«Ho preso 4 solo perché la prof. ce l’ha con me, ma io valgo molto di più!». Come mamme di adolescenti abbiamo osservato varie volte questa e altre reazioni di protesta contro il sistema di valutazione. Espressioni che ci mettono sempre in discussione. Abbiamo chiesto di aiutarci a comprenderle meglio ad Anna Serbati, coordinatrice del Formid – Teaching Learning Center di Ateneo e membro del Comitato direttivo del Centro di Ateneo per la Formazione degli Insegnanti e i Rapporti con la Scuola (Firs), pedagogista ed esperta di valutazione formativa.
Professoressa Anna Serbati, hanno ancora senso i voti malgrado alcuni studenti e alcune studentesse si sentano “ridotti a un numero”?
«Il discorso è molto ampio e porta a riflettere sulla necessità di accompagnare il “voto” (giudizio sintetico spesso vissuto dai ragazzi appunto come sanzionatorio) con la “valutazione”, ossia con un momento di restituzione da parte dell’insegnante sia degli errori fatti che delle strategie per colmare le lacune. Valutazione dunque come punto di partenza per costruire e migliorarsi.
La nostra attività di ricerca ci indica la necessità di passare da una valutazione solo “sommativa” a una valutazione “formativa”, che favorisce lo sviluppo di meccanismi metacognitivi e evita la frustrazione di un voto basso che, se seguito da altri, induce i giovani a perdere la fiducia in se stessi e a gettare la spugna».
Fino a che punto il disagio di alcuni studenti e studentesse nei confronti del voto è reale o può diventare un alibi per fare “meno fatica”?
«Non tutti gli studenti hanno uguale impegno, motivazione e volontà di mettersi in gioco, però ognuno può e deve essere messo nelle condizioni di arrivare al proprio meglio, che non necessariamente sarà un voto alto.
Ciò che la scuola può fare, affinché il meglio di ognuno emerga, è creare una situazione di apprendimento che aiuti i giovani a capire il mondo intorno a loro, a interpretarlo in modo critico, a coglierne le problematicità e a proporre soluzioni. Questo approccio sviluppa competenze cosiddette “trasversali”: accettare i punti di vista diversi, saper argomentare i propri, lavorare con gli altri in contesti cooperativi, stare al passo con la velocità dei chatbot.
Fermo restando che la scuola debba comunque promuovere e certificare delle conoscenze, è altrettanto importante che essa aiuti i ragazzi a vivere in società in modo sereno ed efficace.
Inoltre, mettendo in atto la valutazione formativa, l’insegnante trasmette anche un messaggio potentissimo: tengo a te, mi interessa la tua crescita, amo la materia».
Quindi non solo contenuti da mettere in testa ma un invito a metterci la testa… e il cuore?
«Esatto, come figure adulte di riferimento abbiamo la responsabilità di aiutarli a decifrare ciò che avviene attorno a loro e a porsi in modo attivo di fronte alla complessità della realtà. A tal fine possono essere adottate pratiche innovative di insegnamento, sempre più diffuse nelle scuole, quali ad esempio lavori di gruppo, soluzione di piccoli problemi reali, o l’assegnazione di progetti di media durata che consentono al docente di veicolare suggerimenti in corso d’opera e agli studenti e studentesse di “aggiustare il tiro” prima che venga assegnata la votazione finale. È infatti scientificamente provato che le situazioni più autentiche aumentino la motivazione nello studio e il coinvolgimento dei ragazzi diminuendo così il pericolo di drop out. Una volta che li si perde è difficilissimo recuperarli e quello sì che è un fallimento grandissimo (per noi adulti però)».
Verifiche a scuola e prove nel mondo reale: parrebbe scontato che i giovani siano chiamati a superare esami - e relativo giudizio - che non mancheranno nemmeno nel mondo adulto…
«Creare una nuova cultura valutativa non significa abbandonare il giudizio, visto che la scuola è comunque chiamata a certificare gli apprendimenti e visto il valore legale del titolo che rilascia, ma il voto non può sostituire completamente la valutazione, che prevede anche l’indicazione di come studenti e studentesse possano migliorare il proprio apprendimento.
Il mondo in cui viviamo è sempre più orientato verso la performance (fare bene, fare meglio degli altri e più veloce degli altri) e in questo rischio cadiamo anche noi genitori, che riponiamo aspettative così alte sui figli che a un certo punto rischiano di non sopportare la pressione e crollare».
Registro elettronico: l’inizio della fine di un dialogo tra genitori e figli e tra famiglia e scuola. È opportuno fare un passo indietro? E se sì, come?
«Non va demonizzato lo strumento di per sé. Da solo il registro non è negativo: può attivare situazioni positive, quali la trasparenza, la conoscenza dei contenuti svolti a scuola, ma anche situazioni critiche, nel caso ad esempio della valutazione. Una situazione tipo è la pubblicazione del voto in orario scolastico, dando la possibilità ai genitori di visionarlo in anticipo rispetto ai diretti interessati: questo innesca spesso - in caso di voto negativo - una reazione a catena di messaggi con richieste di spiegazioni e tentativi di giustificazioni improvvisate ancora prima che il figlio abbia potuto prendere coscienza della valutazione ed elaborarla.
Sarebbe preferibile, ad esempio, rimandare la pubblicazione formale del voto sul registro elettronico, facendolo precedere da un momento di spiegazione da parte del docente e di rielaborazione da parte del/la singolo studente».
Che ruolo hanno lo smartphone e i social in tutto questo? È un bene vietare i cellulari in aula?
«Gli studi dimostrano che le distrazioni e la velocità dei social non aiutano la concentrazione però la mia paura nei confronti dei meccanismi coercitivi è la reazione opposta, ossia l’utilizzo di nascosto, o come sfida e provocazione. Serve anche in questo caso una posizione intermedia. Vanno spiegati ai ragazzi i motivi, i problemi legati all’utilizzo del cellulare, e anche la famiglia in questo ha una parte importante.
Ci possono essere delle modalità di utilizzo canalizzato di questi strumenti da parte della scuola, ad esempio proponendo quiz, attività, ricerche, e insegnando a sfruttare in modo adeguato le sue enormi potenzialità. Stesso discorso vale per l’uso dell’Ia, strumento utilissimo, se lo studente è chiamato a rielaborare criticamente gli output. In questo modo si ha la possibilità di gestire la tecnologia in modo mediato e ragionato, facendone oggetto di discussione, stimolando la capacità critica».
Georgia ed io ci guardiamo stupite ed entusiaste del mondo che la chiacchierata con la docente ci ha aperto: “Peccato che nessuno ci aiuti a vedere gli errori e a suggerirci le strategie di miglioramento, se non i figli stessi, che però non hanno con noi la stessa pazienza che alcuni insegnanti hanno con loro. Cercasi disperatamente Formid e Firs per genitori”.




