Mani nella terra, piedi in cucina, storie personali condivise in cerchio, in una sala gremita di persone con vissuti, età e provenienze diverse. Non una simulazione, non una lezione in aula: una giornata vera, fianco a fianco con persone in cura per dipendenze, in una comunità terapeutica nella Valle dei Laghi.
È quello che è successo a Casa di Giano, Santa Massenza, durante l'ultimo incontro del seminario di credito "Azioni per l'In-dipendenza", promosso dal Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale dell'Università di Trento e coordinato da Annamaria Perino, professoressa di Sociologia generale.
Casa di Giano è una comunità residenziale terapeutica per persone con dipendenze o con doppia diagnosi – cioè problemi di dipendenza associati a disturbi di salute mentale – gestita dal Centro Trentino di Solidarietà. «Quando parliamo di dipendenze oggi – spiega la professoressa Perino – non parliamo solo di eroina, ma anche di dipendenze da alcol, da gioco, da internet».
Il seminario, giunto alla quinta edizione, si è articolato in quattro appuntamenti: gli incontri d’aula per ragionare su dipendenze e lavoro sociale, giustizia riparativa, evoluzione storica delle comunità terapeutiche, con la visita a Casa di Giano come tappa conclusiva.
Lo scorso 29 maggio il gruppo è arrivato in comunità di primo mattino. Considerato l’alto numero di adesioni, è stato necessario dividersi per attività: una decina di persone hanno seguito un gruppo terapeutico sulle etichette, insieme ai pazienti dei moduli di alcologia, cocaina e gioco d’azzardo, nell’ambito del quale si è cercato di destrutturare lo stigma o di riconoscere il sé etichettato; due gruppi si sono occupati di orto e giardinaggio, rimuovendo erbacce, invasando piante e zappando l’orto; quattro persone sono finite in cucina a preparare il pranzo; due in lavanderia; una ha affiancato il giovane ospite della comunità che si prende cura degli animali. «L'esperienza pratica arricchisce quella teorica perché la rende spendibile», spiega Perino. «Finché si rimane in aula, tutto resta astratto. Quando si entra in contatto con la realtà, la sociologia diventa pratica».
In comunità, nel giorno della visita, c'erano venti persone, due terzi della capienza massima: «Un dato che racconta la difficoltà del percorso – spiega Perino –. Spesso chi è ospite in una struttura di questo tipo non riesce a portarlo a compimento, va via prima, poi magari torna. Un flusso continuo, difficile da interrompere».
Il momento più intenso dell’esperienza è arrivato nel pomeriggio, quando il gruppo UniTrento si è ritrovato con il personale che opera nella struttura e con alcune persone ospiti per un confronto aperto. «Studentesse e studenti si sono impegnati molto per individuare le domande da porre alle persone ospiti senza essere invadenti», racconta la professoressa. Poi è accaduta una cosa inattesa: per abbattere l'asimmetria tra chi ha problemi di dipendenza e chi si prepara a lavorare per curarli, studentesse e studenti sono stati invitati a raccontare momenti di fragilità personale. «Sono emerse cose interessanti che hanno creato un'atmosfera ancora più intima ed empatica». Le storie esposte hanno messo in evidenza che ogni persona ha delle fragilità e che i problemi di dipendenza hanno radici comuni – conflitti familiari, difficoltà relazionali, rotture, abbandoni. «Generalmente nei confronti delle persone con problemi di dipendenza c'è un forte stigma: sembrano lontane dal vissuto di ciascuno di noi. Alla fine, invece, sono proprio le fragilità che ci accomunano».
Parlare di dipendenze dal punto di vista del lavoro sociale significa, per Perino, adottare uno sguardo multidisciplinare. «Non si può pensare solo al danno organico: bisogna lavorare anche sugli aspetti sociali, psicologici, relazionali». Un modello virtuoso, da questo punto di vista, è quello del Servizio per le dipendenze (Ser.D), in cui l'équipe, oltre al personale medico e infermieristico, include l’assistente sociale, lo psicologo e figure come l’educatore professionale e il tecnico della riabilitazione psichiatrica. Una complessità che chiama in causa anche il dibattito pubblico: «Il fenomeno delle dipendenze, a mio avviso, non è tenuto nella giusta considerazione. Sui giornali leggiamo di episodi di cronaca che tendono a colpevolizzare chi fa uso di sostanze; difficilmente si leggono riflessioni serie e strutturate. Le comunità terapeutiche non di rado vengono considerate solo un capitolo di spesa nei bilanci delle aziende sanitarie, senza considerare quanto costerebbe lasciare queste persone senza supporto».
Alcune delle quaranta persone che hanno preso parte a questa esperienza, tra qualche anno, lavoreranno in un Ser.D., in una comunità terapeutica o in un servizio sociale territoriale. Ci arriveranno con una cassetta degli attrezzi più ricca: non solo i concetti appresi in aula, ma anche la capacità di leggere il fenomeno della dipendenza con uno sguardo aperto e inclusivo, tenendo conto di tutti gli aspetti che lo connotano e riconoscendo l’importanza della multidisciplinarità e del lavoro d’équipe. Lavorare nei servizi per le dipendenze significa prendersi cura di persone che lottano costantemente con il desiderio di assumere una sostanza o di mettere in atto un comportamento (gioco, internet o altro) e presuppone di doverle affiancare e sostenere per periodi prolungati e – nel caso delle comunità terapeutiche – nelle attività quotidiane. Rinvia quindi alla capacità di chi opera in queste strutture di considerare sempre la persona nella sua globalità e al centro dell’intervento, abbattendo quella distanza che lo stigma sociale tende a costruire.




