Particolare della copertina del libro

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La costruzione dell'errore

Lorenzo Battisti

4 ottobre 2024
Versione stampabile

Il romanzo, ambientato in Trentino, narra i fatti dell’improvviso manifestarsi di una crisi tecnologica e ambientale planetaria, causata da un evento irreversibile e imprevisto. Esso determina conseguenze drammatiche sul futuro dell’umanità, portando alla luce la fragilità dei modelli sociali e delle scelte organizzative che sono state alla base del suo sviluppo economico e tecnologico recente. Sullo sfondo si dipana la parabola personale del protagonista che di tutto questo è l’espressione e l’umano paradigma. Gli eventi, narrati in prima persona come fossero pagine di un diario, si susseguono descrivendo l’evento iniziale, l’evoluzione dei fatti a esso concatenati nei primi centotrenta giorni e gli effetti sulla vita di una famiglia che deve rapidamente riorganizzare i suoi spazi e le sue priorità in un contesto sociale e ambientale completamente mutato.
Il genere letterario, che può essere ascritto a quello utopico-distopico, consente il dispiegamento di diverse tematiche. La prima è quella del rovesciamento dello scenario post-apocalittico convenzionale. Generalmente, infatti, viene affrontato il tema di epidemie che decimano la popolazione e della sopravvivenza dei superstiti di un mondo disabitato. In questo caso, la popolazione non subisce perdite, se non quelle accidentali, per cui si impone uno scenario di un mondo confinato in spazi iperpopolati, dove l’umanità vive ammassata in una situazione di carenza di risorse e in perenne emergenza. Le relazioni risultano estremizzate e determinano l’emergere di sentimenti e schemi comportamentali tipici dell’insorgere del caos. Riaffiora violentemente il principio della sopravvivenza e della territorialità, che secoli di imposizioni e leggi etiche, filosofiche e morali hanno contenuto ma non risolto. La comunità appare vividamente come quell’insieme di uomini e donne che condividono mediamente lo stesso livello di violenza. Quindi, alla base dei meccanismi di convivenza, occultato da filosofie e ideali e impegno sociale, continua a dominare il principio della sopravvivenza. Ogni morale sociale, senza eccezioni, appare solo come una modificazione di questo principio, esplicitato nelle leggi e nei codici sociali.
La seconda tematica è quella del rapporto uomo-ambiente e del ruolo della tecnologia nello sviluppo della civiltà. La perdita dell’uso della tecnologia racconta tutto quello che il cemento, che si sbriciola sotto l’effetto di un batterio, ha rappresentato nella storia recente. In questo contesto, il protagonista, che è un professore universitario che si occupa di fonti rinnovabili ed energia, apre delle riflessioni sul ruolo dell’avanzamento tecnologico e dei modelli economici che a esso sono connessi. Crollo e rinascita del mondo e crollo e rinascita individuale si intrecciano nello svolgersi dei fatti portando alla maturazione di nuove frontiere personali. Attraverso il rapporto di attrazione-rifiuto di un anziano vicino, cittadino dell’ex Iugoslavia, il protagonista affronta una trasformazione che da uomo di puro pensiero lo porta a diventare uomo d’azione.

Lorenzo Battisti è professore presso il Dipartimento di Ingegneria civile ambientale e meccanica dell'Università di Trento

Dal capitolo Giorno 112 (pagg. 305-308)

