
La professione dell’ingegnere si è sempre evoluta nel tempo per rispondere efficacemente alle trasformazioni sociali, economiche e tecnologiche. Negli ultimi anni questo processo è andato incontro a una rapida accelerazione spinta soprattutto da due fattori principali. Da un lato, le nuove e pressanti sfide che la società globale è chiamata ad affrontare in un ambito di crescente complessità, fra cui la transizione digitale e la transizione ecologica in un quadro di (sperabile) compatibilità ambientale e (fragile) equilibrio sociale. Dall’altro, la diffusione di nuovi strumenti digitali avanzati, in particolare l’intelligenza artificiale, che offrono grandi opportunità ma richiedono anche responsabilità e capacità di gestione.
Il mercato del lavoro ha quindi estremo bisogno di professionisti che siano adeguatamente formati e che, a una solida preparazione ingegneristica tradizionale, associno flessibilità mentale e capacità di affrontare problemi complessi con un approccio multidisciplinare.
Secondo l’ultimo rapporto del Centro studi del Consiglio nazionale degli Ingegneri, tuttavia, gli immatricolati ai corsi di ingegneria “tradizionali” sono in calo. In particolare, i laureati nel settore Civile che, negli anni ’90, erano circa un terzo dei laureati in ingegneria, nel 2023 sono diventati il 6.6% del totale. Situazione analoga per Ingegneria per l’Ambiente e Territorio e per Ingegneria edile-Architettura che hanno registrato tra il 2022 e il 2023 un calo di iscritti rispettivamente del 7.7% e del 9.6%.
I percorsi di studio sopra citati formano figure professionali fondamentali per settori strategici legati alla progettazione delle infrastrutture e all’organizzazione della società. Nonostante offrano sbocchi professionali solidi e diversificati, evidentemente non riescono più ad essere attrattivi per le giovani generazioni che si indirizzano verso corsi di ingegneria più specializzati e dai nomi più accattivanti.
A complicare il quadro si aggiungono due elementi. Innanzitutto, la concorrenza delle università telematiche, che attirano sempre più studenti sia alle triennali (tra le prime dieci università in Italia per numero di laureati in ingegneria, tre sono telematiche) sia alle magistrali (nel 2023, la seconda università per numero di laureati in ingegneria dopo il Politecnico di Milano è stata la telematica e-Campus). Il secondo elemento riguarda l’atteso inverno demografico, per cui nei prossimi 10 anni si assisterà a un calo del numero di iscritti ai percorsi di studio universitari fino al 30%.
Un segnale positivo riguarda invece la crescente presenza femminile nei corsi di ingegneria: le donne sono la maggioranza nell’Edile-Architettura a ciclo unico e stanno raggiungendo il 40% nel settore civile e ambientale.
È quindi giunto il momento di interrogarsi e ripartire. Ripartire da un dialogo aperto con il sistema dell’istruzione superiore e il mondo professionale, con l’obiettivo di strutturare la filiera della formazione secondo una visione condivisa di metodi e contenuti. Si tratta da un lato di capire e intercettare le aspirazioni e le motivazioni delle giovani generazioni, valorizzando gli aspetti più innovativi e stimolanti di una professione estremamente attuale e moderna. Dall’altro, è importante rafforzare la collaborazione con attori istituzionali, imprese e territorio per aggiornare, ove necessario, la proposta formativa, creando un ecosistema che favorisca lo sviluppo di conoscenze e competenze utili nell’immediato, ma anche flessibilità e capacità di innovazione per le sfide future.
Alla base di tutto c’è la convinzione che la figura dell’Ingegnere sia essenziale per guidare le trasformazioni tecnologiche, ambientali e sociali in corso, e per garantire innovazione e scelte sostenibili per il futuro delle nostre comunità.
(*) Il professor Albatici è il direttore del Dipartimento di Ingegneria civile, ambientale e meccanica dell’Università di Trento che organizza la conferenza Le Ingegnerie di Mesiano. Le sfide della didattica e della formazione




