Editoriali

Perché ci piace Odyssey

Metafora delle inquietudini contemporanee senza smettere di essere riscrittura

21 luglio 2026
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la professoressa Elena Franchi ©UniTrento ph. Federico Nardelli
di Elena Franchi
professoressa ordinaria di Storia greca all’Università di Trento

Crollata Troia, Odisseo solca un mare di miti e tempeste, sfidando mostri, dee e l'ira dei numi prima di ritrovare la via di casa. Tra il canto mortale delle Sirene e le ombre dell'Oltretomba, il suo ingegno guida ogni passo verso l'amata Itaca, dove la moglie Penelope e il figlio Telemaco resistono all'arroganza dei pretendenti al trono. Giunto infine in patria sotto mentite spoglie, l'eroe impugna il mitico arco, compie una solenne vendetta e riabbraccia la sua vita, trasformando un semplice ritorno nell'eterna metafora del viaggio umano.

È la storia di Odisseo, l’uomo dal multiforme ingegno, che “di molti uomini vide le città e conobbe i pensieri”. Trasmessa per secoli attraverso mille racconti orali e mille volte rivisitata anche nelle sue versioni scritte, la saga dell’eroe in cerca di Itaca ha risuonato nelle notti più buie come nei banchetti di festa, prima di giungere nelle nostre aule e sul grande schermo, oggi nella versione di Chris Nolan. Discutere e litigare su Omero è un'attività antica quasi quanto la composizione stessa dei testi omerici: alzi la mano chi non si è divertito a ricostruire le differenze tra Odyssey e il testo omerico (Nessuno!) – e ben venga, finché l'esercizio rimane filologico e non scade in toni censori. Le differenze e le assenze sono variamente rilevanti (attenzione: da qui in poi spoiler!). La trama viene quasi del tutto prosciugata della presenza divina: persino Atena perde la sua dimensione ‘reale’, riducendosi a una ricorrente illusione nella mente di Odisseo. Sono stati omessi sia il celebre dialogo con Polifemo che nel poema portava all'astuto inganno attraverso il nome “Nessuno” sia l'episodio dei Feaci e l'incontro con Nausicaa. Anche Calipso, a cui Charlize Theron dona una grazia fluida, muta veste narrativa per far suo l'episodio dei Lotofagi e il tema dell'oblio, pur senza affrancarsi del tutto dall'iconografia del celebre spot Campari.

Nolan inserisce dettagli colti, come la spada di Odisseo ispirata a un reperto conservato al British Museum (classificato come tipo G o Hörnerschwert 2b, del Tardo Elladico IIIC): i poemi omerici sono mito ma anche storia (ben oltre la loro semplice funzione di enciclopedia culturale capace di condensare tempi e luoghi diversi, verrebbe da aggiungere). Con la sua divergenza più profonda — la riscrittura del finale —, il film traghetta mito e storia verso una narrazione orientata a una sensibilità che mira a essere postcoloniale. Omero chiudeva il poema con il riconoscimento del letto nuziale ricavato dall'ulivo, l'abbraccio con il padre Laerte e la pace duratura imposta da Atena. Nolan, invece, sceglie di far ripartire l’eroe verso il mare aperto e l'ignoto, esploratore mai pago come l’Ulisse di Saba. Attraverso lo sguardo su una Troia in fiamme, il regista critica un Occidente (gli USAchei?) che si crede il centro del mondo e scopre che il potere richiede sempre una buona dose di mostruosità.

Odyssey diviene così metafora delle inquietudini contemporanee senza smettere di essere riscrittura dell’Odissea omerica: un vero e proprio sequel, ideale e spirituale, di Oppenheimer. Come è stato scritto, lì la bomba atomica segnava la fine di un'era, qui è l’espediente del cavallo di Troia a rappresentare il trionfo e la condanna dell'ingegno umano. Il regista mette in scena un Odisseo tormentato dai sensi di colpa e dai fantasmi di una feroce carneficina, incarnato da un Matt Damon introverso, meno incline dell’eroe alla commozione e al pianto, ma indubbiamente efficace.

Visivamente l'opera si muove tra vette non comuni, come la discesa nell'Ade ambientata nei paesaggi dell'Islanda, e soluzioni d'impronta pop. Potrebbero far storcere il naso dettagli ampiamente rilevati dalla critica, quali il cavallo di legno insabbiato sulla battigia — palese omaggio a Il pianeta delle scimmie — o l'ingresso di Agamennone in puro stile Darth Vader. Se la caratterizzazione di Circe, diversamente bella, rischia di deludere, a consolare lo spettatore pensa la scena commovente del cane Argo, affiancata dalle brillanti prove di Robert Pattinson (Antinoo) e Anne Hathaway (Penelope). A far discutere, com'era prevedibile, è stato però il casting di Lupita Nyong'o nei panni di Elena (e Clitennestra). È pur vero che l’epiteto omerico “dalle bianche braccia” non si può liquidare con leggerezza. Colpisce tuttavia come, a quarant'anni da un testo controverso quanto salutare come Black Athena e a oltre mezzo secolo dalla riscoperta dei fitti legami tra Grecia e Oriente, continuiamo a fissarci sulla pigmentazione della pelle anziché sulla forza della storia. Ed è proprio per questo che il dispositivo “Black Helen” conserva, tristemente, tutta la sua efficacia.

Nolan non sarà il corrispettivo di Kavafis e ci si potrà infastidire per i riferimenti all’Età del Bronzo e ai Popoli del mare, o viceversa per l’assenza di accenni alle ultime scoperte su Wilusa; resta il fatto che con Odyssey il regista ha saputo riattualizzare il mito di Itaca come eterno archetipo dell’esistenza umana. E se all'uscita dal cinema qualcuno non avrà pensato soltanto alle odissee attraversate per (ri)conquistare la propria Itaca, ma anche a quanto occorra guardare agli antichi per diventare davvero moderni, allora non avremo più scuse per negare che quello di Nolan sia un capolavoro.