
Il 25 gennaio di dieci anni fa rimbalzava sui media italiani e non solo la notizia della scomparsa, in Egitto, di Giulio Regeni, dottorando italiano dell’Università di Cambridge. Il suo corpo veniva ritrovato il 3 febbraio 2016, martoriato da segni evidenti di violenza. Il dolore, la rabbia, l’indignazione per il sequestro e la brutale uccisione di Giulio Regeni, la richiesta di verità e giustizia per lui, hanno investito la società civile nel nostro Paese e travolto la comunità accademica ben oltre i suoi confini. Per questo ancora oggi continuo a pensare che quell’evento drammatico abbia cambiato radicalmente il modo di pensare e fare ricerca per tanti di noi.
Il rapimento e la tortura di Giulio avvenivano quando avevo appena terminato il mio, di dottorato, e mi affacciavo alla vita accademica come assegnista con l’entusiasmo di dare seguito alle attività di ricerca che avevo svolto nei quattro anni precedenti: anni che mi avevano portato a volermi addentrare nelle metodologie “site-intensive”. Chi abbraccia questo tipo di approccio è portato a viaggiare, visitare paesi in contesti che possono venire etichettati come “sensibili”, lontano da casa, in quella solitudine che spesso caratterizza questo lavoro e la nostra quotidianità di ricercatori e ricercatrici. Nel mio campo disciplinare, questo approccio, che si accompagna ad un posizionamento anche epistemologico, ci porta a incontrare una serie di persone, ascoltare le loro testimonianze, la loro percezione di alcuni eventi legati alla storia e all’attualità del proprio Paese, la loro visione del mondo, della politica locale, spesso attraversata da incertezza, instabilità, conflitto. Questo in fin dei conti è ciò che nei manuali di metodologia per le scienze sociali si definiscono “interviste” a “interlocutori”, “osservazioni”. Ma è anche ciò che ci porta a vivere, per periodi più o meno lunghi, in alcuni luoghi, densi di contraddizioni; a camminare per le strade di città a volte diversissime da quelle che consideriamo “casa”; a conoscere colleghi e colleghe del posto, una rete di fiducia che nel tempo può trasformarsi in una costellazione di amicizie che va oltre il rigido confine delineato dalla necessità della raccolta dei dati per la propria ricerca. Così, succede che si finisce a far parte di una delle tante comunità di riferimento che punteggiano le nostre ricerche e, in fin dei conti, le nostre vite.
Il rapimento e la tortura di Giulio Regeni hanno costretto tanti e tante di noi a confrontarci su aspetti della ricerca sul campo che non venivano discussi, tra pari o all’interno delle associazioni scientifiche. Io stessa avevo fino ad allora svolto alcune attività legate alla mia personale esperienza di ricerca senza partecipare a momenti collegiali di riflessione e condivisione di considerazioni (e perché no, preoccupazioni) prima, durante o dopo le diverse “visite” all’estero con finalità di ricerca. Non mi ero forse mai sentita “non al sicuro” nel condurre ricerca sul campo, ma neanche mi ero mai fermata a pensare in quali condizioni è giusto, sostenibile, protetto fare ricerca sul campo, come renderla sicura. E per chi, chi definisce i paramenti di rischio, di pericolo, di insicurezza, quali sono i limiti di quelle procedure autorizzative che discendono anche da cartografie istituzionali che colorano un Paese di verde, di giallo o di rosso. E, inoltre, quali sono i limiti di alcuni principi che sembrano guidare le attività di produzione del sapere scientifico: trasparenza, replicabilità, tracciabilità – che possono rendere la ricerca sul campo un esercizio, un tecnicismo, da amministrare.
Da allora, nulla è davvero cambiato eppure tutto è cambiato. La ricerca, taluna ricerca, alcune tematiche e alcune metodologie ci espongono più di altre al rischio di essere percepiti come presenze di disturbo, indesiderate, sconvenienti, in determinati contesti. La libertà di ricerca è ancora sotto attacco, e in parti sempre più estese di mondo. Eppure, in questi dieci anni, ci siamo mobilitati per ragionare di questo e di molto altro insieme. Abbiamo provato a fare ciò che probabilmente ci riesce meglio: presentazioni, seminari, laboratori, pubblicazioni su cosa è la ricerca sicura e come non trasformarla in un feticcio da proceduralizzare, creando invece comunità intorno a pratiche, sensibilità ed esperienze condivise. Resta forte, anche da parte della comunità di ricercatori e ricercatrici, la richiesta di verità e giustizia per Giulio.




