Un momento dell'inaugurazione della mostra Vesalius, Mattioli, Kircher. Scienza e Natura nelle biblioteche trentine ©UniTrento Ph.Paolo Chistè

Eventi

Quando arte e scienza si incontrano

Dai trattati di Vesalio, Mattioli e Kircher un percorso tra anatomia, botanica e meraviglia naturale a Palazzo Prodi

5 novembre 2025
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Lorenza Liandru
Supporto alle Relazioni Istituzionali

In bilico tra arte e storia della scienza, tra ricerca estetica e visione oggettiva della realtà, la mostra “Vesalius, Mattioli, Kircher. Scienza e Natura nelle biblioteche trentine”, esplora il ruolo delle illustrazioni nei trattati scientifici del XVI e del XVII secolo. C’è tempo fino al prossimo 31 gennaio per visitarla nell’atrio Nord di Palazzo Paolo Prodi.

Protagoniste della rassegna sono le illustrazioni appartenenti a tre importanti trattati, tutti conservati all’interno del patrimonio librario trentino: il De humani corporis fabrica libri septem del medico fiammingo Andrea Vesalio, stampato a Basilea nel 1555; il Compendium de plantis omnibus del botanico Pietro Andrea Mattioli, edito a Venezia nel 1571; e l’enigmatico Mundus Subterraneus del gesuita Athanasius Kircher, pubblicato ad Amsterdam nel 1678. Tre autori e tre opere molto diverse tra loro che offrono uno sguardo affascinante su tre ambiti di conoscenza: l’anatomia, la botanica e l’interpretazione dei fenomeni naturali, terrestri e celesti. Le illustrazioni sono riprodotte in fotografie di grande formato, che permettono di osservare da vicino i dettagli dei raffinati frontespizi e delle incisioni che accompagnano i testi. Pannelli e didascalie guidano il visitatore alla scoperta del dialogo tra ricerca scientifica e illustrazione artistica, mentre i QR code offrono approfondimenti tematici, suggerendo inediti collegamenti con l’antropocene, l’era geologica contemporanea in cui l’essere umano ha acquisito il potere di influire direttamente sulla natura.

Spiega Eva Struhal, docente di Teoria dell’arte e museologia, ideatrice e co-curatrice della mostra: «L’esposizione è parte di un più ampio progetto che vede collaborare il Dipartimento di Lettere e Filosofia e il Muse sul tema delle intersezioni tra arte e scienza, ambiente e antropizzazione. Il titolo è Rigenerazioni: scenari antichi per un nuovo antropocene. In questa cornice, Vesalio, Mattioli e Kircher rappresentano, in modi diversi, i precursori dell’uomo moderno, capace di comprendere, dominare e trasformare il mondo che lo circonda». Osservando la mostra, però, è evidente che i trattati dei tre grandi eruditi del passato sono stati scelti anche per un altro motivo: le illustrazioni affascinano per la loro bellezza. «Soprattutto quelle di Andrea Vesalio e Athanasius Kircher» spiega Struhal. «Diverso il caso di Pietro Andrea Mattioli: le incisioni botaniche del suo Compendium de plantis omnibus sono meno raffinate, forse perché i prodotti editoriali di alta qualità richiedevano investimenti notevoli, un lusso che Mattioli, pur celebre, non poteva permettersi. Vesalio era medico dell’imperatore Carlo V, Kircher aveva alle spalle la potenza della Compagnia di Gesù. Mattioli, inoltre, non colse subito l’importanza delle immagini: la sua opera più importante uscì inizialmente senza illustrazioni e solo nelle edizioni successive fu arricchita da figure. Mattioli cambiò idea osservando il successo di un trattato botanico tedesco riccamente illustrato».

Chi colse fin da subito la forza comunicativa delle immagini fu Andrea Vesalio: il suo De humani corporis fabrica può essere considerato un vero spartiacque tra due epoche e, al contempo, un’autentica opera d’arte, in cui formato, scelte tipografiche e illustrazioni si fondono in un equilibrio perfetto. L’opera nasce da una rigorosa revisione critica dei testi anatomici dei secoli precedenti, che Vesalio corregge grazie a una nuova visione scientifica, fondata sull’osservazione diretta e sull’esperienza maturata durante le numerose dissezioni. Il trattato è accompagnato da un apparato illustrativo di oltre duecento xilografie, molte delle quali a tutta pagina e di grande impatto visivo. In queste tavole, il rigore scientifico si intreccia con un’elevata ricerca estetica: i torsi maschili e femminili dissezionati richiamano le sculture dell’antichità, mentre gli scheletri, ritratti in pose dinamiche come esseri viventi, uniscono la precisione anatomica a una meditazione profonda sulla caducità della vita umana.

Non sappiamo con certezza chi abbia realizzato le xilografie del trattato di Andrea Vesalio. Giorgio Vasari, nelle "Vite de’ più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri" (1568), le attribuisce a Jan Stephan van Calcar, pittore e incisore tedesco attivo in Italia tra Venezia e Napoli. Altri studiosi, invece ritengono che Van Calcar abbia contribuito solo in parte all’opera e preferiscono parlare, più in generale, di artisti veneziani dell’ambiente di Tiziano. In ogni caso, è certo che le xilografie nascono sotto la stretta e rigorosa supervisione scientifica di Vesalio: testo e immagini danno vita a un unico linguaggio in cui le parole (in latino) e le figure si completano e si illuminano a vicenda, legate da continui richiami alfabetici e numerici. Come viene ricordato in mostra, tra XVI e XVII secolo un trattato scientifico era molto più di un semplice testo: era un’impresa intellettuale, frutto della collaborazione tra scienziati, illustratori, stampatori e editori. Anche l’esposizione è il risultato di un’autentica impresa collettiva e interdisciplinare. Nasce infatti dalla collaborazione tra il progetto “Officina Espositiva” del Dipartimento di Lettere e Filosofia e il programma Science & Humanities del Muse. Accanto a Eva Struhal, hanno lavorato in qualità di curatrici le studentesse Isotta Colangelo, Anna Mascellani e Sara Pierro.

Il progetto è stato realizzato grazie al supporto di quattro biblioteche trentine: la Biblioteca diocesana Vigilianum di Trento, la Biblioteca “Gino Tomasi” del Muse, la Biblioteca civica “G. Tartarotti” di Rovereto e la Fondazione Biblioteca San Bernardino di Trento. Le stampe esposte sono il risultato di scansioni messe a disposizione dalle biblioteche e di nuove fotografie realizzate dal fotografo Paolo Chistè, che ha curato anche l’allestimento. «La collaborazione con il Muse e con le biblioteche è stata ottima, così come quella che si è realizzata all’interno del Dipartimento. Tutti hanno dimostrato pazienza e disponibilità, soprattutto nelle lunghe ore di riprese fotografiche», commenta Eva Struhal. «Penso, inoltre, che la mostra abbia il merito di valorizzare il patrimonio librario conservato nelle biblioteche del territorio, spesso sconosciuto». 
Alla rassegna è connesso il workshop “Metodi tradizionali di raccolta dell’acqua e conoscenze situate” dell’artista Deborah Ligorio, in programma mercoledì 12 novembre al Muse posti solo limitati ed è obbligatoria l’iscrizione: tutte le info qui.