Challenge alla Soi ©UniTrento ph. Federico Nardelli

Formazione

La sfida del mettersi in gioco

Con il challenge based learning l’aula diventa laboratorio, dove anche chi insegna impara. A maggio nuova occasione per docenti

5 marzo 2026
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Paola Siano
giornalista Ufficio Stampa e Relazioni esterne

Dalla chimica dei fiori edibili al cioccolato senza cacao: la didattica abbandona la cattedra per scendere in campo. Attraverso il challenge based learning, studenti, studentesse e docenti costruiscono insieme soluzioni reali a sfide industriali e sociali. Dal 20 al 22 maggio la rete Eciu riapre la sfida internazionale a Stavanger rivolta a professori e professoresse UniTrento (scadenza per le iscrizioni il 12 maggio) che vogliono progettare nuovi percorsi formativi basati sul metodo cbl. Ilaria Pertot ed Eugenio Aprea, entrambi afferenti al Centro Agricoltura Alimenti Ambienti C3A raccontano la loro esperienza.

È come insegnare a giocare a calcio spiegando la teoria dei passaggi, oppure consegnare il pallone e dire: “Giocate”. Per Eugenio Aprea, professore di Chimica degli alimenti al C3A, la differenza è tutta qui. «Quando sei in campo impari davvero: sbagli, ti confronti, ti affidi ai compagni. È questo lo spirito della challenge». Insieme a Ilaria Pertot che insegna Patologia vegetale al C3A, ha portato questo approccio dentro e fuori dall’aula, partecipando e organizzando tre challenge alla School of Innovation (Soi) dell’Università di Trento e prendendo parte come docente alla challenge internazionale di Stavanger, nell’ambito della rete European Consortium of Innovative Universities (Eciu).

La prima sfida, nel 2023, è stata dedicata ai fiori edibili: Flowers Gourmet. L’obiettivo? Trovare strategie per ampliare il consumo di fiori come violette, nasturzi o bocche di leone, non solo come decorazione ma come alimento ricco di antiossidanti. Dopo una fase di lezioni online, studentesse e studenti dottorandi provenienti da diversi paesi e discipline si sono ritrovati a Trento per un hackathon, una full immersion, di tre giorni. Team multidisciplinari, brainstorming, selezione delle idee, costruzione del prototipo e pitch finale davanti all’azienda. La seconda challenge, New Ideas to Revolutionize the Future of Plant-Based Food, ha riguardato il Mopur, un affettato vegetale ad alto contenuto proteico ottenuto da glutine e legumi. Anche qui la sfida era concreta: come comunicarlo e posizionarlo in un mercato affollato, valorizzandone il profilo “high protein” e la sostenibilità? Le soluzioni non sono state adottate integralmente, ma hanno offerto conferme strategiche e spunti raccolti dalle aziende, dal packaging al marketing. Infine, nel 2025 la sfida Shaping the Future of Chocolate ha messo al centro la carruba come alternativa sostenibile al cacao. Partner è stata un’azienda, che produce un “cioccolato” senza cacao fermentando la carruba. Una risposta ai problemi ambientali e sociali legati alla filiera del cacao: deforestazione, consumo idrico, sfruttamento del lavoro minorile. La carruba, coltivata in area mediterranea, è già ampiamente usata per la farina di semi (addensante nei gelati), ma il 90% del frutto resta sottoutilizzato. La challenge ha chiesto agli studenti di immaginare come posizionare e comunicare questo prodotto in un mercato saturo. 

Il metodo è quello del challenge based learning. Per i due docenti non è solo un format: è un cambio di paradigma. «Oggi la lezione frontale pura non ha più senso – spiega Pertot – perché le informazioni sono ovunque. Il nostro compito è dare strumenti per fare qualcosa che ancora non esiste. La challenge costringe a esercitare spirito critico, a verificare le fonti, a costruire soluzioni originali che non si possono delegare all’intelligenza artificiale». Eugenio Aprea, che insegna chimica degli alimenti, racconta di aver iniziato a co-costruire il corso con gli studenti e le studentesse. E da questo modo di lavorare, nasce un arricchimento reciproco. «Ho notato che quando devono fare qualcosa senza nessuno schema predefinito o vincoli approfondiscono molto di più. Si rendono conto che si tratta di un prodotto che è tutto loro. Io, per esempio, fino a due anni fa non sapevo che ci fosse una vasta letteratura scientifica sulla lasagna e l’ho scoperta grazie a loro. Ho visto inoltre che chi viene dall’estero ci tiene ad approfondire prodotti della propria famiglia». Dietro la chimica emergono cultura, convivialità, antropologia. E il docente impara insieme alla classe.

Da docenti a discenti. Nel 2024 Pertot e Aprea hanno partecipato a una challenge a Stavanger (Norvegia) riservata a professori e professoresse. «Il tema generale della sfida riguardava i cambiamenti climatici – racconta Aprea – ma si traduceva in azioni concrete, come per esempio ridurre il consumo d’acqua in un condominio. Abbiamo lavorato in gruppi per scegliere e sviluppare la soluzione migliore. Persone da paesi e discipline diverse hanno permesso uno scambio non solo tecnico, ma anche di approccio creativo al problema. Io, ad esempio, sono timido, ma il nostro gruppo ha fatto il pitch su un palco di teatro. Così impari a presentare le idee e a collaborare con gli altri: si costruisce spirito di squadra, correggendo errori e facendo passi avanti in tempi rapidissimi, spesso 24-48 ore. È il modo più efficace per capire l’impatto reale di questo approccio». Oggi anche la comunità di pratica di Ateneo sta lavorando per proporre nuove challenge anche ai docenti di UniTrento, mentre la rete Eciu ha aperto un nuovo bando per partecipare alla prossima esperienza internazionale, a maggio, sempre a Stavanger. Perché consigliarla a colleghi e colleghe che non l’hanno mai provata? «Perché è un vero confronto con metodi didattici diversi. Noi italiani abbiamo il nostro background, la nostra mentalità nell’insegnare, ma in altri paesi funziona in modo differente. Partecipare ti mette davvero in gioco, comprendi lo spirito della challenge e apprezzi il valore del metodo quando lo riporti nel tuo contesto»», spiega Pertot. «Capisci cosa significa essere dall’altra parte – aggiunge Aprea – vivere il disorientamento iniziale. Quando poi riporti la challenge in aula, sai cosa chiedi ai tuoi studenti». L’invito è chiaro: provare. Perché, tornando alla metafora iniziale, si può spiegare a lungo come si gioca a calcio. Oppure si può entrare in campo, passarsi il pallone, sbagliare un tiro e riprovare. Questo vuol dire trasformare la didattica in un laboratorio vivo, dove anche chi insegna continua a imparare.