Living with Grace. Dal 26 al 29 marzo l’Ateneo e la città di Trento si animeranno con una serie di eventi rivolti alle scuole, alla cittadinanza, alla comunità accademica e studentesca, per condividere riflessioni e buone prassi sul tema della crisi climatica. L’argomento verrà affrontato da più punti di vista: scientifico, etico-filosofico, comunicativo, giuridico, attraverso seminari, laboratori e dibattiti tenuti da esponenti di ogni settore. A introdurci nel festival è Tiziana Faitini, coordinatrice scientifica del progetto Erasmus+ Jean Monnet.
Professoressa Faitini, partirei dal titolo “Vivere con grazia”. Chiedendone il significato alla AI, ho trovato: “vivere con dignità, compassione e resilienza, coltivando l'accettazione, la gratitudine e la pazienza”. Quanta parte ha la grazia nella possibile soluzione del problema climatico?
«Il titolo lo abbiamo cercato con cura per suggerire un nuovo modo di abitare la porzione di mondo che ci ospita. La gratitudine, secondo noi, è il punto di partenza per aggiustare il tiro rispetto agli ultimi secoli, durante i quali l’umanità ha vissuto il pianeta mettendosi al centro invece di capire l’importanza dell’interconnessione tra esseri viventi e ambiente. Ci serve un altro stile, che lasci un’impronta leggera e equilibrata. Armonica e aggraziata, come in un passo di danza».
Come vi è venuta questa idea e quali sono le finalità dell’iniziativa?
«Il festival intende coinvolgere le persone che, se in relazione tra loro, possono giocare un ruolo chiave nello scenario climatico. Parlo di comunità studentesca, accademica, scolastica, cittadinanza, istituzioni. Perché, alla fine, le “istituzioni” siamo noi e possiamo cambiarle col nostro lavoro al loro interno oppure mettendoci in opposizione costruttiva e coordinata con esse».
Quali istituzioni interverranno al festival?
«Ci sono due interventi salienti che porteranno testimonianza di ciò che si può fare a livello internazionale per gestire la crisi climatica. L’europarlamentare ambientalista Annalisa Corrado ci racconterà nuove forme di economia circolare e di riduzione del consumo energetico, e il procuratore generale Antonio Gustavo Gómez ci spiegherà il ruolo fondamentale della giurisprudenza nella punizione e risarcimento in caso di danni ambientali. Il film che proietteremo, infine, “Il sale della terra” (Wim Wenders) ci racconterà della figura straordinaria del fotografo Sebastião Salgado, che si è dedicato alla scoperta della natura incontaminata e a un ambizioso progetto di riforestazione mostrandoci come, anche grazie al lavoro delle istituzioni, ci si possa prendere cura della porzione di mondo che ci è capitata, facendola diventare un bellissimo parco».
Può spiegarci meglio cosa possiamo fare quotidianamente per affrontare il problema climatico?
«Singolarmente possiamo operare scelte consapevoli nei nostri consumi, alimentazione, modo di viaggiare, ma questa è solo una piccola parte. Il festival intende da un lato mettere al corrente del problema, dall’altro dare la fiducia che si possa innescare un circolo virtuoso mettendosi in dialogo e facendo massa critica. Per “critica” non intendo però distruzione o opposizione, ma ragionamento creativo e propositivo».
È questa la “cittadinanza attiva” che promuove il progetto Jean Monnet?
«Esatto. E per costruire una cittadinanza attiva si deve partire dalle scuole che sono il nostro target principale. Allo stesso tempo vanno stimolate e formate anche le istituzioni partendo da noi stessi/e. Per essere cittadini e cittadine attivi/e bisogna prima diventare consapevoli, e la consapevolezza non può prescindere dalla formazione e da una corretta informazione».
A proposito di informazione, che ruolo ha la comunicazione nel coinvolgimento della cittadinanza?
«Cruciale, tanto è vero che dedichiamo diversi laboratori allo storytelling e a nuove forme di narrazione quali i podcast. Le parole possono trasformare la realtà e suscitare in noi risposte emotive opposte. Se sento parlare di “cambiamento climatico”, ad esempio, mi allarmo meno rispetto all’espressione “crisi climatica”. Un cambiamento è meno urgente di una crisi, anzi, potrebbe sembrare del tutto normale. Noi invece vogliamo comunicare l’urgenza del problema, anche perché non si tratta solo di crisi ambientale ma anche sociale, se pensiamo alle persone costrette a lasciare le loro terre a causa di siccità, desertificazione, cataclismi naturali».
Quando si sente parlare di crisi la prima reazione può essere di ansia, frustrazione e impotenza o, peggio ancora, di resistenza, indifferenza, fino ad arrivare alla negazione. Come vi proponete di coinvolgere le persone senza che si sentano sopraffatte o indifferenti?
«Questo è un punto fondamentale, tanto è vero che abbiamo dedicato alcune sessioni (principalmente rivolte a insegnanti delle scuole superiori) alla gestione delle emozioni anche con l’utilizzo di nuove pratiche didattiche. La sfida è riuscire a trasformare l’ansia, la lamentela sterile e la rabbia in emozioni che non blocchino, che non isolino ma che aprano e mettano in relazione, a convertire la preoccupazione in azione diffusa, pur rimanendo consci che il problema non si possa “risolvere” ma “gestire”, una sfumatura linguistica, anche in questo caso, non da poco. Intendiamo nutrire la fiducia e invitare a uno spazio di azione in cui la singola persona e la collettività si possano esprimere lasciando la propria impronta».
“Lasciare la propria impronta”, come verrà proposto dall’artista e antropologa Lorena Martinello attraverso la realizzazione collettiva di Mycelium, un’opera partecipativa che mostrerà che, come l’apparato vegetativo dei funghi, siamo profondamente interconnessi e ognuno/a nel suo piccolo e tutti/e insieme possiamo realizzare grandi cose.
Il programma completo del festival e il link di prenotazione, necessaria solo per i workshop didattici, sono disponibili a questa pagina




