Il gruppo di partecipanti alla challenge ©UniTrento

Formazione

Oltre il labirinto della burocrazia

Con la challenge Eciu l’aula diventa laboratorio. Per imparare ad aiutare persone rifugiate a ottenere permessi di soggiorno

5 maggio 2026
Versione stampabile
di Swami Agosta
Studentessa collaboratrice Ufficio Stampa e Relazioni esterne

Sono 4,38 milioni le persone ucraine che hanno ottenuto protezione nei Paesi dell’Unione europea, secondo gli ultimi dati Eurostat aggiornati al 31 gennaio 2026. Di queste, circa 62 mila si trovano in Italia. Dietro questi numeri ci sono volti, storie e un labirinto di burocrazia da dover affrontare. Al Dipartimento Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Trento, un progetto innovativo coinvolge studenti e studentesse nel fornire supporto giuridico gratuito a chi beneficia della protezione temporanea in Italia per ottenere i permessi di soggiorno necessari per restare nel nostro Paese. Si tratta di una delle ultime challenge del progetto Eciu. Si intitola “Free Legal Assistance to the Beneficiaries of the Temporary Protection in Italy. Vi raccontiamo come è andata.

Non esiste probabilmente un modo migliore per imparare se non quello di mettersi in gioco. Lo sa bene chi ha preso parte a questa challenge ospitata a Giurisprudenza. Un’esperienza immersiva della durata di un mese in cui i e le partecipanti hanno potuto confrontarsi con docenti e legali per acquisire una prima esperienza concreta mettendosi alla prova nella risoluzione di casi giuridici reali. Come racconta Halyna Dovhan, collaboratrice di ricerca a Giurisprudenza e coordinatrice del progetto: «L’idea era quella di creare un laboratorio pratico dove coloro che frequentano il quarto e quinto anno potessero acquisire competenze pratiche, dopo aver già maturato solide conoscenze teoriche durante il percorso universitario. Dopo la laurea – prosegue – c’è il timore, comprensibile, di muovere i primi passi nel mondo professionale. In questo contesto, invece, si trovano in un ambiente tutelato e senza la pressione che ci può essere all’interno di uno studio legale». Il progetto è stato realizzato con il sostegno della School of Innovation (Soi) dell'Università di Trento, parte integrante di questa iniziativa. 
Un percorso articolato in undici incontri, durante i quali ragazzi e ragazze hanno avuto l’opportunità di ascoltare in prima persona le storie di persone e famiglie rifugiate. E, successivamente, di collaborare tra loro per individuare soluzioni concrete ai problemi emersi, a titolo gratuito: «Si tratta di persone fuggite da situazioni complicate che in alcuni casi hanno perso tutto. Per loro – sottolinea la ricercatrice – è spesso difficile sostenere i costi di una consulenza legale tradizionale». 

I permessi di soggiorno per protezione temporanea dei rifugiati ucraini, secondo un decreto-legge pubblicato alla fine dello scorso anno, sono stati prorogati fino a marzo 2027. «A livello nazionale non esistono ancora delle direttive univoche per regolarizzare la loro posizione. Abbiamo cercato quindi delle soluzioni concrete per convertire la tipologia di permesso di soggiorno e permettere loro di rimanere in Italia» spiega Halyna Dovhan. In concreto, gli studenti e le studentesse hanno aiutato i rifugiati offrendo indicazioni operative su come interfacciarsi con le istituzioni. Non solo. Per la prima volta è stato anche possibile organizzare una visita al Tribunale di Trento: «Anche i giudici presenti hanno sottolineato quanto fosse insolito ricevere giovani dell’Università in tribunale. È stato un modo per conoscere da vicino come funziona il sistema giudiziario, entrare in contatto diretto con l’ambiente e osservare da vicino il lavoro in un’aula di Giustizia».

A raccontare l’esperienza di lavorare a stretto contatto con i giovani è il giurista Massimo Kunle D’Accordi. «È stato bello perché ognuno di loro ha illuminato, in maniera differente, aspetti diversi del ricorso che stavamo preparando. Questo è importante perché nel nostro lavoro gli aspetti, non solo quelli giuridici ma anche culturali, sono molto complessi. È necessario studiare ma lo è anche lavorare in gruppo con attenzione ed entusiasmo e noi siamo riusciti a farlo».

Entusiasmo che traspare da chi ci racconta come ha vissuto questa esperienza. Come la studentessa Maria Letizia Primiceri, che pone l’accento sull’aspetto professionale: «La parte più interessante è stata osservare l’approccio degli avvocati nel rapportarsi con i clienti o comunque con le persone che avevano bisogno di aiuto. D’Accordi ci ha spiegato che l'avvocato dell’immigrazione non ricopre soltanto la figura di legale ma assume un ruolo diverso. È richiesta una sensibilità molto più sviluppata perché le persone con cui ci si confronta non hanno solo bisogno di risolvere un problema ma mettono a disposizione il proprio vissuto personale, che in certi casi può essere anche molto difficile. Abbiamo avuto l’opportunità di vedere da vicino quanto possa cambiare il modo di relazionarsi al cliente anche in base all’approccio personale, ed è stato estremamente formativo».

E, come in ogni esperienza, il valore umano non è da sottovalutare, come racconta lo studente Antonio Giorgio Bellanca: «È stato davvero un piacere collaborare con il mio gruppo. Ogni partecipante aggiunge spunti nuovi e interessanti, a cui individualmente non è sempre semplice arrivare, si rafforzano rispetto e stima reciproci e ci si sente valorizzati. Alcune materie risultano estremamente complesse anche per la loro impostazione frontale. Per quanto in alcuni casi si riveli la forma di insegnamento più appropriata, in essa è più difficile ottenere un riscontro immediato delle proprie capacità che con questo metodo è invece costante: ci si sente parte di un gruppo, si mette in pratica quanto imparato, apprezzandone l’applicazione concreta. È un approccio che stimola davvero ad andare avanti, soprattutto in un percorso universitario in cui, molto spesso, emergono dubbi e ci si sente impreparati, quasi persi in un sistema di regole che appare intricato e astratto».