«O sei un bravo docente o non lo sei, lo si è per talento» e «chi insegna da vent'anni non ha più nulla da imparare». Ma non solo: «Il miglioramento della didattica è un'azione individuale» e «se il contenuto di una lezione è buono, il resto vien da sé». Quando si parla di miglioramento della qualità della didattica i miti in cui ci si imbatte sono molti e, in alcuni casi, ben radicati. Dalla consapevolezza che è importante sfidare i tabù in circolazione e creare occasioni di confronto per lo sviluppo professionale del personale docente nasce all'Università di Trento, come uno degli ambiti di intervento del Formid, l'esperienza delle Comunità di pratica. Si tratta di gruppi volontari di professori e professoresse che condividono un interesse professionale e imparano, assieme tramite l’interazione, lo scambio e la rielaborazione dell'esperienza quotidiana, a insegnare meglio. Lo spiegano la prorettrice alla Didattica Paola Venuti e Anna Serbati, coordinatrice del Formid, il teaching and learning center di UniTrento.
Le esperienze delle Comunità di pratica prendono le mosse dall'importanza che il Piano Strategico d'Ateneo attribuisce alla qualità della formazione. Lo spiega la prorettrice alla Didattica Paola Venuti: «Si tratta — afferma — di incontri tra docenti che si riuniscono o per argomento, come avviene per la Comunità delle "challenge", o per localizzazione, come nel caso di quelle di Rovereto, della collina o della città. Il denominatore comune è l'insegnamento universitario: sono momenti in cui i docenti discutono liberamente di temi legati all'insegnamento, esperienze, problematiche e tecniche. Utilizzano ad esempio il "reflective team", un approccio che vede un docente esporre le problematiche del proprio corso perché il gruppo possa ragionarci assieme e capire come gestirle».
«Le Comunità sono un gruppo di lavoro e di supporto corale in cui tutti hanno un ruolo attivo — spiega ancora Venuti —. Funzionano perché permettono di gestire assieme le problematiche e gli approfondimenti metodologici, rompendo la solitudine dell'insegnamento. Aiutano a rendersi conto che le fatiche sono spesso condivise e che gli studenti stanno cambiando. È un modo di concepire la didattica insieme, superando l'idea che sia un'attività puramente individuale. Questo è fondamentale per l'Ateneo: incrementare la qualità e la cultura dell'innovazione della didattica è infatti il primo punto del nostro Piano strategico sulla didattica. Si parte dal basso per allargare questa cultura».
Le Comunità di pratica attive nell'Università di Trento sono quattro: "Challenge based learning", "Area scientifica - polo collina", "Area umanistica - polo città" e "Area psicologica - polo Rovereto". Le quattro Comunità UniTrento coinvolgono un centinaio di docenti, da 7 a 25 per realtà, sono state attivate a partire dal 2021 e prevedono una partecipazione volontaria a gruppi interdisciplinari e incontri mensili. «L'attività avviene in modo molto informale — racconta ancora la prorettrice —. Le Comunità sono gestite solitamente da due persone, un facilitatore o una facilitatrice del Formid e un facilitatore o facilitatrice locale che si occupa degli aspetti organizzativi. C'è molto passaparola, i feedback sono buoni e la partecipazione è ottima: i gruppi si allargano perché i docenti si trovano bene e sono soddisfatti».
Anna Serbati, coordinatrice del FormID, ricorda invece la concretezza delle finalità delle Comunità, che «aiutano e in molti casi hanno già aiutato i docenti a vincere le sfide poste dall'insegnamento». «Una delle più frequenti — spiega — è il tema della partecipazione, cioè il fatto che la proposta di attività interattive non sempre trova immediato riscontro tra le studentesse e gli studenti ed è quindi importante trovare modalità di costruzione di una relazione e interazioni significative con loro. Oltre all'engagement, un altro tema emerso più volte è quello della valutazione: non tanto quella finale con l'esame, ma la valutazione formativa finalizzata a sostenere l'apprendimento». «Si è discusso anche del benessere degli studenti — prosegue — C’è tra loro chi è in difficoltà, ad esempio nel sostenere un colloquio orale. È importante interrogarsi su come rispondere a queste situazioni di disagio e fatica. Infine, nell’ambito delle Comunità si è affrontato anche il tema degli alunni con disturbi specifici dell'apprendimento o con bisogni educativi speciali. L'Ateneo mette a disposizione misure compensative e dispensative, ma stiamo cercando strategie per rendere la didattica accessibile a priori, in modo da incontrare bisogni diversificati già durante le lezioni e non solo all’esame».
