Editoriali

Quando le fiction creano allarme

Perché gli incel catturano l’attenzione. Un esercizio di evoluzione culturale

16 febbraio 2026
Versione stampabile
il professor Alberto Acerbi
di Alberto Acerbi
professore di Sociologia generale al Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale dell’Università di Trento

La presenza di contenuti come le informazioni negative rende alcune storie più memorabili e più emotivamente coinvolgenti. Adolescence, la serie televisiva uscita un anno fa, e ancora oggi nella top ten delle serie con più spettatori in assoluto sulla piattaforma che l’ha distribuita, è un esempio eclatante. Nel caso, improbabile, in cui non ne abbiate sentito parlare, Adolescence racconta una storia straziante che ha per protagonista Jamie, un tredicenne apparentemente “normale” ma che scopriamo avere ucciso una compagna di classe. Le ragioni del gesto vengono ricondotte all'ideologia incel, una sottocultura di giovani maschi, socialmente isolati, che si percepiscono come esclusi dalle relazioni romantiche e sessuali.

L’influenza di Adolescence è andata oltre. Nel Regno Unito è stata discussa in Parlamento e indicata da esponenti politici come una chiave per comprendere la violenza giovanile e la radicalizzazione maschile, con la proposta di farla vedere in tutte le scuole secondarie. Jack Thorne, uno degli ideatori della serie, si è pubblicamente schierato a favore dell’introduzione di un divieto dei social media per i giovani, per proteggerli da influenze pericolose online.

Eppure, dobbiamo ricordarci che si tratta di una fiction, non di un documentario. Insieme a William Costello, uno psicologo dell’Università del Texas, esperto del fenomeno incel, abbiamo pubblicato un articolo in cui notiamo come il numero di coloro che si definiscono incel sia limitato, e che gli atti effettivi di violenza lo siano ancora di più. Perché allora questa sproporzionata attenzione mediatica?  Più in generale: perché alcune storie riescono a imporsi come problemi nell’agenda pubblica, mentre altre, magari supportate da dati empirici più robusti, faticano a farlo?  

Un modo per rispondere a queste domande proviene dalle teorie evoluzionistiche della cultura, in particolare, dall’idea di “attrattori culturali”. Nelle scienze sociali è comune spiegare la diffusione della cultura con il fatto che gli esseri umani sono naturalmente portati, o costretti (dal conformismo, dai media, dalla scuola…) a copiare gli altri. Questo è vero, ma non tutti i tratti culturali sono uguali. Di solito, convincere i bambini a finire la pizza alla mensa scolastica è più facile che convincerli a finire i broccoli.

Gli attrattori culturali cambiano nel tempo e in luoghi diversi, ma alcuni sono abbastanza stabili da permetterci di testare ipotesi su quali tratti culturali avranno più successo di altri. Tra i fattori che li rendono stabili ci sono delle preferenze cognitive che sono condivise da tutti noi e che hanno delle plausibili ragioni evoluzionistiche. Pensate alle informazioni negative. Centinaia di esperimenti e di analisi di dati (e la nostra intuizione) ci dicono che, in media, tutti noi tendiamo a prestare più attenzione alle cattive notizie che a quelle buone. Questo ha senso da una prospettiva evoluzionistica: meglio un falso allarme che ignorare un vero pericolo.

Adolescence e in generale le narrazioni su fenomeni come quello degli incel premono molti di questi “bottoni” allo stesso tempo. I contenuti negativi, il disgusto morale verso chi minaccia le donne attivato dalla retorica misogina degli incel, la curiosità morbosa nei confronti degli assassini, il sesso, la competizione per lo status sociale. Non sorprende che queste narrazioni godano di successo.

Capire perché certe storie ci catturano non significa minimizzarne l’importanza, né ci rende immuni al loro fascino. Può aiutarci, però, a riconoscere quando stiamo reagendo a uno stimolo culturalmente attraente piuttosto che a una minaccia reale.

Comprendere questi meccanismi è essenziale se vogliamo evitare che politiche pubbliche, interventi educativi o reazioni istituzionali siano guidati più dalla forza emotiva delle narrazioni che da una valutazione accurata delle evidenze.