Cartelli stradali, insegne, annunci al supermercato: le lingue che incontriamo nello spazio pubblico raccontano molto più di quanto sembri. È da qui che parte il lavoro di Gerda-Elisabeth Wittmann, docente all’Università della Namibia e ospite a Trento per il progetto UniTAfrica. Nel dialogo con lei ed Ermenegildo Bidese, professore di Lingua, traduzione e linguistica tedesca al Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento, emergono parallelismi inattesi tra la capitale namibiana Windhoek e il Trentino: territori lontani, ma accomunati da storie linguistiche complesse.
«Quando parliamo di linguistic landscaping ci riferiamo a tutti i segni linguistici che incontriamo nello spazio pubblico: nomi delle vie, insegne, graffiti, pubblicità», spiega Wittmann. «Sono indizi preziosi - prosegue - che raccontano il multilinguismo di una città, le sue rappresentazioni e i suoi rapporti di potere, anche senza parlare con chi la abita». A partire da questi segnali apparentemente ordinari, la professoressa studia come le città narrano sé stesse. Lo fa osservando Windhoek, capitale della Namibia, dove anche una semplice targa stradale diventa il riflesso di una storia collettiva e di un Paese che ha impiegato decenni per conquistare il diritto di raccontarsi con la propria lingua.
Per capire come Windhoek sia diventata la città che è oggi, bisogna però prima fare un passo indietro. «Durante il periodo del dominio tedesco, fino al 1915, in centro prevaleva la lingua germanica. Non a caso proprio lì si concentravano potere politico, amministrativo e commerciale, e la città lo rendeva immediatamente evidente». Dopo la Prima guerra mondiale, la Namibia passò sotto il controllo sudafricano e la città cambiò volto, ma soprattutto voce. «L’afrikaans divenne la lingua più visibile nello spazio pubblico, affiancato dall’inglese e da ciò che restava del tedesco». Ma, come spesso accade nella storia, a imporsi furono le lingue del potere. «Le lingue africane, pur essendo le più diffuse tra la popolazione, erano praticamente assenti. Le insegne ufficiali parlavano solo con le lingue dell’amministrazione». Così le lingue indigene rimasero confinate nelle periferie, dove molte comunità erano state spinte dalle politiche di segregazione: una separazione linguistica che rifletteva, e rafforzava, quella sociale.
Con l’indipendenza del 1990, la Namibia ha voltato pagina. L’inglese è diventato lingua ufficiale, scelta simbolica per segnare una discontinuità rispetto al passato coloniale, ma anche per unificare un Paese ricco di idiomi. Le lingue indigene – come l’otjiherero, l’oshiwambo o il nama – restano le più parlate, ma per anni sono rimaste invisibili nello spazio pubblico. Oggi stanno lentamente tornando, grazie a politiche di valorizzazione culturale e scelte mirate. Un processo ancora incompleto, ma che mette in mostra la volontà di affermare l’identità namibiana. Windhoek ne offre esempi concreti. Per decenni la sua arteria principale si è chiamata Kaiserstrasse, la “via dell’Imperatore”. Dopo l’indipendenza è stata rinominata Independence Avenue: uno dei molti segnali con cui la città ha iniziato a ridefinire il proprio spazio pubblico. Un altro caso emblematico è l’Alte Feste, il primo forte costruito dai tedeschi a Windhoek. Nel corso del Novecento ha cambiato più volte funzione: caserma, residenza, scuola, museo, fino all’abbandono. Oggi è al centro di un progetto di recupero sostenuto anche dalle ambasciate americana e tedesca, che lo trasformerà in un centro culturale e artigianale aperto alle diverse comunità del Paese. «È incoraggiante – dice Wittmann – vedere un simbolo coloniale che viene ripensato e restituito alla collettività come luogo di incontro».
La professoressa Wittmann è arrivata a Trento nell’ambito di UniTAfrica, programma nazionale che promuove collaborazioni tra università italiane e diversi atenei del continente africano. E come sempre, il primo sguardo è andato al paesaggio linguistico. «Ieri, al supermercato, ho visto una quantità di prodotti tedeschi che non avevo mai incontrato nemmeno in Germania», racconta divertita. Un dettaglio leggero, ma che l’ha colpita per una ragione precisa: anche qui, come a Windhoek, ciò che appare nello spazio pubblico parla della storia del territorio e delle sue relazioni linguistiche. Da quell’osservazione è nata la conversazione con Ermenegildo Bidese, linguista dell’Ateneo trentino. «Il Trentino è una regione plurilingue per definizione – spiega – che condivide con l’Alto Adige uno spazio geografico, economico e culturale. Per questo alcuni prodotti o comunicazioni commerciali si presentano direttamente in tedesco o in versione bilingue». Un’eredità visibile persino negli avvisi automatici dei supermercati, spesso identici a quelli usati a Bolzano o Merano. Proprio questo rende sorprendente il contrasto con Trento città, dove le lingue minoritarie del territorio come il ladino, il cimbro e il mòcheno, compaiono raramente nello spazio pubblico. «Non c’è quasi traccia di queste lingue nelle insegne del capoluogo. È un dato interessante, perché mostra due concezioni diverse di tutela linguistica a pochi chilometri di distanza». In Alto Adige, infatti, italiano, tedesco e anche ladino convivono nello spazio urbano: dalle strade ai documenti amministrativi. In Trentino, invece, la visibilità delle lingue minoritarie resta confinata ai territori in cui sono radicate, e non arriva fino alla città di Trento.
Ed è proprio da questo scambio di osservazioni che, per Wittmann, nasce uno spunto di collaborazione futura. «È sorprendente quante analogie emergano quando si parla di minoranze linguistiche – osserva – La collaborazione con Trento ci aiuta ad allargare lo sguardo, a non limitarci al confronto con Germania o Austria, e apre la strada a nuove ricerche congiunte su temi poco esplorati, come la visibilità delle lingue minoritarie nello spazio pubblico». Perché ogni città, che sia Windhoek o Trento, parla attraverso ciò che sceglie di mostrare. Ma anche attraverso ciò che, per abitudine o per scelta, ancora non si vede.




