In che modo l’educazione si gioca nell’immediatezza dell’incontro, tra insegnante e studente, genitore e figlio, educatore ed educando? Questo saggio esplora il ruolo centrale del tatto pedagogico e della risonanza nella formazione, proponendo una nuova prospettiva filosofica sulla relazione educativa. Attraverso un dialogo con il pensiero di Herbart, Bollnow, van Manen, Rosa e altri autori contemporanei, l’opera mostra come l’educazione sia un processo incarnato, relazionale e aperto all’imprevisto. Il tatto dell’educatore, inteso come sensibilità situata e creatività improvvisativa, diventa la chiave per attivare risposte autentiche e rilevanti dal punto di vista etico-pedagogico. La risonanza, d’altro canto, rappresenta una categoria con cui cogliere la qualità differente delle esperienze formative, attraverso l’ascolto e l’accoglienza del mondo, nelle sue differenti declinazioni (naturale, sociale, culturale e trascendentale). Interpretare l’educazione attraverso i concetti di tatto e risonanza consente di reimmettere nell’indagine pedagogica la centralità del sentire nei contesti formativi, stabilendo un collegamento diretto con l’espressività e la ricettività proprie dell’azione educativa. Ciò significa riconoscere che l’educazione è prima di tutto un’esperienza estetica, in cui l’immediatezza percettiva gioca un ruolo fondamentale nelle interazioni con il mondo e nei processi educativi e formativi con gli altri. In un’epoca segnata dall’iperstrutturazione dei percorsi formativi e dei progetti pedagogici, questo libro invita a riscoprire l’esperienza educativa come spazio di ascolto, presenza e possibilità, dove la formazione si genera nella relazione. Un contributo originale per chi si occupa di filosofia dell’educazione, pedagogia generale, formazione degli educatori e degli insegnanti.
Paolo Bonafede è ricercatore presso il Dipartimento di Lettere e Filosofia dell'Università di Trento
Dall'introduzione (pagg. 9-17)
Nell’ottobre del 2022 ho avuto il privilegio di ascoltare e conoscere Gert Biesta, tra i più autorevoli filosofi dell’educazione internazionali, in occasione del venticinquesimo anniversario della rivista Encyclopaideia – Journal of Phenomenology and Education. La giornata di studi, curata da Daniele Bruzzone e Massimiliano Tarozzi a Bologna, aveva un obiettivo ambizioso: riflettere criticamente sui modelli imperanti di learnification e di evidence-based education, che stanno sempre più riducendo la riflessione sull’educazione a criteri efficientisti e paradigmi di misurazione. Il tema è di stringente attualità.
Come rileva Tarozzi, negli ultimi decenni si è consolidato un consenso crescente sull’idea di fornire una base empirica oggettivamente misurabile per le politiche e le pratiche educative, allontanandosi dall’arbitrarietà delle pratiche basate su esperienze o valori soggettivi. Alla base di questo cambiamento vi sono un’ideologia politica e un paradigma sociale e culturale non neutrali, che gli studiosi hanno mappato approfonditamente negli ultimi vent’anni: la cultura della misurazione. Un paradigma che Tarozzi definisce, sulla scorta di Biesta, “l’ossessione per la misurazione”, alimentato da una fede discutibile nel valore performativo e normativo di quest’ultima, per cui ogni oggetto, evento o azione potenzialmente misurabile va necessariamente misurato, prescindendo da una riflessione sul fatto se qualunque aspetto debba essere misurato.[…]
Capacità previsionali e definizione di variabili standardizzate non possono dare conto dell’infinita casistica di cui si nutre l’educazione come arte e la pedagogia come scienza. Ciò non significa arrendersi a forme di spontaneismo dilettantistico o all’ineluttabilità del relativismo categoriale, di orizzonti e metodi: si tratta di assumere e correre il rischio dell’educazione secondo la logica phronetica.
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Per queste ragioni, se volessimo introdurre un criterio di misurazione attendibile, dovremmo considerarlo paradossalmente in termini anti-efficientisti. Tradotto in parole povere, lo stato di salute dell’insegnamento si potrebbe ricercare valutando la numerosità delle modalità con cui si approccia l’ingresso in aula, gli stili didattici, le relazioni educative, ecc. La diversità dei modelli didattici, se supportati da costrutti o ipotesi di ricerca-azione, in questo senso potrebbe essere una sorta di indicatore dello stato di salute non solo del dibattito pedagogico di un determinato paese, ma della stessa società democratica. Pertanto è necessario parlare di insegnamento in molteplici modi, per contrastare la riduzione ad un’unica prospettiva, spesso imposta dal paradigma politico-economico egemone. D’altro canto, nonostante questi scricchiolii e le contraddizioni messe in luce, la pressione esercitata dal modello efficientista sul mondo dell’educazione e della formazione rischia di snaturare ogni esperienza e relazione pedagogica.
