Editoriali

Società energivora, quali priorità?

Tra fonti rinnovabili, economia circolare e uso moderato delle risorse

12 gennaio 2026
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il professor Luca Fiori
di Luca Fiori
professore ordinario di Ingegneria chimica al Dipartimento di Ingegneria civile, ambientale e meccanica e al Centro Agricoltura Alimenti Ambiente dell’Università di Trento

La ricetta per la transizione energetica ed, equivalentemente, per uno sviluppo sostenibile è semplice e, al tempo stesso, di difficile applicazione. Implica energie rinnovabili, economia circolare, moderazione nell’uso delle risorse. Quando parlo di energie rinnovabili intendo soprattutto energia solare ed eolica, ma anche energia da biomasse e idroelettrico. E per energie rinnovabili mi riferisco a produzione di energia ma anche a reti di trasmissione e stoccaggio di energia.

Oggi il mondo, e l’Italia non fa eccezione, vede una costante crescita della produzione di energia rinnovabile. Questo trend di crescita, però, non si accompagna a una riduzione del consumo delle fonti fossili: in Italia e nel mondo l’80% dell’energia primaria (l’energia “alla fonte”) è rappresentato da carbone, petrolio e gas naturale.

Ciò avviene perché aumenta la produzione di energia rinnovabile, ma aumenta contemporaneamente il consumo di energia. La nostra è una società fortemente energivora. Il modello del consumismo (e dell’economia lineare: estrai, produci, usa e butta via) che associamo alla produzione di oggetti (detti appunto “beni di consumo”) trova applicazione anche al settore dell’energia: se ne consuma sempre di più, se ne consuma troppa, e non sarebbe necessario. Dovremmo accettare, a mo’ di esempio esemplificativo, che sia sufficiente muoverci in autostrada a 110 km/ora piuttosto che a 130 km/ora. Di avere il termostato di casa a 19 °C piuttosto che a 21 °C. Così facendo ridurremmo il consumo di energia, intensificando gli sforzi anche a livello di efficienza nell’uso dell’energia, ad esempio attraverso un’edilizia attenta.

In una prospettiva di economia circolare diventa necessario implementare catene del valore che facciano recupero di materia. Penso ai pannelli fotovoltaici (recuperando silicio, argento, rame, alluminio) e alle batterie dei veicoli elettrici (litio, cobalto, nichel) una volta che abbiano raggiunto la fine della loro vita. Urban mining esprime proprio il concetto di estrarre i materiali utili non dalle tradizionali miniere, ma dai dispositivi urbani dismessi perché non più utilizzabili, evitando così che diventino rifiuti con una perdita netta di materie prime e con il depauperamento e infine esaurimento di quelle vergini presenti in natura.

Intanto, per la produzione di energia a livello mondiale, ad affiancare la grande crescita di solare, fotovoltaico ed eolico diventano sempre più importanti oggi le rinnovabili programmabili, pensiamo all’idroelettrico, alle biomasse, al geotermico. E diventano urgenti reti di trasmissione elettrica intelligenti e capacità di accumulo, con algoritmi che ottimizzano produzione, consumo e scambi di energia elettrica tra diversi comparti e Paesi. Ecco quindi l’importanza di dispositivi di accumulo, come le batterie al litio, ma anche i bacini di raccolta idrica tipici dell’idroelettrico, gli stoccaggi di (bio)metano, magari anche di idrogeno, da integrarsi nella rete elettrica intelligente.

Ma quello che per noi è il Green Deal europeo, trova diversi ostacoli lungo il suo cammino. Presupposto per fare una transizione energetica sostenibile è essere in una situazione di pace, meglio di cooperazione internazionale. Ma siamo ben lungi dall’essere in questa situazione. Siamo “distratti” da altre priorità che non quella ineludibile del riscaldamento globale.

Ognuno deve fare quello che è nelle sue capacità. La geopolitica non rientra tra le mie competenze, le energie rinnovabili sì. Rimanendo dunque in questo ambito, credo sia importante educare le nuove generazioni (di studenti, ma anche di cittadini) a pensare in maniera critica, a capire che il mondo è complesso e che ci sono soluzioni tecnologiche complesse a problemi energetici ed ambientali complessi. A insegnare la dimensione che possono loro medesimi assumere come diffusori di cultura, in un mondo che deve essere informato da chi ha le basi e le conoscenze per farlo.

Il cambiamento deve nascere anche dal basso, i cittadini, i tecnologi devono essere di stimolo ai decisori politici perché prendano coscienza dei problemi e dunque decidano di conseguenza. Insomma non possiamo che essere ottusamente fiduciosi verso un futuro migliore, e fare del nostro meglio, ognuno nel suo ruolo e con le sue capacità, perché questo futuro migliore si concretizzi. L’alternativa sarebbe cadere preda dello scoramento, e così facendo avremmo già perso. Per una transizione energetica sostenibile ben vengano dunque momenti di informazione, condivisione, discussione e riflessione come la Assemblea pubblica del nostro Ateneo il cui tema quest’anno è proprio “Energia futura: università e territorio”.