Il Progetto Odisseo nell'Anfiteatro romano di Luni ©Max Valle

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Aiace e la fragilità degli eroi

Il testo di Sofocle debutta al Tindari Festival con la consulenza letteraria di Giorgio Ieranò

23 luglio 2026
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di Daniele Santuliana
giornalista, Ufficio Web e Social media

Cosa significa portare in scena oggi un testo scritto più di duemila anni fa? E quale lavoro si nasconde dietro la consulenza letteraria di uno spettacolo teatrale? Giorgio Ieranò, ordinario di Lingua e letteratura greca al Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento, racconta a UniTrentoMag il percorso che ha accompagnato l’Aiace prodotto dal Teatro Pubblico Ligure con la regia di Sergio Maifredi e la traduzione di Maria Grazia Ciani. Lo spettacolo debutterà al Tindari Festival di Patti (Messina) il prossimo 5 agosto, con Mino Manni nel doppio ruolo di Aiace e di Odisseo.

Professor Ieranò, in cosa è consistita la sua consulenza letteraria per l’Aiace di Sofocle?

«La mia consulenza si inserisce in un lavoro che porto avanti da molti anni all’Università di Trento, anche attraverso il Laboratorio Dionysos, dedicato allo studio del teatro antico come testo da mettere in scena, non soltanto da leggere. Da tempo collaboro con registi e compagnie teatrali, con Sergio Maifredi e il Teatro Pubblico Ligure questo dialogo è diventato molto stretto. Nel caso dell’Aiace, il lavoro è nato dentro un progetto più ampio sull’Ulisse teatrale, cioè sull’Ulisse che compare nei testi drammatici antichi e che spesso è più ambiguo e problematico rispetto all’eroe dell’Odissea. La consulenza, quindi, è consistita nel confronto continuo sul testo, sui personaggi, sui nuclei tematici della tragedia e sul modo in cui far emergere sulla scena il suo significato più profondo».

Che cosa rende così interessante il personaggio di Ulisse?

«Mi interessava lavorare su un Ulisse diverso da quello che tutti conoscono. Nel teatro antico, e in particolare nell’Aiace, Ulisse non è soltanto l’eroe astuto dell’epica, ma una figura più complessa, fatta di chiaroscuri. È il rivale di Aiace, colui che ha ottenuto le armi di Achille, ma è anche il personaggio che alla fine si batte perché al nemico vengano concessi gli onori funebri. In questo gesto c’è un riconoscimento fortissimo della fragilità umana: Ulisse vede nella rovina di Aiace il destino che può toccare a tutti. È uno dei motivi per cui questa tragedia continua a parlarci».

Rispetto al testo originario, è stato necessario qualche adattamento per la messa in scena?

«Gli adattamenti sono quasi sempre necessari quando si porta in scena un testo antico. Uno dei problemi principali riguarda il coro, che nella tragedia greca aveva un ruolo fondamentale: cantava, danzava, partecipava all’azione. Oggi non sempre è possibile, o non sempre si vuole, ricreare quella dimensione. Nell’Aiace, Sergio Maifredi ha scelto di ridurre il ruolo del coro, affidandolo a un’unica voce, quella di Tommaso Imperiali. In altri casi, come nell’Ecuba, si è invece mantenuta la presenza di un coro ma con canti riscritti e musicati da Mario Incudine. Ogni volta bisogna trovare una soluzione che tenga insieme il rispetto per il testo e le esigenze concrete della scena».

Quanto conta il luogo in cui questo spettacolo va in scena?

«Conta moltissimo, perché questi spettacoli sono pensati proprio per siti archeologici e teatri antichi. Non si tratta soltanto di una cornice suggestiva: il luogo entra nel significato dell’opera. Mettere in scena l’Aiace a Tindari significa far dialogare il testo con uno spazio che ha una memoria storica e culturale fortissima. C’è anche un aspetto importante di valorizzazione del patrimonio, perché il teatro può riportare attenzione e pubblico su luoghi archeologici molto noti, ma anche su siti meno conosciuti, che grazie a questi progetti tornano a vivere».

Tradurre per il teatro è diverso dal tradurre per un libro?

«Di solito si dice di sì, e in parte è vero. In un’edizione a stampa si possono usare note, spiegazioni, apparati; a teatro tutto questo non è possibile. Però io non vedo le due pratiche come così lontane. In entrambi i casi chi traduce deve mediare tra un mondo lontano e il presente, cercando di renderlo comprensibile senza cancellarne la distanza. La differenza, semmai, è che quando traduco per un libro mi rivolgo a chi legge, mentre quando lavoro per la scena mi rivolgo prima di tutto alla compagnia, a chi fa la regia, a chi interpreterà quel testo. Sono loro che prendono il testo e lo fanno rivivere».

In concreto, qual è il momento più importante di questo lavoro?

«Per me il momento decisivo sono le prove. È lì che il testo viene davvero messo alla prova, nel senso più letterale del termine. Ci si siede intorno a un tavolo, si legge insieme, si discute ogni battuta, ogni tono, ogni sfumatura. L’attore e il regista ti chiedono: questa frase come va detta? Con rabbia, con dolore, con ironia, con lentezza? E a quel punto anche lo studioso è costretto a entrare nelle pieghe più profonde del testo. È una fase estremamente istruttiva, perché ti obbliga a capire fino in fondo ciò che hai davanti».

Ci sono passaggi dell’opera che richiedono un’attenzione particolare dal punto di vista filologico o interpretativo?

«Sì, e direi che accade con tutti i testi del teatro greco. Ogni tragedia pone problemi enormi, sia nel dettaglio linguistico sia nell’interpretazione complessiva. Basta guardare i commenti di chi studia queste opere: spesso le letture sono opposte. In altri testi di questo progetto su Ulisse, come l’Ecuba di Euripide, ci sono termini e passaggi che risultano decisivi ma anche molto difficili da rendere. Il problema non è solo trovare la parola giusta, ma capire quale visione del personaggio e del mondo il testo stia costruendo. È un lavoro molto delicato, che richiede di muoversi continuamente tra lingua, storia e scena».