
Un’esperienza immersiva site-specific che intreccia musica, danza, video mapping, dove il paesaggio si trasforma in un teatro a cielo aperto e diventa parte integrante della rappresentazione. Sono le Metamorfosi del poeta latino Ovidio lette attraverso la lente della creatività visionaria di Giuliano Peparini (**). Il regista e coreografo di fama internazionale ha messo in scena, con la drammaturgia del grecista Francesco Morosi, gli episodi più celebri di uno dei capolavori della letteratura occidentale nel cuore di Villa Borghese a Roma.
Il pubblico assiste alle storie - tra tante altre - di Dafne e Apollo, Narciso, Deucalione e Pirra, Orfeo ed Euridice, che si susseguono nei diversi angoli del giardino dietro la Galleria. All’interno, intanto, il tema della trasformazione è da sempre al centro di alcune delle opere più celebri delle collezioni permanenti, ma anche della mostra temporanea Metamorfosi. Ovidio e le arti (***).
Non è la prima volta che Peparini rilegge i classici utilizzando il linguaggio della contemporaneità, con un approccio pensato per il grande pubblico di vitale importanza nel generale revisionismo culturale dei nostri tempi. Ma non è nemmeno la prima volta che le Metamorfosi ovidiane sono rappresentate sulla scena.
Nel panorama internazionale resta impresso nella memoria il pluripremiato Metamorphoses: A Play per la regia della drammaturga statunitense Mary Zimmermann, presentato a Chicago nel 1998 e in scena per lungo tempo a Broadway.
Un buon successo ha anche guadagnato di recente sul grande schermo Il Dio dell’amore del regista Francesco Lagi, dove un Ovidio in giacca e cravatta si aggira nei luoghi più celebri della Roma di oggi per raccontare gli amori, i turbamenti, i tradimenti dei personaggi del film.
Ma perché la poesia di Ovidio, e l’immaginario di secoli che le ruota attorno, colpisce così tanto la sensibilità dei moderni? La risposta è quanto mai semplice: perché Ovidio è moderno. Tanto moderno (e autonomo) che già ai suoi tempi lo stesso Augusto lo costringerà all’esilio sulle coste del Mar Nero, nella sperduta Tomi (l’odierna Costanza), dove morirà in preda alla malinconia per la sua Roma brulicante di vita.
Intellettuale non inquadrato, Ovidio canta l’amore libero. Con lui la passione tormentata e malinconica dei poeti elegiaci diventa gioco. “Non ho la forza di governare me stesso, mi lascio trascinare, come una nave dall’onda impetuosa. Non esiste un tipo particolare di bellezza che mi susciti amore: i motivi che mi fanno innamorare sono mille”. Anche quando, cercando di compiacere Augusto, con le Metamorfosi decide di dedicarsi al poema epico – genere che più si presta a rappresentare l’ideologia del potere –, Ovidio non riesce a celare la propria modernità. I miti classici che descrivono le trasformazioni di dee e ninfe, giovani imberbi ed ermafroditi che tentano di sfuggire alle violenze e ad amori non ricambiati, trasudano sensualità. E nel cogliere la metamorfosi il poeta esprime non solo il perenne rinnovamento della natura, ma soprattutto l’inquietudine esistenziale così attuale, che spesso sfocia nell’inquietudine erotica. Solo qualche citazione, per comprendere meglio, dalla traduzione per lo spettacolo: “Un desiderio mi prende: narrare la meraviglia di come le forme mutano in corpi nuovi” (Metamorfosi, 1, 2). E poi: “Ma anche così Apollo la ama. Appoggia la destra sul tronco, sente il petto palpitare forte sotto quella nuova corteccia” (Apollo e Dafne, Metamorfosi, 1, 553-554). E ancora: “I due corpi si uniscono, assumono un solo aspetto, come quando si vedono i rami fasciati dalla corteccia che si saldano, e crescendo, invecchiano insieme. E così i corpi stretti in quel tenace abbraccio non sono più due, ma uno con un duplice aspetto” (Ermafrodito e Salmacide, Metamorfosi, 4, 373-378).
Moderna è la tecnica cinematografica che Ovidio usa nelle sue descrizioni, alternando dettaglio e campo largo. Ogni metamorfosi è descritta prima nei singoli dettagli per aprirsi poi all’estatica contemplazione della nuova forma. Proprio questa maestria descrittiva, associata alla musicalità e alla perizia del verso, renderanno le Metamorfosi un modello di stile privilegiato per tutta la poesia d’amore medievale e oltre, nonché un serbatoio di immagini e miti per tutta l’arte moderna a partire dal XVI secolo. E così fino a oggi, superando forse, nella scala di gradimento del lettore moderno, un altro grande poeta latino, Virgilio, in parte penalizzato per lungo tempo da una lettura allegorizzante (Virgilio profeta di Cristo) e da una lettura ideologica (Virgilio cantore di Augusto).
(*) Caterina Mordeglia ha tradotto le Metamorfosi di Ovidio per lo spettacolo.
(**) Lo spettacolo, prodotto da Fondazione INDA - Istituto Nazionale del Dramma Antico, è stato presentato dal 28 settembre 2026 per tre serate nel Giardino di Villa Borghese a Roma dopo essere stato portato in scena dal 21 giugno al 5 luglio 2026 nella Latomia del Paradiso del Parco Archeologico della Neapolis di Siracusa. Si tratta di una performance con artisti professionisti e giovani interpreti dell’Accademia d’Arte del Dramma Antico e della Peparini Academy.
(***) La mostra, curata da Francesca Cappelletti e Frits Scholten, già ospitata nella primavera scorsa al Rijksmuseum di Amsterdam, è negli spazi del museo romano fino all’11 ottobre 2026.




