Editoriali

Lavoro instabile, culle vuote

Calo demografico e occupazione: un binomio da affrontare

10 dicembre 2025
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Stefani Scherer, professoressa ordinaria al Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale Foto ©UniTrento ph. Federico Nardelli
di Stefani Scherer
professoressa ordinaria al Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale

Il modo in cui "facciamo famiglia" è da sempre espressione della società e, in larga parte, della situazione sociale ed economica in cui viviamo. In letteratura, alcuni autori sostengono che i bassissimi livelli di fecondità (ricordiamo l’ultimo “record” negativo dell’Italia con 1,18 figli per donna, nettamente al di sotto dei 2,1 necessari per mantenere stabile la popolazione al netto delle migrazioni) siano un indicatore di qualcosa che “non funziona come dovrebbe”. La domanda è: cosa?

Gli autori della proposta (Esping-Andersen 2011; Esping-Andersen& Billari, 2015) identificano la mancanza di uguaglianza tra i generi come un ostacolo al fare figli, o meglio, la mancanza di istituzioni che supportino la realizzazione di tale uguaglianza. Per gli autori, l'uguaglianza tra uomini e donne implica il lavoro retribuito delle donne e una maggiore partecipazione degli uomini alle faccende domestiche. Per questo, secondo gli autori, nei paesi nordici ci sono più figli che nei paesi del sud Europa.

Da alcuni anni, anche in Italia, si osserva chiaramente che il lavoro delle donne è spesso una precondizione per avere figli. Esiste però anche un'altra interpretazione riguardo al perché il lavoro femminile è così importante per la genitorialità, ed è una lettura che focalizza sulle difficoltà economiche ed occupazionali delle giovani coppie: la necessità cioè di avere due redditi da lavoro in famiglia, dato che quello maschile spesso non è sufficiente. Un reddito solo in famiglia non basta per evitare il rischio di povertà (Barbieri, Cutuli, Scherer 2024) e soprattutto non è sufficiente per garantire alla famiglia di potercela fare anche in futuro, in presenza di figli. I figli, purtroppo, sono diventati uno dei fattori di rischio per determinate famiglie di bassa classe sociale. L’idea non è nuova, essendo già stata espressa nel 1994 dalla sociologa statunitense Valerie Oppenheimer.

Da un punto di vista sociologico, va ribadito che il calo della natalità a livelli così bassi non può (e non deve!) essere attribuito a fattori di stampo culturale, ovvero alle preferenze per una vita "individualizzata" e senza figli, dedicata solo alla realizzazione di sé degli individui e in primis delle donne in età feconda. In effetti, indagini rappresentative ci mostrano che le persone, anche quelle giovani, in realtà desiderano avere figli e, in media, ne vorrebbero due (o più). Quanti invece desiderano vivere una vita senza diventare genitore rappresentano una percentuale molto piccola (intorno al 4% della popolazione, come recentemente mostrato da Cinzia Castagnaro dell’Istat al Festival della Famiglia). A ostacolare la realizzazione di tali desideri di maternità e paternità, secondo gli studi citati, sono in primo luogo la difficile situazione economica e le difficoltà di conciliazione famiglia-lavoro.

Invece di chiedere direttamente alle persone gli ostacoli (o i presunti tali), una serie di studi recenti hanno analizzato il comportamento delle persone applicando un approccio longitudinale, guardando i corsi di vita, a seconda della situazione lavorativa e sociale dei soggetti. Tali studi documentano una propensione a fare (ulteriori) figli molto minore in caso di famiglie con basso reddito e, soprattutto, in caso di instabilità lavorativa dei soggetti. È interessante notare come sia proprio la situazione contrattuale della donna a incidere sulle decisioni di genitorialità (Scherer & Brini 2023). Che non si tratti di un semplice "spostamento" della decisione nel tempo ‒ cioè una volta realizzata una progressione di carriera significativa e raggiunta la stabilità occupazionale ed economica ‒ è stato documentato da uno studio che indaga la fecondità al termine dell'età fertile: le persone con carriere meno stabili e precarie hanno, in media, significativamente meno figli rispetto a chi ha seguito un percorso lavorativo stabile e sicuro (ESR paper 2024). La deregolamentazione del mercato italiano, dunque, essendosi concentrata sui giovani (maschi E femmine) mentre al contrario ha lasciato inalterate le condizioni di "privilegio" ‒ occupazionale, normativo, reddituale e pensionistico delle generazioni più "adulte-anziane"' ‒ ha contribuito a ridurre la fecondità delle giovani coppie e, di conseguenza, a modificare il quadro demografico col risultato di aver favorito l'emergere di una società sempre più vecchia.

L'instabilità lavorativa ed economica, nonché l'incertezza più generale del percorso di vita, con la particolare forma di flessibilizzazione del mercato che ha preso piede in Italia, ha quindi colpito principalmente le coorti che dovranno costruire il futuro (demografico, sociale ed economico) del Paese, mentre ha lasciato inalterata la condizione di quelle più anziane. Quindi, ad essere state penalizzate dalla cosiddetta "stagione delle riforme" sono proprio quelle coorti che oggi raggiungono i record di bassa fecondità, ma che dovranno farsi carico, in larga parte, del finanziamento del sistema di protezione sociale allorché le coorti dei "baby boomer" andranno in pensione in massa.

Per queste ragioni, non si può parlare di famiglia senza parlare di lavoro, di mercato del lavoro e delle disuguaglianze istituzionalmente originate, che a partire dal mercato del lavoro deregolato hanno posto le precondizioni per la situazione difficile che attende i giovani ‒ tantopiù in una situazione economica per nulla ottimale.