Va alle radici del fenomeno Trump. Spiega il processo di lungo termine che ha portato alla sua elezione come presidente degli Stati Uniti, le ragioni della sua inefficacia, il nuovo assetto mondiale e il ruolo dell’Occidente. Ma soprattutto stimola studentesse e studenti che affollano l’aula Kessler e quelle videocollegate ad approfondire. Perché non basta informarsi, occorre studiare. Ospite del benvenuto alle matricole di Sociologia del 17 settembre Andrew Spannaus, giornalista e analista politico americano, docente universitario, fondatore della newsletter Transatlantico.info e commentatore per varie testate. Come nel podcast originale di Radio 24 “That’s America” e nei suoi libri, anche all’Università di Trento ha aiutato a comprendere meglio gli Stati Uniti e il loro peso negli equilibri mondiali.
L’incontro si è aperto con i saluti di Marco Brunazzo, direttore del Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale, e del rettore dell’Ateneo, Flavio Deflorian. Che hanno sottolineato il valore iconico della Sociologia nelle origini dell’Università di Trento e la sua attualità nello studiare la società per cercare di capirla meglio, per essere protagonisti del proprio tempo. Le matricole seguono con attenzione, animano il dibattito con diverse domande. Prima di andare agli stand informativi su servizi e opportunità per vivere l’esperienza universitaria con intensità, si intrattengono ancora con Spannaus per qualche ulteriore confronto.
Nel suo intervento Spannaus critica i dibattiti nei quali non si approfondiscono le questioni. Cita una trasmissione tv di giugno in cui si parlava dell’Iran che arricchisce l’uranio al 60% come se fosse una preoccupazione nuova senza sapere che è qualcosa che accade già da quattro anni: «Molte delle persone che intervengono non sanno di cosa stanno parlando». C’è poi troppa ideologia: «In tv in Italia tre quarti delle persone dicono qualcosa in base alla loro posizione. E i fatti vengono manipolati per difenderla. Invece di un dibattito onesto per capire la realtà, si spinge una posizione ideologica verso la polarizzazione». Rivolto alle matricole, le incoraggia ad andare in profondità, a conoscere davvero la materia della quale si occuperanno.
A più riprese ribadisce che è molto importante capire il background, studiare e approfondire anche sui libri oltre che informarsi sull’attualità.
Spiega le trasformazioni che hanno portato gli Stati Uniti ad avere un presidente come Trump. Innanzitutto, dalla fine degli anni Sessanta, il cambiamento economico post-industriale. Con un peso crescente e prevalente della finanza e di servizi nel nome dell’efficienza. Ma per contro la progressiva chiusura di fabbriche, la perdita di posti di lavoro, un progressivo impoverimento della classe media e delle classi più basse. «Nello spazio di 35 anni l’economia ha continuato a crescere, ma la maggior parte delle persone si sentiva sempre più povera. Nel 2008 poi è scoppiata la grande crisi finanziaria. La risposta dei governi è stata insufficiente, limitata. Obama stesso non è riuscito a dare una risposta adeguata. Qui abbiamo le basi per la rivolta populista».
Trump ha sfruttato questo malessere. «Nella sua campagna elettorale ha parlato molto di economia e è riuscito a far passare il messaggio degli immigrati che portano via posti di lavoro, anche se in realtà svolgono i lavori meno pagati».
Ma l’elettorato ora comincia a essere critico: il miglioramento economico non si vede, anzi. «Trump è stato poco efficace perché caotico e superficiale. Non ha fatto gli investimenti che servivano. Biden era stato più efficace. Trump ha però iniziato il cambiamento di paradigma nel suo primo mandato». E spiega: «Ora siamo nella fase post globale: abbiamo deciso di correggere alcuni errori della globalizzazione». Per Spannaus il protezionismo «non è una cosa terribile», se ben calibrato e applicato.
Spannaus si concentra poi sullo scontro culturale, sulla politica trumpiana che porta a rimuovere le pagine di storia più scomode, come la schiavitù, per parlare solo delle cose positive. Trump chiede anche ai musei di fare questa operazione, riferisce. «È diventato il guerriero culturale per eccellenza». Contro le leggi vuole allontanare gli immigrati, arrestare, licenziare persone. «Anche i dazi sono illegali perché sarebbero competenza del Congresso. Negli Stati Uniti il presidente non può fare tutto ciò che vuole. Trump fa cose illegali, palesemente anticostituzionali. Per gli Stati Uniti vedo un grosso rischio, sono preoccupato», confida l’ospite.
E di fronte alle grandi crisi internazionali aperte? «Trump ha promesso tanto e ha credito da parte degli americani per cercare di fermare le guerre. Non è stato capace di farlo in Medioriente perché il suo metodo di fare la voce grossa si è rivelato fallimentare e Netanyahu ha dimostrato di essere in grado di manipolare Trump e di trascinarlo dove vuole. Con Putin non è stato molto efficace. Penso sia giusto creare dialogo con Putin, però ci sono dei problemi sostanziali che bisogna affrontare. Non è sufficiente dire di voler parlare e trovare un accordo».
Nel nuovo assetto mondiale, qual è il ruolo dell'Occidente? «Siamo in un momento molto delicato e penso che l’Occidente debba affermare i propri principi e i propri obiettivi molto meglio di quello che non abbia fatto negli ultimi 40 anni con la globalizzazione e trovare il modo di dialogare e cooperare con altri paesi e parti del mondo che non hanno i nostri stessi valori.
L’identità dell’Occidente non è di essere guerrieri per i nostri interessi rispetto agli altri, ma avere chiari i successi della civiltà occidentale e utilizzare questo come esempio per cercare di portare altri a dialogare su questa base. Ciò si fa rispettando gli altri perché la sovranità è una realtà che non possiamo ignorare e questo ci costringe a volte a fare dei compromessi. Se invece diventiamo ideologici e rigidi, finiremo in uno scontro disastroso».




