fare a meno delle regole e affidarsi alla genialità del leader. Ma anche le start-up, prima o poi, devono consegnare i conti agli azionisti. E la democrazia americana – come ogni impresa umana – non può vivere all’infinito di carisma e debito simbolico.