Una didattica che sta al passo con l’evoluzione del profilo degli studenti e delle studentesse e dei loro bisogni è una didattica che sa innovare e, quando necessario, andare oltre gli schemi. Occasione per parlare di questo argomento è stato l'incontro "Un’università che apprende. L'Ateneo incontra le Comunità di pratica" curato dal FormID che si è tenuto lo scorso 26 marzo alla School of Innovation di via Tommaso Gar. Al mattino si sono tenuti momenti laboratoriali e di gruppo per la contaminazione delle pratiche tra le quattro Comunità attive nell’Ateneo; il pomeriggio ha visto l'approfondimento, tramite l'istituzione di tre "pop-corners", di alcune modalità di lavoro delle Comunità stesse. Sono stati approfonditi i metodi del "Challenge based learning", della “Ricerca nella didattica della disciplina”, del "Team based learning" e i docenti presenti hanno potuto sperimentare un approccio riflessivo come pratica per affrontare assieme dubbi e perplessità.
Lo ricorda sempre Serbati: «La didattica frontale, l'approccio che più conosciamo e utilizziamo, rimane ovviamente un importante metodo. In generale, nelle Comunità di pratica emergono però molto le tecniche cooperative, si parla di lezioni che provano a coinvolgere i ragazzi e le ragazze, di come renderle più dinamiche e partecipate in modo da stimolare il coinvolgimento e l'attenzione. In questo senso un'esperienza che sta emergendo oggi è ad esempio l'uso del "Team based learning" (Tbl), un approccio molto formalizzato che prevede un apprendimento basato sulla squadra. In questi casi lo studente o la studentessa che ha studiato di più può rendersi utile agli altri e beneficia comunque della situazione perché, nel momento in cui spiega un concetto ai compagni, si chiarisce le idee e affina il linguaggio».
«Una sperimentazione in questo senso è stata fatta a Medicina e a Ingegneria, nell'ambito del corso di Computer network del professor Paolo Casari (Disi) che ha tradotto questa sperimentazione in un articolo scientifico di didattica della sua disciplina — afferma ancora la coordinatrice del FormID —. Un'esperienza di successo che viene raccontata, assieme a molte di queste tecniche, nel percorso che si tiene a Candriai per i docenti neoassunti. Frequentemente poi i colleghi provano a utilizzare questi approcci in aula: ora stiamo provando a raccogliere delle evidenze di esito».
Tra le modalità di didattica messe in atto c'è poi il Cbl, "Challenge based learning", che in molti conoscono come uno dei pilastri di Eciu University. «Il Cbl è un approccio molto più vicino al mondo della terza missione e delle imprese — dice Serbati —. Ragazze e ragazzi lavorano su un progetto che viene dall'esterno: un challenge provider offre una sfida reale e loro la affrontano e risolvono. Diventa un'esperienza molto autentica per gli studenti e le studentesse e significativa per le imprese o degli enti del terzo settore. Lo scambio è veramente mutuo».
Nel corso della giornata organizzata alla Soi molte sono le istanze emerse rispetto alle comunità di pratica. Serbati propone una sintesi: «Il feedback è duplice: da un lato mantenere l'idea dell'informalità dello spazio di condivisione che di solito viene fatta in pausa pranzo, di fronte a una pizza. Si tratta di un momento che davvero abbatte le barriere classiche di isolamento della didattica. Un altro auspicio è quello di avere dei materiali condivisi tra le diverse Comunità. C'è poi stato il riferimento al desiderio di superare il livello disciplinare e di esportare le Comunità di pratica in alcuni momenti della vita di dipartimento o di centro come i consigli di dipartimento, i seminari. Una contaminazione tra le Comunità di pratica e le iniziative di didattica: una prospettiva interessante». «Una voglia di riconoscimento istituzionale che riguarda l'esistenza della Comunità come entità. Un'istanza per dare un inquadramento allo strumento all'interno dei dipartimenti», chiosa la prorettrice Venuti.




