Editoriali

Tadić, trent’anni dopo

Perché la giustizia penale internazionale ci riguarda ancora

15 aprile 2026
Versione stampabile
Il professor Marco Pertile ©UniTrento ph. Federico Nardelli
di Marco Pertile
professore ordinario di Diritto internazionale all’Università di Trento

A circa trent’anni dalle sentenze Tadić, tornare a riflettere su quel nome non significa solo ricordare una pagina importante della storia del diritto internazionale penale. Significa anche misurarsi con una domanda che oggi è particolarmente attuale: che cosa resta della promessa di giustizia rilanciata, negli anni Novanta, dai tribunali penali internazionali?

Il caso Tadić, infatti, fu il primo grande banco di prova del Tribunale penale internazionale per l’ex Iugoslavia. Duško Tadić era un dirigente politico serbo-bosniaco, accusato di avere preso parte a persecuzioni e violenze contro civili non serbi all’inizio della guerra in Bosnia: il Tribunale lo condannò per crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Le decisioni del caso affrontano questioni fondamentali che ancora oggi interrogano la giustizia penale internazionale: il rapporto tra principio di legalità (secondo il quale il diritto applicabile è quello esistente al momento dei fatti posti all’attenzione del giudice) e creatività giurisprudenziale, il problema della distinzione tra conflitti interstatali e guerre civili, i criteri che permettono di attribuire responsabilità individuali per violenze sistemiche. Per questo il caso Tadić non appartiene soltanto al passato, ma è un punto di osservazione attuale per riflettere sulle sfide che il diritto affronta quando si confronta con la guerra.

Il ciclo di seminari sul caso Tadić in corso di svolgimento alla Facoltà di Giurisprudenza ⁽*⁾ nasce proprio da questa consapevolezza. I tre incontri intendono rileggere la “saga Tadić” nei suoi snodi fondamentali: la giurisdizione dei tribunali, l’applicazione dei crimini di guerra anche ai conflitti armati non internazionali, i controversi criteri dell’“overall control” e della “joint criminal enterprise”. Si tratta senza dubbio di questioni tecniche, ma da questi concetti dipende ancora oggi la possibilità di chiamare a rispondere non solo gli esecutori materiali dei crimini, ma anche coloro che se ne rendono responsabili sul piano politico e organizzativo.

Questa riflessione arriva però in un momento difficile. La Corte penale internazionale, che avrebbe dovuto dare continuità alla grande stagione di riscoperta del diritto internazionale penale, è oggi sottoposta a pressioni senza precedenti. Alcuni Stati hanno lasciato il sistema dello Statuto di Roma, come il Burundi e le Filippine. Non meno grave è il fatto che gli Stati parte non sempre cooperino nell’esecuzione dei mandati di arresto: nel 2024 la Camera preliminare ha accertato la mancata cooperazione della Mongolia nell’arresto di Vladimir Putin; nell’aprile dell’anno seguente un analogo accertamento ha riguardato la mancata cooperazione dell’Ungheria nell’esecuzione del mandato spiccato contro Benjamin Netanyahu; e il 2 aprile 2026 la Presidenza della Corte ha deferito all’Assemblea degli Stati Parte anche l’Italia in relazione al rilascio del ricercato libico Usama Al-Masri. Talvolta, l’ostilità verso la Corte è sfociata persino in una ritorsione istituzionale: la censura dell’inazione dell’Ungheria ha portato il Paese a iniziare la procedura di recesso; dopo il mandato di arresto emesso nei confronti di Putin, le autorità russe hanno avviato procedimenti penali contro il Procuratore e i giudici della Corte coinvolti. Nel febbraio 2025 gli Stati Uniti hanno disposto sanzioni individuali del tutto inedite contro il Procuratore della Corte per un presunto pregiudizio contro Israele.

Eppure, sarebbe un errore leggere questa crisi come la prova dell’inutilità della giustizia internazionale. Semmai, è vero il contrario: se essa incontra resistenze forti, è anche perché continua a preservare un principio scomodo per i governi. Quel principio è che i crimini internazionali non possono dissolversi nella fatalità della guerra, ma devono essere ricondotti a responsabilità individuali.

È questa, forse, la grande eredità del caso Tadić. Non ci illudiamo che il diritto basti da solo a fermare la violenza, ma crediamo che senza diritto e responsabilità la violenza diverrà un dato scontato. In tempi di crisi dell’ordine internazionale, riscoprire quel lascito è un modo per ricordare che la giustizia internazionale resta incompiuta e contestata, ma è ancora necessaria.


⁽*⁾ Il prossimo appuntamento dal titolo "Tadić tra giurisdizione e competenza" è in programma il 17 aprile alle 14 in aula A al Palazzo di Giurisprudenza (Trento - Via Verdi, 53)