Interno della filanda di Lavis della ditta Tambosi, inizio Novecento (collezione privata Paolo Marcon, Lavis)

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Il filo di seta della libertà

Dove porta adottare una visuale di genere nella ricerca storica? Viaggio negli archivi delle filande trentine dell'Ottocento

22 aprile 2026
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Sara Carneri
Ufficio Eventi

Il lavoro come strumento di libertà, ma anche come luogo di profonde disuguaglianze. Se oggi il dibattito pubblico è animato dai temi del gender pay gap e della leadership femminile, alcune radici di questa complessa marcia verso l’emancipazione affondano nei vapori delle filande ottocentesche. La lavorazione della seta a metà Ottocento, in Trentino, era in gran parte affidata alle donne. Giovanissime, impegnate ad apprendere un mestiere. Maestre filatrici poi, abili e competenti, da cui imparare un buon lavoro. Direttrici che sorvegliavano con attenzione la qualità del filo di seta, e punivano quando il lavoro era lento o impreciso. Il lavoro di estrazione del filo di seta greggia dai bozzoli era un’arte e una fatica. Un lavoro duro, malpagato, gerarchico, necessario alle famiglie dell’epoca per integrare il lavoro nei campi. Svolto da donne, non ancora mogli, non ancora madri, con le mani nell’acqua bollente anche per quattordici ore al giorno nei picchi estivi del lavoro. Un contesto di fabbrica, quello delle filande, caratterizzato da segregazione orizzontale, diremmo oggi. In cui alcune donne, nonostante tutto, per le loro capacità e competenze hanno l’opportunità di raggiungere una certa posizione sociale. Abbiamo chiesto a Cinzia Lorandini, docente di Storia economia nei Dipartimenti di Economia e Management e di Lettere e Filosofia, di raccontarci cosa emerge dagli archivi delle filande trentine nell’Ottocento.

Questa storia testimonia l’inizio di un percorso di acquisizione di consapevolezza di sé. Ma siamo molto lontani dal tempo in cui alle donne sarà permesso scegliere cosa fare della loro vita e dei loro guadagni. Di cosa si tratta? «Quando alla fine della loro crescita, i bachi realizzano il bozzolo, emettono un filamento continuo, lungo fino a un chilometro e mezzo. Dunque, la prima lavorazione (chiamata trattura) prevede di svolgere questo filamento e fare a ritroso il lavoro che i bachi hanno fatto con pazienza per costruirsi il bozzolo. Unendo più filamenti si forma il filo di seta, che dev’essere robusto, coeso e il più possibile uniforme. Qui stava l’abilità delle maestre filatrici, mentre le nuove addette cominciavano dai lavori più semplici. Nelle filande che non si erano dotate del vapore, venivano impiegate per muovere gli aspi. Giravano l’aspo e osservavano la maestra filatrice. Poi, con il tempo, venivano messe a trarre la seta dai bozzoli fino a diventare anch’esse delle vere e proprie maestre.  

Considerata la delicatezza dell’operazione di formazione del filo di seta, le direttrici della filanda avevano il compito di sorvegliare il lavoro delle maestre. Nelle filande di maggiori dimensioni, che occupavano anche due-trecento addette il lavoro si protraeva fino a nove mesi l’anno» racconta la professoressa. Dopo le riforme di fine Ottocento, si parla di dodici ore al giorno di lavoro a cui erano associate delle malattie professionali. «Anemia, problemi pelvici, reumatismi e affezioni broncopolmonari legati all’ambiente e alle condizioni di lavoro lasciavano il segno sui corpi delle donne». Un giornale dell'epoca, in occasione di uno dei primi scioperi, scriveva che se qualcuno aveva il diritto di chiedere un miglioramento delle condizioni di lavoro e una retribuzione dignitosa, erano proprio le filandaie. Non si erano mai viste donne così mal pagate in relazione al lavoro che svolgevano: 13 ore di lavoro per un compenso giornaliero di 30-40 carantani (la moneta dell’epoca). Cosa si comprava con 40 carantani? «Il compenso giornaliero di una maestra filatrice consentiva di comprare tre litri di vino o cinque litri di latte. È difficile fare un confronto retributivo con gli uomini, perché la filanda era un ambiente femminile. Il fatto che fossero esclusivamente le donne a essere impegnate in questa attività giustificava probabilmente un livello retributivo così basso. Se guardiamo a uno dei rari uomini presenti nelle filande, il facchino che svolgeva un lavoro di fatica ma non certo qualificato, vediamo che veniva pagato oltre il doppio di una maestra filatrice», prosegue Lorandini.

«Le direttrici potevano negoziare il loro compenso con il datore di lavoro. Ricevevano vitto e alloggio, e veniva loro corrisposto un compenso a titolo di rimborso delle spese di viaggio quando dovevano spostarsi per raggiungere la filanda, al momento dell’avvio dei lavori. Ricevevano inoltre una lauta mancia alla fine della stagione. Possiamo dire che le direttrici godessero di un certo riconoscimento sociale». È quanto emerge, ad esempio, dalla documentazione della filanda Bortolotti di Vigo Meano, dove sono conservate le minute di alcune lettere inviate dal proprietario, Giacomo Felice Bortolotti, a una delle sorveglianti, in cui le si rivolge in toni confidenziali e paritari. «Sono indizi – continua la docente - che ci fanno pensare che a queste donne venisse riconosciuto un profilo sociale diverso».

Il ruolo che viene assunto in questo contesto dalle donne – nuove addette e maestre filatrici - ne fa emergere in modo particolare l’importanza per il contributo economico dato alla famiglia. Ma la loro partecipazione al mercato del lavoro non si combinava con una emancipazione in senso proprio. Ci si può interrogare su quanta autonomia e capacità decisionale avessero di fronte alla scelta di entrare o meno in filanda. E poi su quanto controllo possano aver avuto sulle entrate monetarie che fornivano alla famiglia, sicuramente molto limitato se non del tutto assente. Le storie raccolte dalla documentazione della filanda Bortolotti e di altre filande trentine non sono solo reperti di un’epoca lontana, ma specchi in cui si riflettono le contraddizioni del presente. L'indipendenza finanziaria resta ancora oggi il pilastro fondamentale per sfuggire a violenze e discriminazioni. Guardare a queste "donne di seta" significa riconoscere che la capacità femminile di agire e scegliere autonomamente non è una conquista scontata, ma un filo che va tinto e intrecciato con pazienza, generazione dopo generazione.

Di questi temi si parlerà in un seminario il 30 aprile, a Palazzo Paolo Prodi, dal titolo Donne di seta. Storie di lavoro e famiglia nell'ambito di ‘Storie di donne. L’agency femminile nella storia: un percorso diacronico’ promosso dal Club delle Storiche.