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Un habitat in bilico

A Giurisprudenza incontro per parlare di orsi in Trentino. Tra norme giuridiche e competenze. In attesa della sentenza europea

23 maggio 2024
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Paola Siano
Ufficio Stampa e Relazioni esterne

La presenza dell’orso in Trentino è una questione che negli ultimi anni viene affrontata con opinioni sempre più polarizzate. Le sensibilità sono tante. Ma la convivenza sta creando evidenti criticità. Una risposta definitiva al problema al momento non c’è. La decisione della Corte di giustizia europea chiamata a esprimersi su quale sia la corretta interpretazione della direttiva Habitat potrebbe indirizzare le scelte future di chi è chiamato a decidere a livello locale. La questione è al centro dell’incontro di questo pomeriggio nella sede della Facoltà di Giurisprudenza dal titolo “La gestione dei grandi carnivori: quadro giuridico, competenze amministrative e decisioni giudiziarie”.  Tra i relatori, insieme al presidente del Tribunale regionale di giustizia amministrativa di Trento Fulvio Rocco e all’avvocato Stefano Bigolaro del Foro di Padova, anche Barbara Marchetti docente di Diritto amministrativo all’Università di Trento. Un dialogo a più voci non per dare risposte definitive a un problema complesso ma per riflettere, norme alla mano, su un argomento di forte attualità.

Secondo l’ultimo rapporto sui grandi carnivori della Provincia di Trento che fa riferimento al 2022, il numero di orsi in Trentino si considera sia pari a 98 esemplari, nuovi nati esclusi. È stata inoltre stimata la presenza di almeno 14 nuove cucciolate, il dato più alto registrato finora, per un totale di 25 cuccioli.  La reintroduzione della specie sul territorio provinciale è avvenuta grazie al progetto Life Ursus, partito nel 1999 e concluso nel 2004. Nei primi 3 anni erano stati rilasciati dieci orsi. Oggi la crescita della popolazione ursina cresce mediamente del 10% l’anno. La conformazione geografica del Trentino, con la presenza della Valle dell’Adige e la difficoltà per gli animali di attraversamento del territorio, ha però portato alla concentrazione degli esemplari in una determinata area. E questo non ha favorito un reinserimento equamente distribuito generando criticità nella loro gestione. Di fronte a situazioni rischiose per le persone, le azioni possono essere la captivazione permanente, il trasferimento o l’abbattimento del singolo esemplare. Ma quali sono i confini giuridici entro cui un territorio, e il Trentino in particolare, può decidere come gestire questi carnivori? Che margine di autonomia c’è? «Questa della protezione degli animali è una materia regolata da diverse fonti», esordisce Barbara Marchetti. «Dopo la Convenzione internazionale di Berna del 1979, nel 1992 è stata approvata la direttiva europea Habitat (direttiva 92/43 CEE), recepita anche dallo Stato italiano, che stabilisce un regime di protezione delle specie, stabilendo una serie di divieti all’articolo 12, come quello di cattura permanente, di perturbazione, e di uccisione. Ma la stessa direttiva, all’articolo 16, prevede anche possibili deroghe a questi divieti, in vista della necessità di tutelare altri interessi. Come la salute, la conservazione di altre specie, motivi imperativi di interesse generale e la sicurezza pubblica».  La Provincia di Trento, nel 2018, ha emanato una legge provinciale, la numero 9, per dare attuazione alla direttiva, e in particolare per regolare il regime di deroga ai divieti, soprattutto in ordine alla gestione degli orsi ritenuti problematici. Tale legge è stata impugnata dal governo perché ritenuta in violazione delle competenze dello Stato e del ministro dell’ambiente, ma è stata ritenuta legittima dalla Corte costituzionale, che ha riconosciuto la competenza in materia delle Province autonome di Trento e Bolzano. A queste fonti normative primarie si aggiungono il Pacobace, cioè il Piano d’azione interregionale per la conservazione dell’orso bruno nelle Alpi centro-orientali, che contiene una tabella di riferimento con i comportamenti problematici degli orsi, ordinati secondo un indice di pericolosità, e le linee guida adottate dalla Provincia per dare attuazione alla legge provinciale e colmare alcuni profili che il piano ha lasciato indeterminati. Va detto anche che la direttiva e la legge provinciale stabiliscono la necessità di una base scientifica delle decisioni adottate. Prima di qualsiasi ordinanza del presidente di cattura o abbattimento è necessario acquisire il parere dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale). Il tema più delicato da affrontare è quello che riguarda la decisione di abbattimento di un esemplare che si è dimostrato pericoloso, aggressivo. Chi si esprime in casi di convivenza difficile o di situazioni che richiedono un intervento della magistratura, come appunto la soppressione dell’animale?  «Questa è la grande questione. La direttiva europea e la legge provinciale, che da questo punto di vista è fedele nel recepirla, stabiliscono che le decisioni vengano prese dalle autorità competenti (in Trentino è il presidente della giunta provinciale) alle condizioni stabilite dalla normativa stessa. In particolare, la deroga al divieto di cattura e uccisione è ammessa solo se non esiste un’altra soluzione valida, se non compromette la sussistenza nel territorio della popolazione della specie, e se vi è la minaccia agli interessi antagonisti, quali la sicurezza e la salute pubblica, richiamati nella norma. Se un orso viene classificato, alla luce della tabella del Pacobace, come pericoloso, la direttiva consente l’adozione di quelle che vengono chiamate “azioni energiche”: la cattura momentanea e il radiocollaraggio, la captivazione permanente o l’uccisione.
Il problema è che non è chiaro se la direttiva, la legge e lo stesso Pacobace pongano le diverse azioni sullo stesso piano o se invece sussista una gradazione delle misure, tale da rendere l’abbattimento dell’esemplare una scelta possibile solo quando le altre misure risultano oggettivamente non praticabili.  A questo punto entra in campo la Corte di giustizia europea, alla quale il Tribunale amministrativo di Trento nel dicembre scorso ha chiesto, con rinvio pregiudiziale, quale sia la corretta interpretazione della direttiva Habitat. Il verdetto è atteso entro l’estate. E la Provincia non potrà fare altro che adeguarsi. «La Corte di giustizia è stata investita di una questione molto precisa, che sarà dirimente. Cioè se l’autorità che prende la decisione a fronte di un orso pericoloso debba dimostrare che non è possibile la radiocollarizzazione e captivazione permanente prima dell’abbattimento, oppure se le diverse alternative siano poste sullo stesso piano. Questo è il punto su cui la Corte è chiamata a pronunciarsi: se la direttiva Habitat contenga o meno questa gradualità».  Resta l’interrogativo su come trovare l‘equilibrio per una convivenza serena sul territorio, tra le istanze di sicurezza della popolazione e la tutela del benessere dell’animale. «Il punto di equilibrio non può che essere trovato caso per caso» risponde la docente. «In base agli elementi scientifici di pericolosità dell’animale. Ai rischi e alle minacce che il singolo orso rappresenta per l’incolumità e la sicurezza delle persone. Il legislatore può stabilire quali sono i fattori condizionanti la decisione, ma questa poi è il frutto della discrezionalità amministrativa che viene esercitata dall’autorità che in quel momento ha il potere di farlo. Sempre previo parere dell’Ispra».