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Formazione

In fondo alle parole

Traduzione e intelligenza artificiale, rischio o opportunità? Antonio Bibbò (Dlf): «L’equilibrio è nella formazione»

26 marzo 2026
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Paola Siano
giornalista Ufficio Stampa e Relazioni esterne

Quello della traduzione è stato uno dei primi ambiti di applicazione dell’intelligenza artificiale. Oggi queste tecnologie stanno diventando sempre più sofisticate e precise. Dando vita a una serie di riflessioni - dal rischio per il futuro professionale di chi lavora in questo settore alla criticità che si lega alla responsabilità morale e giuridica delle traduzioni, alla qualità del prodotto finale fino alla considerazione delle ripercussioni ambientali dell’uso dell’ia. Ne parliamo con Antonio Bibbò, professore di Lingua, traduzione e linguistica inglese al Dipartimento di Lettere e Filosofia

Che cosa vuol dire tradurre un testo? Un materiale che non è fatto solo di parole, ma è anche voci, stile, sentimento, personalità. «È un’azione necessaria che fa parte della nostra vita. La traduzione è fatta di gesti, conoscenza delle parole, capacità di riconoscere messaggi, trasmissione di saperi, mescolanza di culture».  La visione che Antonio Bibbò ha del suo lavoro ci porta lontano nel tempo, a quando le parole viaggiavano con i popoli, con i mercanti, con gli eserciti. E il loro era un bagaglio anche di saperi, modi di dire, usanze che inevitabilmente finivano per influenzare la lingua dei luoghi di origine. «Va contrastata l’idea di equivalenza. Cioè che tradurre sia il semplice passaggio di un pacchetto da A a B, da un vocabolario a un altro, da una lingua a un’altra. In questo passaggio ci possono essere infinite scelte che l’intelligenza artificiale non è ancora in grado di contemplare», spiega il docente che a più riprese, nel corso della nostra intervista, torna su questo aspetto. Il concetto di polisemia, ossia la capacità di una parola di possedere molteplici significati correlati tra loro, basati sul contesto di utilizzo, può essere maneggiato solo superficialmente da un traduttore automatico basato sull’intelligenza artificiale. Il punto è questo. Senza dubbio l’intelligenza artificiale ha cambiato il modo di lavorare, ma non mancano i distinguo. «Per quanto riguarda la traduzione, il lavoro è cambiato sia da un punto di vista della formazione che da un punto di vista del” prodotto”. Soprattutto nella traduzione di testi specialistici che vanno dai bugiardini delle medicine ai manuali di istruzione, a lavori meno creativi e più informativi», riflette il professore. «Per quanto riguarda la traduzione editoriale – continua – che comprende saggistica, romanzi, opere letterarie, si tratta di un mercato diverso: le case editrici ora introducono spesso una clausola nel contratto che prevede delle ammende nel caso in cui il traduttore utilizzi metodi di intelligenza artificiale».
Se da un lato l’ia può essere un supporto per velocizzare certi passaggi, come può essere la sintesi di un grosso volume (anche se non sempre affidabile), dall’altro rischia di abbassare gli standard qualitativi delle traduzioni, di appiattire la bellezza e la ricchezza di una lingua, di standardizzare l’utente finale. «Questi sistemi non fanno scelte interpretative – sottolinea Bibbò – sono sistemi che non si chiedono, non si domandano chi è il lettore, ma traducono per un ideale pubblico generale indefinibile. Mentre un traduttore umano si chiede quale sarà il suo pubblico». Si crea quindi un rapporto umano che nessuna macchina potrà sostituire. Il discorso diventa ancora più complesso se si pensa a testi come poesie, filastrocche, soprattutto quelli in cui troviamo rime, parole dialettali. «Le lingue non standard sono impossibili da tradurre in maniera automatica. Perché, ancora una volta, il sistema non è adatto a fare scelte creative, innovative. E magari, potrà anche produrre una traduzione apparentemente “corretta” e scorrevole, ma quanto tempo impiegheremmo poi per la revisione che la renda anche una traduzione interessante?» pungola il professore.
Dal punto di vista della formazione e della didattica, l’Università di Trento sta facendo molto, ci dice. «Nei nostri corsi siamo impegnati a promuovere un utilizzo consapevole di questi strumenti, senza pregiudizi né paura. Possono diventare parte integrante della didattica. Per esempio, analizzando le traduzioni fatte da intelligenza artificiale, approfondendo le scelte che ha fatto e mettendole a confronto con traduzioni fatte da persone».  
Un altro aspetto da non trascurare e che è al centro della riflessione di Antonio Bibbò, è il forte impatto ambientale e sociale dell’intelligenza artificiale. «La traduzione è ecologia. Mantiene in vita le lingue che sono degli ecosistemi che garantiscono la sopravvivenza del genere umano». 
Quali sono dunque gli scenari che si profilano per il settore della traduzione? Si può considerare a rischio? Microsoft ha classificato i traduttori tra le professioni più esposte nel 2025. «Sicuramente ci sono dei tagli – risponde il professore – ma c’è anche una maggiore specializzazione delle figure professionali, soprattutto nell’ambito delle traduzioni di scritti tecnici. Per quanto riguarda invece la traduzione editoriale l’intelligenza artificiale non rappresenta ancora un problema della stessa magnitudine. Il lavoro tra chi traduce, l’autore del testo, la casa editrice, i revisori è una polifonia di voci ancora oggi essenziale». In questo scenario in rapido mutamento, la sfida non sembra essere quella di scegliere tra umano e macchina, ma di ridefinire il loro equilibrio. L’intelligenza artificiale può affiancare, accelerare, suggerire; ma tradurre resta, prima di tutto, un atto interpretativo, culturale e profondamente umano.