Per ricordare il professor Gaspare Nevola, scomparso improvvisamente nei giorni scorsi, il suo contributo scientifico e le sue analisi disincantate e illuminanti delle dinamiche politiche, riproponiamo quanto ci aveva scritto in occasione della Festa della Repubblica dello scorso 2 giugno.
La redazione di UniTrentoMag

Una nazione racconta se stessa e plasma i suoi caratteri identitari anche attraverso la celebrazione di feste ufficiali e ritualizzate, come la Festa della Repubblica italiana del 2 giugno. Tali narrazioni identitarie, da un lato, evocano il “passato”; dall’altro, presentano uno stretto rapporto con il clima politico, culturale e sociale del “presente”.
La Repubblica democratica italiana nasce all’indomani della seconda guerra mondiale, costruita sulle macerie di un Paese distrutto dalle fondamenta: diviso tra Repubblica di Salò, Monarchia, Cln, partiti, “occupazione/liberazione alleata”; sfigurato dalla miseria materiale e forse anche di più nel suo tessuto politico e morale.
La data del 2 giugno assurge a “festa nazionale” in ragione del fatto che rimanda a quel passaggio politico e istituzionale (la scelta referendaria del 1946) con cui per espressione popolare (per la prima volta a suffragio universale femminile e maschile), la Repubblica viene fondata come sistema istituzionale e valoriale, in chiave antimonarchica e antifascista (come sancirà la Costituzione). Pur non essendo una “festa della Costituzione”, nelle pratiche simbolico-rituali e nella retorica pubblica la ricorrenza viene presto ad assolvere una funzione di supplenza di una festa di “identificazione costituzionale”. Non a caso, è al 2 giugno che si guarda (oggi come ieri) quando si richiama il “patriottismo costituzionale” come formula valoriale dell’identità nazionale e democratica della Repubblica; e non a caso è il Presidente della Repubblica, custode della Costituzione e garante dell’unità nazionale, che diventa protagonista delle commemorazioni.
Gli ultimi tre presidenti della Repubblica (Ciampi, Napolitano, Mattarella) hanno esaltato l’eredità e il significato del 2 giugno sotto la formula del “patriottismo costituzionale” (*). Nell’ottica del patriottismo costituzionale, la Costituzione è la patria che accomuna i soggetti del pluralismo di una democrazia, all’insegna del reciproco riconoscimento di legittimità; ovvero la carta di identità collettiva di una “società aperta” chiamata a ospitare la “convivenza tra diversi” e le “alternative di governo”. Si tratta di un’idea che ripensa in termini positivi il legame (intimo) tra patria (nazione) e democrazia (pluralismo) e che intende sostituire la formula “la Costituzione al posto della patria” con “la patria dentro la Costituzione”. Il patriottismo costituzionale diventa così un’attraente ipotesi di lavoro anche per i costruttori della democrazia italiana.
Ma la storia ci dice anche altro. Le feste della Repubblica, persino nel caso più pacificato del 2 giugno, mostrano le luci e le ombre di una democrazia antifascista e i suoi nodi irrisolti, spesso ancora legati, al di là delle apparenze, alla memoria, all’eredità, ai linguaggi e ai frames politici del fascismo e dell’antifascismo, del comunismo e dell’anticomunismo. Il persistere di questo meccanismo politico-identitario (ora più ora meno sotterraneo, sincero o strumentale) necessita spiegazioni accorte e non superficiali se vogliamo comprendere come e perché esso continui a definire il discorso pubblico attuale, le dinamiche del campo politico, le tensioni e contrapposizioni politiche e culturali intorno al perimetro della legittimità democratica ai nostri giorni.
Nel corso degli ultimi decenni l’Italia è cambiata, e pure l’Europa e il mondo. Le società sono popolate da generazioni che, in particolare, non hanno vissuto direttamente, e spesso ormai neppure per socializzazione famigliare, l’epoca fascista. E forse è mutata pure la natura del fascismo. Il che non significa che non esistano, ad esempio, sacche subculturali marginali, anche giovanili, sedotti dal mito di Salò, ma che esse andrebbero studiate e ponderate con attenzione anziché farne semplici casi mediatici che esaltano le polemiche e le tifoserie contrapposte ma poco aiutano a fare luce sulla società in cui viviamo e sulle sue tensioni. Se ancora vogliamo parlare di fascismo dovremmo ben chiarirci a quale fascismo ci riferiamo.
Inoltre, dopo la caduta del Muro di Berlino si sono insediati (a seguito di elezioni) governi della Repubblica che non comprendono nessuno dei partiti dello storico “arco costituzionale”. Prima: Forza Italia, Alleanza Nazionale e Lega Nord; oggi: il governo Meloni; nel mezzo: il governo giallo-verde (M5S e Lega).
La conseguenza del tramonto dei partiti e delle culture della prima Repubblica è stata il ri-emergere di una “Repubblica divisa”, accostabile a quella dei tempi della guerra fredda, dove gli interpreti degli opposti schieramenti faticano nella pratica del riconoscimento reciproco di legittimità democratica, non di rado mobilitando discriminanti ideologiche storiche via via variamente attualizzate (“sinistra comunista” vs. “destra fascista”). Sono i segni di quella che chiamo una “democrazia chiusa”. Su questo dovremmo interrogarci nel giorno della ricorrenza della nascita della Repubblica democratica, rivisitando gli snodi della storia e della memoria. I riti di identificazione democratica e di memoria pubblica uniscono e, allo stesso tempo, dividono su aspetti cruciali per la “convivenza tra diversi”.
Al patriottismo costituzionale resta ancora da fare molta strada. Da parte di tutti.
Intanto rimaniamo in attesa del Messaggio del presidente Mattarella, cerimoniere istituzionale del 2 giugno, e dei tasti che toccherà nel suo “rito di ripetizione e di attualizzazione” della memoria. Dirà qualcosa sulla riforma dell’autonomia differenziata varata dal governo Meloni, o sulla neosindaca di Merano che rifiuta la fascia tricolore? Dirà qualcosa sull’Unione europea che sta monitorando lo stato di salute della democrazia italiana sotto il governo Meloni per valutare se avviare una pratica di infrazione? Oppure sul riarmo dell’Europa (Italia inclusa) e sui venti di guerra dei nostri tempi? E quale aspetto avrà la parata militare lungo i Fori imperiali di Roma? Quali reazioni susciterà tra le forze politiche, nell’opinione pubblica, nei media e tra la cittadinanza?
(*) Formula peraltro già in circolazione ai tempi dei padri costituenti, ma poi eclissatasi
Per considerazioni più approfondite e sistematiche:
Gaspare Nevola, Luci e ombre di una democrazia antifascista. Viaggio nella Repubblica, Carocci 2022
Gaspare Nevola, La convivenza tra diversi, Mimesis 2024




