Caduta del Muro di Berlino, 9 novembre 1989 ©Associated Press/LaPresse ph. Lionel Cironneau

Formazione

Una memoria fragile

Lo studio della storia contemporanea tra educazione, politica e democrazia

15 luglio 2025
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di Lorenza Liandru
Supporto alle Relazioni istituzionali

Nelle ultime settimane, un manuale scolastico di storia contemporanea è finito al centro di un acceso dibattito politico. Si tratta del volume “Trame del tempo. Dal Novecento a oggi”, edito da Laterza e già adottato nelle ultime classi di numerosi istituti superiori italiani. Il motivo? Il testo è accusato di oltrepassare i confini della lettura critica per spingersi fino a giudizi apertamente ostili nei confronti del governo guidato da Giorgia Meloni. Il caso riporta in primo piano una questione annosa: come raccontare eventi che non sono ancora storia, ma memoria viva o addirittura cronaca?

L’argomento è affascinante e coinvolge diverse questioni rilevanti, sia sul piano culturale che politico-educativo, come la libertà di insegnamento, il delicato equilibrio tra esposizione dei fatti e interpretazioni critiche, il pluralismo delle fonti e delle narrazioni storiche. A ben vedere, però, le polemiche estive sul manuale Laterza potrebbero rivelarsi poco fondate, perché molti studenti e studentesse delle superiori non leggeranno mai i passaggi incriminati: appartengono a un passato troppo recente. Secondo alcune indagini, infatti, appena uno studente su due tratta in aula gli eventi salienti degli ultimi ottant’anni. L’altra metà si ferma alla fine del secondo conflitto mondiale, se non prima. Restano quindi fuori dagli orizzonti scolastici la guerra fredda, gli anni di piombo, la caduta del Muro di Berlino e il crollo dell’Urss, i conflitti in Medio Oriente e la nascita della questione israelo-palestinese, in poche parole gli avvenimenti che hanno plasmato il mondo così com’è oggi. La seconda metà del Novecento è quindi una pagina ignota, nonostante le Indicazioni nazionali prevedano per il quinto anno un programma che va dall’inizio del XX secolo alla globalizzazione.

Umberto Tulli, docente di Storia contemporanea al Dipartimento di Lettere e Filosofia e alla Scuola di Studi internazionali, condivide questa analisi. «Studenti e studentesse arrivano all’università con una discreta preparazione sui principali eventi della prima metà del Novecento: conoscono le due guerre mondiali, i regimi totalitari, le date e i protagonisti fondamentali», osserva. «Ma nella formazione scolastica manca del tutto l’approfondimento di alcuni snodi cruciali per comprendere il presente, come la storia dell’integrazione europea, quella delle migrazioni e la storia economica del XX secolo. Temi, peraltro, al centro di una ricca e solida produzione storiografica». Ma secondo Tulli la lacuna più grave è un’altra: «Quello che manca davvero è l’allenamento al pensiero critico. Le ragazze e i ragazzi fanno fatica a riflettere in modo autonomo, a collegare eventi, a costruire nessi tra fenomeni storici. Più che nozioni, serve capacità di interpretazione».

Le lacune in storia contemporanea non riguardano solo i più giovani. Il Rapporto Censis 2024 evidenzia un deficit culturale trasversale, che interessa tutte le fasce d’età e rivela una fragilità diffusa nel rapporto con la memoria storica e la comprensione del presente. Alcuni dati: oltre la metà degli italiani ignora che Mussolini fu destituito e arrestato nel 1943 (55,2%), il 30,3% non conosce l’anno dell’Unità d’Italia, il 28,8% non sa indicare l’anno dell’entrata in vigore della Costituzione italiana. La scarsa familiarità con la storia non risparmia neppure gli eventi internazionali più noti: il 42,1% non sa dire quando l’uomo sbarcò sulla Luna, il 13,1% ignora l’esistenza della guerra fredda, mentre un quarto della popolazione non sa indicare la data della caduta del Muro di Berlino.

Conoscere il passato, tuttavia, non è un esercizio fine a sé stesso. È un atto profondamente politico e civile. Lo ricorda il motto dell’Osservatorio sull'insegnamento della storia in Europa: “Teaching history, grounding democracy”. Un concetto ribadito anche dall’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, con la Risoluzione n. 2584 (2025), che ha rilanciato con forza il ruolo dell’insegnamento della storia contemporanea nella formazione alla cittadinanza. Il testo invita gli Stati membri a “prevedere spazio e tempo sufficienti per esaminare correttamente le complessità e le implicazioni della storia del XIX e del XX secolo”, soprattutto in relazione agli “argomenti storici delicati e alla questione della memoria”. Non solo: si sollecita l’inserimento nei programmi scolastici dello studio dei regimi totalitari e dei movimenti ideologici violenti che hanno segnato l’Europa nel Novecento e oltre.

«Lo studio della storia non serve per imparare una lezione», commenta Tulli. «La storia insegna la complessità: dei fenomeni, delle interpretazioni, dei punti di vista. E la molteplicità delle prospettive fa bene alla democrazia». Aggiunge: «Lo vediamo chiaramente: le democrazie nel mondo non stanno attraversando un buon momento. In molti Paesi, i governi stanno intervenendo attivamente sulla didattica della storia, con l’obiettivo di costruire una narrazione unica, semplificata, spesso nazionalista. Basti pensare a quanto accaduto negli Stati Uniti durante il primo mandato di Trump, quando si è cercato di ridimensionare i programmi scolastici mettendo ai margini la storia della schiavitù, come inizialmente proposto dalla 1776 Commission. Eppure, è un capitolo fondamentale della vicenda americana».

C’è però un dato che sorprende (e rincuora): la voglia di conoscere la storia contemporanea non manca affatto. Solo, si esprime in forme nuove e più libere. I podcast storici scalano le classifiche Spotify, le lezioni pubbliche fanno sold-out nei teatri italiani, alcuni storici sono star da milioni di visualizzazioni su YouTube. Profili Instagram e TikTok gestiti da giovani divulgatori raggiungono migliaia di utenti con contenuti brevi e d’impatto. Anche la tv si occupa di storia contemporanea, con programmi e canali dedicati. «C’è un desiderio diffuso di conoscenza storica, che secondo me si estende anche alle altre discipline umanistiche, spesso bistrattate», osserva Umberto Tulli. «Lo dimostrano anche il successo dei festival come "La Storia in Piazza" di Genova o le lezioni di storia promosse da Laterza». Ma non tutte le forme di narrazione storica sono uguali: «Eventi pubblici e conferenze mantengono un approccio tradizionale. Diverso è il caso di film e videogiochi, che rispondono a logiche narrative e commerciali ben distanti dal rigore della ricerca storica. In questo panorama si inserisce un ambito in crescita: la Public History. È un campo di studio e di pratica che si propone di portare la storia fuori dall’università, in dialogo con pubblici diversi – scuole, musei, media, luoghi della memoria – senza rinunciare alla complessità. Non si tratta di semplificare, ma di coinvolgere: far sì che le persone entrino nella logica della ricerca storica e diventino parte attiva della narrazione del passato».

L’Università di Trento è in prima linea in questo campo, grazie al corso interateneo con l’Università di Verona che propone un percorso unico in Italia: “Storia pubblica e forme della memoria, dedicato proprio a formare storici in grado di comunicare e costruire il sapere storico insieme alla società.