
Con l’approvazione definitiva del Ddl Valditara, diventato legge, il governo Meloni aggiunge un nuovo tassello alla propria visione dell’istruzione. La norma introduce l’obbligo del consenso preventivo delle famiglie per le attività dedicate all’affettività e alla sessualità nelle scuole secondarie, mentre tali temi restano esclusi dalla scuola dell’infanzia e primaria. Nelle parole del ministro Valditara, il provvedimento servirebbe a proteggere i minori dalla presunta “propaganda gender” e a restituire ai genitori il controllo educativo sui figli. Una formulazione che non sorprende. Da anni il lessico dell’ultradestra e dei movimenti anti-gender costruisce l’immagine di una minaccia rappresentata da una fantomatica “ideologia gender”, descritta come progetto volto a confondere minori e a dissolvere famiglia, ruoli di genere, valori tradizionali e appartenenza nazionale. Una narrazione che intercetta e alimenta paure reali generate dalle trasformazioni sociali contemporanee, ma che, in modo antiscientifico, finisce per individuare nell’educazione alle differenze e nella libertà di autodeterminazione un nemico da combattere. Il provvedimento va letto dentro questo quadro e di fatto ridefinisce il rapporto tra scuola, famiglie e Stato.
Non si tratta di un intervento isolato. Esso si inserisce in una più ampia sequenza di iniziative: dalle controverse Indicazioni nazionali per il curricolo, con l’enfasi sulla storia dell’Occidente quale culla di libertà, diritti e democrazia, alle nuove Linee guida per l’educazione civica fino alla circolare che vieta l’uso dello schwa e di altri segni del linguaggio inclusivo nelle scuole. In tutti questi casi emerge la medesima impostazione culturale orientata a riaffermare modelli identitari coerenti con la visione di una destra nazionalista e conservatrice. Il rischio maggiore di questa legge è il progressivo ridimensionamento della funzione democratica della scuola pubblica.
Le famiglie non dispongono delle stesse risorse economiche, culturali e sociali; proprio per questo l’istruzione ha storicamente svolto una funzione di compensazione delle disuguaglianze e di ampliamento delle opportunità. Quando il potere educativo viene progressivamente spostato verso la sfera familiare, senza considerare tali differenze, il risultato è quello di cristallizzare le condizioni di partenza anziché rimuoverle.
L’educazione sessuo-affettiva, del resto, non dovrebbe occupare una posizione marginale nell’offerta formativa. L’esperienza maturata da decenni in molti paesi europei mostra come essa costituisca uno strumento efficace di prevenzione della violenza, di contrasto agli stereotipi e di promozione di relazioni più consapevoli e rispettose. Nel 2026, in un contesto in cui la sessualità è accessibile in pochi clic attraverso piattaforme digitali, social network e strumenti di intelligenza artificiale, appare anacronistico relegare questi temi a percorsi opzionali subordinati al consenso preventivo delle famiglie.
La questione, in fondo, non riguarda soltanto l’educazione sessuo-affettiva, ma il ruolo stesso della scuola in una società democratica: uno spazio pubblico capace di offrire strumenti critici per comprendere la complessità del presente e immaginare il futuro. Per svolgere seriamente questa funzione servono investimenti, formazione e maggiori risorse per la scuola pubblica, non nuovi vincoli burocratici e ulteriori limitazioni alla sua autonomia educativa.




