L'intitolazione del Braitenberg Brain Research Hub ©UniTrento ph. Matteo Festi

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Omaggio a un visionario curioso, geniale, libero

Gli spazi di ricerca degli edifici 10 e 14 a Progetto Manifattura intitolati alla memoria di Valentino Braitenberg

1 ottobre 2026
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di Alessandra Saletti
Direttrice responsabile UniTrentoMag

«Da oggi questi spazi e questi laboratori portano il nome di Valentino Braitenberg. Non è solo un omaggio formale: è la chiusura di un cerchio. Perché il luogo in cui lavoriamo ogni giorno — questo intero polo di Rovereto, le scienze cognitive, il Dipartimento di Psicologia e Scienze cognitive e, in fondo, lo stesso Cimec — sono esistiti ed esistono in parte anche grazie a lui». Le parole del neuroscienziato e professore all'Università di Trento Giorgio Vallortigara riassumono il tono dell’omaggio sincero, affettuoso e solenne andato in scena la mattina di giovedì 1 ottobre a Rovereto, con l’intitolazione degli spazi di ricerca dell’Università di Trento a Manifattura al neuroscienziato Valentino Braitenberg.

Il nuovo nome – Braitenberg Brain Research Hub – è un riconoscimento a una figura chiave delle scienze cognitive a Rovereto e conferisce un'identità forte alle attività UniTrento nel campo delle neuroscienze, celebrando la sua visione interdisciplinare capace di intrecciare neuroscienze, robotica e impatto sociale. L’intitolazione degli Edifici 10 e 14 assume un valore particolare nel centenario della nascita di Braitenberg, celebrato nel corso del 2026 anche attraverso iniziative promosse a Rovereto e a Tubinga.

Ad aprire la cerimonia sono stati i saluti del rettore dell'Università di Trento Flavio Deflorian, della sindaca del Comune di Rovereto Giulia Robol e del vicepresidente della Provincia autonoma di Trento Achille Spinelli. La mattinata, introdotta e moderata dal direttore del nuovo Dipsco Gianluca Esposito, ha visto poi un intervento del professore di neuroscienze Giorgio Vallortigara, che ha ricordato il grande studioso assieme a tante persone che hanno conosciuto e apprezzato Valentino Braitenberg di persona o per l’eredità scientifica e umana che ha lasciato. In prima fila a raccogliere simbolicamente l’omaggio al padre, la figlia, Carla Braitenberg.

«Intitolare questo hub a Valentino Braitenberg significa riconoscere la strada fatta dall'Ateneo a Rovereto e rinnovare la nostra vocazione alla ricerca interdisciplinare» ha commentato il rettore Flavio Deflorian nel suo intervento. «Nel 1998 è stato piantato qui il seme che ha portato alla nascita e alla crescita d'eccellenza del polo di scienze cognitive. Dedicare questo luogo a Braitenberg rende omaggio a una figura chiave per il nostro Ateneo e per la città stessa: un pioniere capace di anticipare di decenni i dibattiti sull'intelligenza artificiale e sul dialogo tra neuroscienze e tecnologia. Facciamo nostra la sua eredità e a chiunque vivrà questi spazi auguro di non perdere mai quel "piacere di capire" che per lui rappresentava la vera essenza della ricerca e il motore del progresso scientifico».

«Senza Braitenberg, probabilmente, molti di noi non sarebbero qui oggi a fare il lavoro che fanno» ha poi concluso Giorgio Vallortigara. Tanti di quelli che a Rovereto sono arrivati grazie a lui, erano presenti allo svelamento della targa in suo onore. «Dare il suo nome a questi spazi non è un gesto di circostanza. È un modo di dire che tutti noi continuiamo, certo più modestamente, quello che lui ha iniziato: guardare i cervelli — piccoli o grandi, biologici o artificiali — con la stessa curiosità irriverente, la stessa voglia di costruire per capire, e la stessa allergia per i confini disciplinari che lo hanno reso, prima di tutto, un uomo libero».

Valentino Braitenberg, mente illuminata

Valentino Braitenberg nasce a Bolzano nel 1926, figlio del senatore Carl von Braitenberg, una famiglia della nobiltà sudtirolese. Cresce bilingue, italiano e tedesco, e questa doppia appartenenza, lo accompagnerà per tutta la vita, anche nei momenti in cui l'Alto Adige viveva le sue tensioni linguistiche e nazionali più aspre. Dice di sé, tuttavia, con la chiarezza un po' spiazzante che lo caratterizza: «Sono cittadino d'Europa e del mondo, e la questione della nazionalità non mi riguarda».

La carriera scientifica e accademica di Valentino Braitenberg è stata un percorso di respiro internazionale, marcato dalla volontà di leggere il presente e il futuro attraverso una prospettiva interdisciplinare. Dopo aver completato gli studi in medicina, neurologia e psichiatria a Innsbruck e Roma (1945-1954), inizia la sua attività di ricerca alla Yale School of Medicine negli Stati Uniti, dove incontra per la prima volta i pionieri della cibernetica — il matematico Norbert Wiener e il neurofisiologo Warren McCulloch, tra gli altri.

Torna in Italia e nel 1958, a Napoli, dove Edoardo Caianiello lo invita a far parte del nascente Istituto di Cibernetica. Vi rimane per un decennio. Nel 1968 si trasferisce in Germania: è tra i co-fondatori, insieme a Werner Reichardt, dell'Istituto Max Planck per la Cibernetica Biologica di Tubinga, che dirige fino al pensionamento nel 1994. Una mente illuminata, un mentore, un visionario. Il legame tra lo studioso e Rovereto affonda le sue radici nel 1998, quando l'allora rettore Massimo Egidi lo chiama a guidare il neonato Laboratorio di Scienze cognitive, primo nucleo scientifico attorno a cui poi svilupperà l'intero polo universitario roveretano.

Dal punto di vista scientifico, Braitenberg è stato, prima di tutto un neuroanatomista, di una specie assai originale. Non si limitava a descrivere il cervello fibra per fibra: cercava le regolarità, le leggi quantitative nella struttura. Studiò a lungo anche il cervelletto, cercando di capire come possa generare una precisione temporale così fine — il tipo di precisione che serve, per dire, a un musicista per suonare a tempo. Non è un caso che Valentino suonasse il violino, di cui era un cultore più che un dilettante.

Studiò soprattutto quei sistemi che oggi in neurobiologia etichettiamo come ‘piccoli sistemi di neuroni’, per esempio il sistema visivo della mosca, scoprendo un livello di precisione nel cablaggio delle singole fibre nervose che nessuno si aspettava in un cervello così piccolo.

Nel suo ufficio a Tübingen, al Max-Planck-Institut, Braitenberg concepì i celebri "veicoli pensanti", consacrati nel 1984 in un libro che dedicò, in italiano, "Alle mie creature". I veicoli pensanti sono macchinine elementari, dotate solo di sensori e motori, ma in grado di reagire a stimoli esterni. Il paradosso affascinante è che queste macchine generano comportamenti che noi umani non possiamo fare a meno di interpretare come vere e proprie emozioni: amore, aggressività, paura e simpatia. Una provocazione filosofica sottile e potente che oggi, nell'era dell'intelligenza artificiale, risuona più attuale che mai. Braitenberg, d'altronde, lo aveva previsto con largo anticipo: “Scommetto che entro vent’anni riusciremo a costruire calcolatori in grado di parlare, di capire la nostra voce e di rispondere a tono. Ci arriveremo”.