Sono circa mille le educatrici e gli educatori professionali formati a partire dal 1986 in Trentino, con un corso di laurea che oggi accoglie quaranta matricole all’anno. Nel 2026 ricorrono i quarant’anni dall’avvio della formazione e i venti dall’incardinamento a UniTrento, celebrati il 10 aprile a Rovereto con l’evento “Formare educatori professionali. Con i più fragili una sfida per il cambiamento personale e comunitario”. Dario Fortin, professore di Pedagogia generale e sociale al Dipartimento di Psicologia e Scienze Cognitive e responsabile del corso, ne traccia tappe, evoluzioni e prospettive.
La formazione in Educazione professionale nasce in un contesto storico davvero fertile per il Trentino, negli anni Ottanta, quando il post-Concilio Vaticano II e l’eco del ’68 fanno crescere volontariato e impegno contro le ingiustizie sociali. «Il Trentino ha avviato iniziative legislative nel settore sociosanitario che hanno aperto la strada al resto d’Italia. In quel fermento di associazionismo e cooperazione sociale, con una nuova legge provinciale sulla marginalità, la Scuola regionale di Servizio sociale - oggi Fondazione Franco Demarchi - ha fatto partire il corso in via sperimentale nell’86 e istituzionale nell’87», ricorda Fortin. Poi, dopo gli anni di assestamento, la svolta universitaria, con la nascita della laurea a Rovereto in convenzione con Medicina di Ferrara. L’ultima tappa è l’incardinamento nella Scuola di Medicina e Chirurgia di Trento, senza però perdere la sede a Rovereto all’interno del Dipartimento di Psicologia e Scienze cognitive.
Rispetto agli anni Ottanta e Novanta, la formazione ha tenuto l’impianto epistemologico caratterizzante originario, spiega Fortin, ma si è evoluta accademicamente: «Con il passaggio all’università, l’area professionalizzante si è integrata con la ricerca, inserendosi in un sistema nazionale e internazionale che offre nuove opportunità per didattica, pubblicazioni e terza missione». Oggi punta su un approccio biopsicosociale, ecologico e sistemico, con tirocini individualizzati e laboratori che preparano a gestire le fragilità estreme, mantenendo salda l’identità dell’educatore. Nella storia dell’Educazione professionale in Trentino c’è il Dipartimento di Psicologia e Scienze cognitive (Dipsco), che ha accolto il corso e gli ha dato uno sguardo psicologico sistemico. «Il Dipsco ha rilanciato una concezione biopsicosociale della cura, integrando sociale e sanitario in modo ecologico», racconta Fortin.
Nonostante il riconoscimento come professione sanitaria, l’istituzione dell’albo e i tassi di occupazione molto alti, la professione arranca però per retribuzioni basse e forte dipendenza dal privato sociale, dove lavora il 90% di chi intraprende questo percorso di formazione. «La perdita di potere d’acquisto post-Covid e i pochi investimenti nella sanità pubblica colpiscono anche le professioniste e i professionisti che operano in questo ambito. Ma per chi gestisce fragilità gravi serve una retribuzione proporzionata alle responsabilità: non possiamo approfittare troppo della passione di educatrici ed educatori», avverte Fortin. Buone notizie arrivano dai concorsi pubblici, sbloccati grazie a nuove collaborazioni con l’Azienda sanitaria universitaria integrata del Trentino (Asuit). Ma serve di più, sviluppo di carriera e maggiore visibilità per attrarre talenti.
Chi si occupa di Educazione e riabilitazione sociale in Trentino opera a supporto di minori e famiglie in difficoltà, senzatetto, migranti, persone con disabilità, dipendenze o problemi di salute mentale, in strutture residenziali o diurne e seguite dai servizi sociosanitari territoriali. Tra i bisogni emergenti oggi, la salute mentale giovanile, le dipendenze tecnologiche, le migrazioni complesse e gli effetti di guerre e povertà. «La pace è il principale determinante della salute, dice l’Oms, mentre la guerra rappresenta una delle principali cause di malattia, infortuni e disuguaglianze: ci si occupa di gestire traumi, conflitti e integrazione socio-sanitaria in situazioni di crisi come quelle che in Trentino hanno riguardato rifugiati politici, migranti albanesi o i feriti di guerra libanesi», riflette Fortin. La formazione di educatrici ed educatori, centrata su prevenzione e gestione dei conflitti sociali e relazionali, si rivela preziosa anche per queste emergenze globali che arrivano al cuore delle comunità locali.
Guardando avanti, nei prossimi dieci o venti anni Fortin sogna un’educazione professionale più forte come disciplina autonoma: «I territori offrono occupazione a chi sceglie questo percorso formativo. Servono però professioniste e professionisti sempre più ‘robusti’ e disponibili a sperimentare nuove risposte». Il convegno del 10 aprile sarà anche l’occasione per ricordare e rilanciare l’impegno di due figure esemplari: Adelaide Nicora Prodi, prima coordinatrice del corso nel 1986, scomparsa a marzo, e Stefano Bertoldi, a cui è dedicato il premio per tesi di laurea in Educazione professionale che verrà consegnato durante il convegno.




