Pensate a un algoritmo che seleziona le notizie che leggerete oggi o a uno smartphone che modifica le proprie funzioni attraverso un aggiornamento automatico. Siamo abituati a considerare la tecnologia uno strumento nelle nostre mani. Ma chi è davvero il soggetto attivo: noi o gli oggetti che utilizziamo ogni giorno? La modernità ci ha cullati nell’illusione di essere i sovrani di un mondo docile, relegando la natura e le cose a elementi passivi da utilizzare. Questa impostazione antropocentrica ha plasmato la tradizione giuridica occidentale, ma oggi mostra vistose crepe: stretti tra crisi climatica e intelligenze artificiali, assistiamo alla “ribellione delle cose”.
Il vecchio modello non riesce più a governare la complessità attuale. Proviamo così a guardare oltre assieme al professor Andrea Pradi, docente di Sistemi giuridici comparati al Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Trento, per comprendere come stia cambiando il legame profondo tra esseri umani, tecnologia e diritto.
Professor Pradi, al recente convegno "Human and Things", organizzato assieme alla Fondazione Bruno Kessler, avete parlato di una "ribellione delle cose". Cosa significa?
«Quando parliamo di "ribellione delle cose" ci riferiamo al fatto che natura e tecnologie non si comportano più come elementi passivi sui quali l'essere umano esercita il proprio controllo. La crisi climatica ci mostra che la natura reagisce alle modalità con cui la sfruttiamo; l'intelligenza artificiale sta assumendo un ruolo sempre più attivo nell'orientare comportamenti e decisioni. Tutto ciò mette in discussione una visione del mondo che ha caratterizzato per secoli la cultura occidentale, fondata sulla separazione tra soggetto e oggetto e sull’idea che l’uomo possa dominare la realtà. Al suo posto emerge una prospettiva più relazionale e olistica, nella quale esseri umani e cose si influenzano e si co-determinano reciprocamente. Anche il mondo del diritto è chiamato a confrontarsi con questo cambiamento. Molte delle sue istituzioni fondamentali, a partire dalla proprietà privata, si fondano sull’idea che l’uomo possa controllare le cose e disporne liberamente, valorizzando soprattutto la loro dimensione economica. Oggi, però, questo modello mostra i suoi limiti, rivelando uno scarto evidente tra categorie costruite attorno all’idea di controllo e una realtà che resiste a essere pienamente prevista e governata».
A proposito di intelligenza artificiale, in che modo questo strumento ci sta condizionando?
«L'intelligenza artificiale rappresenta l'ultima manifestazione concreta di questa metamorfosi. Sistemi come ChatGpt, per citarne uno, sono entrati nella nostra dimensione domestica: scrivono testi, dispensano consigli terapeutici o dietetici, orientano le scelte. Senza bisogno di scenari fantascientifici, ci accorgiamo che la nostra volontà viene guidata in modo significativo dalle macchine. Il meccanismo si alimenta della raccolta massiva di informazioni stoccate in grandi database, utilizzate per istruire gli algoritmi e tracciare percorsi predittivi sulla nostra persona».
E avere il controllo sui nostri dati online è sempre più complesso.
«Siamo di fronte a una perdita significativa di autonomia. Il dato personale cessa di appartenerci completamente nel momento stesso in cui compiamo il rito dell'“accetto, accetto, accetto” per utilizzare dispositivi acquistati. Si paga il contenitore fisico e poi si continua a cedere la propria privacy. Il mito della proprietà privata, costruito dalla modernità e consacrato nelle grandi codificazioni ottocentesche, concepisce il rapporto tra individuo e cosa nei termini di un dominio pieno ed esclusivo, riducendo la proprietà essenzialmente al potere di escludere gli altri dall'utilizzo di un bene materiale. Questa logica, però, mostra tutti i suoi limiti negli ambienti digitali, dove il diritto fatica a leggere una realtà dematerializzata».
E proprio dal punto di vista del diritto, quali sono le implicazioni di questo cambiamento?
«Quella che oggi appare come una progressiva erosione della regola di diritto - evidente anche nel diritto internazionale - non è soltanto il risultato di una scarsa capacità di far rispettare le norme, ma il sintomo di una più profonda crisi del paradigma moderno su cui il diritto è stato costruito. Storicamente il giurista operava come consigliere della politica, fornendo le categorie e gli strumenti attraverso cui ordinare, regolare e governare i rapporti tra uomo e cose. Nello spazio virtuale questa funzione è andata smarrita: arbitri delle nostre vite sono diventati i colossi tech o le grandi piattaforme di delivery e trasporto a cui ci affidiamo, da Facebook a Glovo a Uber. Si è compiuto un ribaltamento perfetto: l'individuo si frammenta in dati e si oggettivizza, mentre l'infrastruttura tecnologica assume il ruolo di soggetto attivo che governa i comportamenti. È quella che è stata lucidamente definita da Ugo Mattei nel suo ultimo libro "La fine del diritto"».
Guardando oltre i confini della tradizione giuridica occidentale, esistono modelli culturali alternativi a cui attingere?
«La globalizzazione ci ha imposto un paradigma unico facendolo passare per universale, ma le categorie occidentali non valgono ovunque e per sempre. Nella cultura tradizionale africana, la terra non è oggetto di proprietà o sfruttamento; appartiene agli antenati e chi la governa pro tempore ha il dovere di tramandarla alle generazioni future. Integrare la sensibilità di modelli diversi, in cui l'essere umano è concepito all'interno della natura e non in antitesi a essa, ci permetterebbe di superare anacronismi normativi e strutturare un approccio più realistico ed ecologico».
Come deve evolvere la formazione del giurista e perché questi temi stanno diventando centrali nella ricerca giuridica?
«Un tempo si pensava che per frequentare Giurisprudenza bastasse l'impegno mnemonico. Studiare a memoria serve, ma non basta: il giurista oggi deve sviluppare un profondo pensiero critico e ampliare lo spettro delle conoscenze per comprendere i cambiamenti in atto».




