‘La volontà di intendersi porta all’intesa’, si dice, ed è tanto vero nelle relazioni interpersonali quanto nella conoscenza che ciascuno ha di sé, delle proprie abilità e dei propri limiti. Vale anche per chi ha un qualche problema di udito e si confronta con il contesto in cui vive. Prestare attenzione permette di migliorare la comprensione, mettere in atto strategie adattive e, quando necessario, farsi aiutare da un apparecchio acustico. Al pari di chi ha un problema di vista e porta gli occhiali, di chi ha un problema di equilibrio e accetta di farsi aiutare da un bastone per stabilizzare la camminata, così con l’udito. Si può imparare a monitorare la propria capacità di sentire, ascoltare, comprendere? Ne abbiamo parlato con Francesco Pavani che di questi temi si è occupato con un team di ricercatrici e ricercatori del Cimec e ha organizzato il convegno ‘Mai smettere di ascoltare’.
«Con l’avanzare dell’età è fisiologico che le nostre esperienze uditive diventino più difficoltose e sfidanti. Per comprendere questo fenomeno non basta pensare alla periferia del sistema uditivo, cioè all’orecchio. Certo, le cellule che ci permettono di udire invecchiano con noi ed è normale che diventino meno efficienti. Oltre a ciò, c’è una componente cognitiva – che riguarda i processi mentali e le abilità che usiamo per comprendere e interpretare il mondo: percezione, attenzione, memoria, pensiero, linguaggio, ragionamento. Ascoltare è un processo complesso, che richiede di dipanare una matassa di suoni che spesso arrivano contemporaneamente al nostro udito. Si tratta quindi di un’attività che va oltre la sola funzionalità dell’orecchio e ha a che fare con l’efficienza del nostro sistema cognitivo che, come molte altre cose, evolve con l’età», racconta Francesco Pavani, docente di psicologia generale al Cimec, Centro interdipartimentale Mente/Cervello dell’Università di Trento.
«Due sono le parole chiave innovative che introdurremo in questa giornata di informazione: metacognizione e strategie comportamentali» – prosegue Pavani. Fin dagli anni Settanta in psicologia si parla di metacognizione per descrivere il nostro ‘pensare al pensiero’ cioè come e quanto siamo consapevoli dei nostri processi mentali. Qualche esempio: posso essere consapevole di avere buone capacità di memoria per orientarmi nello spazio, ma essere altrettanto conscio della mia fatica nel ricordare nomi o volti. Sono cose che so riguardo al mio funzionamento mentale. Ma cosa sappiamo delle nostre capacità ascolto? Siamo in grado di essere consapevoli delle nostre capacità e difficoltà di ascolto durante la vita quotidiana? Quanto rimane stabile questa abilità metacognitiva nell’arco di vita? Quando diventiamo più anziani manteniamo una buona capacità di monitorarci, istante per istante, per capire cosa stiamo effettivamente ascoltando e capendo?».
Pavani spiega che quando parliamo con qualcuno ci sono molti elementi che ci fanno capire se la comunicazione è efficace. Analogamente, quando ascoltiamo, dobbiamo prestare attenzione per capire se stiamo recependo davvero quello che ci viene detto. «Bisogna chiedersi: in questa situazione sto davvero sentendo bene? Quando c’è silenzio è più facile. È altrettanto vero in un ambiente rumoroso? Quando abbiamo un problema di udito, le strategie adattive sono molteplici. Possiamo metterci più vicini a chi parla, guardare in faccia il nostro interlocutore. O ancora, chiedere di ripetere. Oppure, se ho un reale problema di udito, lo affronto. Con un apparecchio acustico potrei cominciare a compensare i miei problemi di udito e facilitarmi la vita».
Il tema è importante e riguarda tutti, perché come chiarisce Pavani la perdita di udito è il primo tra i fattori prevenibili di decadimento cognitivo e demenza. «Perché questa relazione esista non è noto. Ci sono diverse ipotesi: alcune fisiologiche, altre legate a come l’esperienza di sordità limita l’indipendenza dell’individuo e la sua socialità. Quello che sappiamo è che contrastare la perdita di udito sembra essere uno dei fattori che riduce il rischio di decadimento cognitivo». Di nuovo, entra in gioco la dimensione relazionale. «I problemi di udito esistono quando c’è una relazione. Perché quando ascolto qualcosa da solo – televisione, radio, podcast – più difficilmente incontro delle difficoltà. Posso alzare il volume, metto le cuffie, leggo i sottotitoli, cambio programma. I problemi di ascolto esistono soprattutto nei contesti di relazione e ci sono una serie di fattori che diamo per scontati quando interagiamo, come se proiettassimo sugli altri la nostra esperienza cognitiva e sensoriale. Si parte da un presupposto sbagliato: “Se io sento, se io mi capisco, allora anche l’altro capisce”. Invece la possibilità di sviluppare dei contesti di ascolto migliore dipende anche da questo, dalla possibilità di mettersi empaticamente nei panni - sensoriali e cognitivi - di un’altra persona».
Il 26 settembre a Rovereto, all’ex Manifattura Tabacchi, il convegno ‘Mai smettere di ascoltare’ offre la possibilità di approfondire questi temi e di fare domande.
Iscrizioni aperte fino a esaurimento posti: link di iscrizione
È disponibile anche il collegamento streaming: link diretta youtube




