
Libertà, democrazia e laicità sono i tre principi cardine su cui si fonda la rivoluzione nazionale degli iraniani. A partire dal 28 dicembre fino alla fine di gennaio si sono viste, in oltre 250 città iraniane, oltre 4-5 milioni di cittadini, civili e disarmati, scendere in piazza contro la Repubblica islamica. Secondo varie fonti interne e organizzazioni per i diritti umani, tra i 32 e i 40 mila cittadini sono stati repressi nel sangue, uccisi dallo stato islamico. Da quel momento gli iraniani hanno continuato le loro proteste all’interno delle università e lanciando slogan anti-regime dalle finestre delle loro case.
La nazione iraniana, nella sua gran parte, ha chiesto un intervento di liberazione in stile Seconda guerra mondiale da parte della comunità internazionale. Questo intervento, sotto il profilo del diritto internazionale, non è stato palesato dalle organizzazioni responsabili, quali le Nazioni unite. Anzi, proprio qualche settimana dopo il massacro avvenuto, sorprendentemente le Nazioni unite hanno nominato il rappresentante della Repubblica islamica come vicepresidenza della Commissione delle Nazioni unite per lo Sviluppo sociale. Episodi come questo hanno fatto sì che una maggioranza di voci iraniane, delusa dal diritto internazionale, si sia sollevata sia dall’Iran che dalla diaspora per chiedere l’aiuto degli Stati Uniti d’America in qualità di attore internazionale.
Un aiuto che è giunto sotto forma di un attacco missilistico chirurgico insieme alla potenza regionale israeliana. L’attacco, ancora in corso, mira a facilitare il cambio di regime in Iran attraverso l’eliminazione di tutti quei centri militari e di intelligence responsabili della repressione e del massacro dei cittadini iraniani. Chiaramente gli Stati Uniti e Israele, sul piano del realismo politico, hanno anche un loro interesse geopolitico preciso: Washington necessita di avere come alleato un nuovo Medio Oriente stabile, pacifico, e prospero sul piano del commercio internazionale. Pertanto, questo ipotetico nuovo Medio Oriente potrebbe essere realizzato soltanto con un nuovo patto strategico che vede coinvolti i paesi arabi musulmani, Israele, e la Persia (ovvero l’Iran). Tale obiettivo strategico non potrebbe essere raggiunto se i promotori dell’instabilità e del terrorismo regionale – quali la Repubblica islamica – mantenessero le redini del potere a Teheran. Dall’altro canto invece Israele, dopo la tragedia del 7 ottobre, ha concentrato le sue forze per smantellare definitivamente le forze radicali islamiche (come ad esempio Hezbollah, Hamas e Houthi) guidate appunto dalla Repubblica islamica.
In tale quadro, quindi, assistiamo in questi giorni a un’alleanza tra la nazione iraniana, Stati Uniti e Israele contro un blocco che promuove il radicalismo islamico e sistemi autoritari nella regione. Questi sistemi autoritari, come Teheran, hanno anche il pieno sostegno della Cina e della Russia. Il ruolo, invece, degli altri attori regionali e globali rimane in questo momento ambiguo. L’Unione europea è divisa tra una parte che sostiene la ripresa di diplomazia e del diritto internazionale, e una parte che invece appoggia l’alleanza per la liberazione iraniana. La stessa divisione la notiamo sul fronte mediorientale: i sauditi e i qatarioti, contrari sin dall’inizio ad un intervento militare di aiuto, oggi chiedono il ritorno al negoziato, mentre gli emiratini, ad esempio, essendo più orientati al nuovo paradigma mediorientale, continuano a sostenere la spallata al cambio del sistema autoritario-islamico iraniano.
Nella teoria delle transizioni dei regimi vi sono diverse variabili da essere realizzate per un cambio di regime: la prima è quella di avere un ampio consenso popolare; la seconda è quella di avere un contesto internazionale, almeno un attore globale, favorevole; la terza è quella di avere una leadership condivisa ed una organizzazione tra le forze di cambiamento; la quarta consiste nell’avere le forze di sicurezza e di intelligence spaccate, con una parte che si schiera a favore della popolazione. Oggi, nel caso iraniano, le prime tre sono presenti, mentre la variabile ancora mancante è la quarta – vale a dire la spaccatura delle forze di sicurezza.
I prossimi giorni, o forse le prossime settimane, saranno pertanto decisive al fine di osservare se la spallata statunitense e israeliana porterà all’indebolimento strutturale delle forze di sicurezza che di conseguenza permetterebbero a quelle forze armate vicine alla popolazione di uscire e schierarsi con la nazione iraniana. Se ciò dovesse accadere gli iraniani sarebbero nuovamente pronti a uscire in milioni in piazza, a seguito della chiamata del figlio dello Shah, designato da milioni di iraniani come garante nella transizione. Se invece questo intervento non dovesse portare alla realizzazione di questa variabile, potremmo aspettarci l’allargamento dell’instabilità della regione, la sopravvivenza del regime islamico, l’aumento del terrorismo islamico in Europa, e infine il rafforzamento dello stato cinese.
Attendiamo le prossime giornate per valutare se le forze pro-libertà riusciranno a rovesciare il dispotismo di matrice islamica di Teheran.




