Nella società della conoscenza, la comunicazione scientifica e umanistica ha assunto un ruolo decisivo e si è profondamente trasformata, diventando dialogica, interattiva, aperta alla partecipazione. In questo nuovo scenario, anche l’Università è chiamata a ripensarsi: non più soltanto custode di saperi, ma laboratorio aperto di co-creazione e di disseminazione della conoscenza. È un percorso in continua evoluzione, che invita a interrogarsi su come entriamo - e vogliamo entrare - nel processo stesso del conoscere.
Al centro della fotografia in bianco e nero c’è una piccola figura umana, la vediamo di spalle, mentre corre in un paesaggio indefinito, senza orizzonte. È Entrare nell’opera (1971), uno dei lavori più emblematici dell’artista Giovanni Anselmo ed è anche l’immagine scelta per la locandina del convegno “La comunicazione umanistica e scientifica. Problemi e prospettive” in programma a Rovereto venerdì 28 e sabato 29 novembre. «La fotografia di Giovanni Anselmo ci interroga: come vogliamo entrare nell’opera? Da soli o insieme? In fila indiana o affiancati? È una metafora potente della conoscenza, che si costruisce entrando insieme, fianco a fianco», spiega Lucia Rodler, docente di Letteratura italiana al Dipartimento di Psicologia e Scienze cognitive e organizzatrice dell’evento.
“Insieme” è un avverbio che ricorre spesso nelle riflessioni di Lucia Rodler sul ruolo fondamentale della comunicazione nella diffusione della conoscenza. Insieme significa coinvolgimento attivo e continuo tra università e società, significa condividere competenze e collaborare in un ecosistema aperto e dinamico. «Comunicare è un compito istituzionale dell’università, è la cosiddetta “terza missione”. Un tempo lo si faceva in modo top down e infatti si parlava di divulgazione, che etimologicamente rimanda al vulgus, il popolo. Questo approccio, però, implica una distanza tra chi sa e chi ascolta in modo passivo. Oggi si parla invece di disseminazione, da semen, “seme”: comunicare significa seminare idee, creare scambi, far crescere conoscenza insieme. È un processo bottom up, dove sia comunicatore sia pubblici sono generativi, cioè entrano in relazione tra loro e con i saperi in modo attivo e plurale. Si riscopre così il senso profondo del comunicare che, come suggerisce l’etimologia, è al tempo stesso un ‘dovere’ e un ‘dono’».
In quest’ottica, la comunicazione non è solo la terza delle missioni universitarie, ma diventa un motore di trasformazione e di crescita sociale, culturale ed economica. «Ed è anche la condizione stessa per una nuova fase di rilevanza degli atenei. La comunicazione è ciò che permette di passare da un’università tradizionale a un’università esperienziale, capace di dialogare con la società civile, condividere conoscenza e generare valore per e con il territorio», spiega Rodler. È un vero cambio di passo, un ribaltamento di prospettiva che impone nuovi strumenti, nuove teorie, nuovi metodi. E non è sempre facile, soprattutto nel mondo dei media – dai podcast alla tv, dai social ai nuovi format digitali – dove la comunicazione scientifica e umanistica sta vivendo una stagione di grande successo. Un fermento in cui, però, l’università – con alcune, brillanti eccezioni – resta ancora troppo spesso ai margini. «Il mondo accademico fatica a entrare in questi format per paura di semplificare e difficoltà nel trovare nuovi linguaggi», spiega Rodler. «Molti di noi, la maggioranza ancora, si sono formati in un’università tradizionale, intesa come luogo di ricerca e didattica trasmissiva. Oggi, però, quel modo di lavorare e trasmettere i saperi non è più possibile, per molte ragioni che qui non possiamo approfondire. E allora dobbiamo cambiare, ma non abbiamo una formazione specifica per raccontare la nostra ricerca e spesso temiamo che, nel farlo, la complessità si perda. Comunicare a pubblici diversi, però, non vuol dire ridurre la complessità, bensì renderla accessibile, costruendo per ciascuno il giusto percorso per entrarvi».
Anche i musei e le biblioteche di Rovereto lavorano da tempo per sperimentare nuovi linguaggi e modalità di mediazione, capaci di rendere i saperi accessibili e coinvolgenti per pubblici diversi. A queste esperienze è dedicata la mostra “Rovereto, città della comunicazione”, parte del programma culturale del convegno. Allestita al piano terra di Palazzo Piomarta, la rassegna coinvolge quattro istituzioni culturali della città: la Biblioteca civica “Tartarotti”, il Mart, la Fondazione Museo Civico e il MITAG/Museo Storico Italiano della Guerra. «Molti dei progetti promossi da musei e biblioteche - spiega Rodler - sono stati realizzati grazie al contributo di studentesse e studenti del Dipartimento Psicologia e Scienze cognitive. È questa la vera comunicazione bottom up: i ragazzi e le ragazze partecipano in modo creativo fin dall’avvio dei progetti, e non solo nella loro fase operativa». Nella mostra trovano spazio anche diversi progetti del Dipartimento, tra cui il podcast sulle nuove dipendenze (da sostanze, gioco d’azzardo, pornografia, social media, esercizio fisico e altro ancora) realizzato dall’Addiction Science Lab coordinato da Gianluca Esposito e Ornella Corazza. «È un progetto di grande attualità, capace di parlare a pubblici di età diverse. Ma le esperienze presentate sono tutte interessanti e quindi vale la pena visitare la piccola mostra», conclude Rodler.
Non solo convegno e mostra: il programma culturale si completa con un momento teatrale. Giovedì 27 novembre andrà in scena “Troppo bella per essere vera”. È un monologo scritto da Massimiano Bucchi, docente del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale, che affronta con ironia un problema di grande attualità: il pregiudizio nel mondo della scienza e non solo. Uno spettacolo per raccontare, seppur con la leggerezza, uno dei tanti elementi in cui si configura la disparità di genere. Lo spettacolo è aperto a tutta la cittadinanza, basta prenotarsi online.




