Editoriali

Davvero memoria vuol dire ricordo?

Riflessioni per una relazione critica con il passato

26 gennaio 2026
Versione stampabile
la ricercatrice Barbara Marchetti ©UniTrento
di Giorgia Proietti
ricercatrice Dipartimento di Lettere e Filosofia all’Università di Trento*

Riflessione e relazione sono parole chiave quando si parla di memoria. Molto più della parola ‘ricordo’. La storia, intesa come una catena oggettiva di eventi, ‘il passato nel passato’, non rende conto delle relazioni del passato con il presente, per comprendere le quali occorre la memoria, ovvero ‘il passato nel presente’. Memoria non è in effetti sinonimo di ricordo: gli studi interdisciplinari sulla memoria, che spaziano dalla storia alla sociologia, dalla psicologia alla sociologia, dall’antropologia alla letteratura, hanno infatti mostrato molto chiaramente come la memoria, per sua natura, non riproduca il passato nel presente, ma ricostruisca il passato sulla base del presente.
Ri-cordare, nel senso etimologico di ‘riportare al cuore’, denota in termini molto generici (e ottocenteschi) il processo mnestico, che si configura invece come estremamente articolato e complesso: non semplice recupero, ma ricostruzione. E, dunque, ri-plasmazione, rifunzionalizzazione, ri-significazione. Nel corso del tempo, tanto i singoli individui quanto intere comunità e società plasmano una memoria del proprio passato che è per sua natura soggettiva, e sulla base di quel passato, soggettivamente ricostruito e interpretato, fondano il proprio agire nel presente. La memoria non è ‘altro’ rispetto alla storia, come secondo un certo approccio storico-storiografico positivista ancora in voga: la memoria è nella storia.
È sotto gli occhi di tutti come la memoria del passato, così intesa, abbia un ruolo di motore storico potente, spesso deleterio, nei conflitti contemporanei. Ecco perché, nel bombardamento di informazioni e input che quotidianamente ognuno di noi riceve e subisce, è fondamentale essere consapevoli di questi meccanismi. Fare memoria non significa allora semplicemente ricordare: significa invece intessere una relazione critica (dal greco krino: discernere, valutare, selezionare) e dialogante con il passato, per comprendere l’articolazione delle sue connessioni con il presente.
I cosiddetti Holocaust Studies nascono negli anni ’80, quando la memoria della Shoah, per lo più taciuta nei primi decenni nel dopoguerra, si diffonde rapidamente nel discorso politico, nel linguaggio dei media e nelle scienze umanistiche. L’Olocausto si afferma nella sua unicità storica di crimine e trauma. Con gli anni ’90 il discorso sull’Olocausto si interseca con altri eventi storici, la fine di regimi totalitari o coloniali, dall’Urss all’America Latina, dalla ex-Jugoslavia al Sudafrica. Integrato nella prospettiva degli studi post-coloniali, l’Olocausto diventa elemento cardine delle politiche sui diritti umani e la pace su scala globale. Negli ultimi due decenni la memoria dell’Olocausto è al centro di un numero crescente di iniziative scientifiche e culturali, da curricula accademici a pubblici eventi commemorativi.
L’istituzione del Giorno della Memoria, il 27 gennaio, da parte della Repubblica italiana risale al 2000, quella dell’International Holocaust Remembrance Day da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite al 2005. Discorso accademico e discorso pubblico si intrecciano sempre più di frequente: in occasione del conflitto israelo-palestinese, insigni storici esperti dell’Olocausto sono ad esempio intervenuti con vigore nel dibattito internazionale sul tema del genocidio (questo editoriale di Marianne Hirsch sul ‘7 ottobre’ è circolato ampiamente dentro e fuori l’accademia). Proprio a seguito degli eventi recenti, e la sempre più frequente e tragica disattesa di quel ‘mai più’ di cui la memoria pubblica dell’Olocausto avrebbe dovuto farsi vettore e garante, più voci si sono levate contro il Giorno della Memoria e la sua – si è detto – inutilità: si tratterebbe di una scatola vuota, falso risarcimento per la coscienza collettiva, palliativo rispetto agli orrori del presente. Se con memoria si intende il ricordo, a tali voci non si può forse dare torto: che ‘ricordare’ un male passato non serva a evitarne necessariamente la ripetizione è del resto noto alle scienze psicologiche.
Al dibattito sterile tra Giorno della Memoria/Giorno della Memoria no potrebbe tuttavia aggiungersi una terza via, e cioè Giorno della Memoria come. Al ‘come’ potrebbe corrispondere un focus non sul ricordo, ma sulla riflessione, su quella critica del passato di cui si diceva sopra. Su questa linea si colloca la risoluzione delle Nazioni unite che nel 2024 designa l’11 luglio come International Day of Reflection and Commemoration del genocidio di Srebrenica: non più remembrance, ma riflessione e cum-memoria, pratica condivisa di memoria. Insomma, la strada da percorrere va forse in direzione di un ripensamento complessivo di cosa voglia dire fare memoria: non semplicemente ricordare, ma conoscere e ripensare criticamente. Una ‘buona pratica’ per ognuno, ogni giorno.

*coordinatrice del Laboratorio interdipartimentale Memoria e Società (Lims) che si occupa dello studio della memoria nelle scienze umanistiche e sociali e partecipa a iniziative sul territorio dedicate a questi temi come il Living Memory Festival.