[…] Quella sera, dopo averli sistemati per la notte nella casa di Edin, sentii il bisogno di riprendere i fogli della mia ultima lezione. Essa trattava il ruolo della scienza e la sua funzione nello sviluppo tecnologico. Si apriva con una frase provocatoria: “Se la quantità di lavoro per costruire ed esercire una macchina industriale è pari al lavoro risparmiato durante il suo impiego, non c’è l’interesse economico a farla”.
Il testo che avevo cesellato con tanta attenzione, tratto dagli studi su John Stuart Mill, mi sembrava ora incomprensibile, quasi fosse stato riportato dal testo di qualcun altro, ma continuai avanti nella lettura: “Per discutere questo tema, dimostrerò come lo sviluppo della civiltà industriale, l’utopia del moderno Prometeo, ha assunto nella nostra storia recente la forma di due differenti modelli, quello capitalista e quello socialista. Entrambi, baconiano il primo e marxiano il secondo – riportavo – sono parimenti insidiosi perché si basano sull’aggressione al mondo naturale. Il modello baconiano, oggi predominante, si fonda sulla promozione senza limiti dello sviluppo tecnologico all’insegna della libertà del mercato e del profitto”.
E continuavo: “Il modello marxiano, sebbene fallito, ha lasciato come eredità la fusione dell’originario modello baconiano con quello della trasformazione della società. Dal punto di vista etico esso ha sdoganato il concetto che per ottenere questa trasformazione è necessario e giusto il raggiungimento di un’abbondanza di beni. Poiché la loro diffusione ne è il presupposto, ciò ha tolto ogni remora all’accelerazione della tecnica e allo sfruttamento delle risorse”.
La complessità e la densità della scrittura che emergeva da queste righe rifletteva il senso dell’intricato mondo nel quale mi dibattevo e della pesantezza concettuale che mi schiacciava nei giorni in cui componevo queste frasi, frutto dei miei studi. Ma quei tempi erano lontani, così lontani da non ricordarne neppure l’inizio. Ne avevo avuto la consapevolezza durante il dialogo di poche ore prima, quando si era manifestata così chiaramente la percezione di riconoscermi e, allo stesso tempo, di disconoscermi in tutto questo. Già in quei giorni era già tutto scritto in me, solo che la forma non era ancora intellegibile alla mia coscienza. Avevo la certezza che la mia non era mai stata una visione politica o politicizzata, né una posizione di adesione ai manifesti comunisti marxisti o a quelli baconiani del Prometeo liberato, quel punto di arrivo era solo la presa d’atto di una realtà che aveva preso piede indipendentemente dalle forze politiche che governavano la storia.
“Dal Prometeo incatenato al Prometeo scatenato” sintetizzava così efficacemente un mio collega con il quale trovavo fertile terreno di discussione su questi temi. E io pur muovendomi in una dimensione coscienziosamente tecnica e non sicuramente politica, alla fine avevo servito, mio malgrado, i comuni comandamenti di quelle ideologie. Adesso, tutti questi eventi che avevano spazzato via ogni costruzione umana mi apparivano come un paradigma della mia vita che oscillava in maniera inconcludente tra spinte di distruzione e velleità di costruzione. Sulle sue macerie materiali e morali, il mondo e io stesso, già durante i crolli si ristrutturavano, cercando di ricomporsi e di rinascere. Qualcosa di simile a una forza vitale cieca rigenerava il tessuto della nostra comune esistenza. Ma tutto questo avveniva così velocemente, anche per necessità, da eliminare ogni riflessione sulla direzione che si stava prendendo. I miei ragionamenti embrionali sul senso del progresso restavano lì abbozzati, orfani, senza possibilità di sviluppo, messi da parte da ragioni di priorità impellente, come il garantirci la sopravvivenza immediata. 
Il mondo attorno a me ripristinava acriticamente i suoi schemi di crescita, i suoi modelli sociali ed economici, ricopiandoli uguali a prima, possibilmente a un tasso accelerato, sotto la spinta dell’emergenza continua. Come brutte copie delle piante, spingevamo nuova linfa nei nostri fragili fusti per crescere verso la luce in lotta con tutto quello che stava attorno e non in simbiosi con esso. Questo ci dicevano quei due ragazzi nel pomeriggio essere, nei fatti, il rischio della nostra nuova sopravvivenza. E tutto ciò avveniva meccanicamente, come seguendo un codice. Cosa importava di Prometeo o di ogni altra figura mitologica evocata dai miei scritti? Inutili sofismi, tempo che avevo sottratto a me stesso e agli altri vagando in ragionamenti astrusi, incapaci di sortire alcun vero cambiamento nella mente umana, perché sempre frutto dello stesso schema. 

Per gentile concessione delle Edizioni del Faro