Lo si vede nella trasformazione del linguaggio con cui si discute di educazione, che ha un notevole impatto sul pensiero e sulle pratiche educative.
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In questo senso il compito teoretico principale della pedagogia contemporanea a mio avvisto consiste nell’operare una traduzione “de-familiarizzante”, che permetta una riformulazione del discorso pedagogico attraverso una preliminare fase critica (brevemente accennata in questa introduzione) e la conseguente risignificazione del linguaggio e delle pratiche educative.All’interno di questo ipotetico vocabolario rinnovatore, ritengo importante inserire i due concetti che danno il titolo a questo saggio: tatto pedagogico e risonanza. Si tratta di due termini che provengono dalla pedagogia tedesca e propongono delle coordinate alternative a quelle avanzate dai modelli della misurazione, della learnification e della soggettività contabile.
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L’ipotesi che propongo con questo testo è che tatto e risonanza consentano di approcciare l’orizzonte educativo (come ricerca) e viverne le esperienze (come arte) secondo una postura che fa dell’incontro, dell’apertura, dell’ascolto, dell’inatteso le caratteristiche fondamentali. Poiché non esiste educazione senza relazione, al cuore di tatto e risonanza si trova il rapporto tra educatore ed educando, in cui le persone coinvolte non coincidono con ruoli fissi e predeterminati.
[Esse] propongono un nuovo sguardo e un nuovo linguaggio – affermativo e propositivo – sul mondo e sull’educazione. È una posizione, quest’ultima, condivisa da un altro filosofo dell’educazione, Jan Masschelein, che propone di ripartire da uno “sguardo” con cui risignificare la realtà educativa. […]Nell’ultimo secolo l’idea di (ri)presentare il mondo è stata fortemente complicata dalla crescente consapevolezza di un problema implicito: in che modo la rappresentazione è legata a ciò che rappresenta? Il pittore belga René Magritte ha offerto forse una delle immagini celebri e d’impatto intorno a questo problema. Nel dipingere una pipa, accompagnata dalla didascalia Ceci n’est pas une pipe, ha messo in evidenza il paradosso tra realtà e rappresentazione. Non si tratta di una pipa, quella che vediamo su tela, ma semplicemente di un dipinto che rimanda all’oggetto e alle sue funzioni da una certa prospettiva, senza che sia accessibile a tutti gli effetti; pertanto non si può decidere se la pipa dipinta rappresenti la “vera” pipa.
Traslando la metafora in ambito educativo, quando lasciamo che i bambini “vedano il mondo”, non mostriamo loro il mondo, ma ciò che noi vediamo come mondo, ciò che consideriamo importante, prezioso e utile in esso. Questa confusione tra mondo e rappresentazione è ampiamente diffusa in educazione, indebolendola dal punto di vista valoriale e di prospettive e permettendo in seno a questa fragilità l’inserimento della logica efficientista come paradigma egemonico.
Bloccata dal paradosso della pipa di Magritte, la ricerca teoretica in pedagogia si trova oggi di fronte al problema educativo opposto a quello moderno. Non si tratta più di domandarsi come rappresentare il mondo e parallelamente rendere consapevoli che questa rappresentazione non è il mondo “reale”: la dinamica dello smascheramento, la logica del sospetto e della diffidenza è già ampiamente diffusa (e spesso mal utilizzata).
Il problema attuale è piuttosto come rendere il mondo qualcosa di reale, come far sì che il mondo sia “presente”, superando quei meccanismi che ci hanno sempre più intrappolati in riflessioni e interpretazioni autoreferenziali, in infiniti ritorni su “punti di vista”, “prospettive” e “opinioni”, facendo perdere il contatto con quanto è fuori di noi. Questo problema non è di natura epistemologica (non riguarda la ricerca sulla veridicità o attendibilità delle rappresentazioni) né normativa (non si focalizza su cosa valorizzare, selezionare o giudicare), ma si riferisce, forse più semplicemente, al modo con cui ci relazioniamo al mondo. Non si tratta quindi di formare nuove immagini, simboli o segni (collegati a storie e interpretazioni), ma di tornare a educare a come guardare fuori da sé e all’etica dello sguardo stesso. Jean-Luc Nancy (1940-2021) , tra i principali maestri contemporanei sul tema, non a caso ha affermato che “ridare il reale per realizzarlo significa propriamente guardarlo”.
Si tratta di educare, sensorialmente, il nostro sguardo sul mondo, in modo che attraverso di esso si manifesti il nostro riguardo per il mondo e la sua verità. Questo movimento non è oltre il visibile e il rapporto sensoriale; affonda la sua possibilità nel lavoro della percezione, del corporale; a partire da questo primato del sentire si può aprire un modo di relazionarsi con cui il mondo non si fa oggetto di conoscenza, ma diventa “reale” in quanto “presente”. Parafrasando Nancy, il dato deve essere ridato, deve essere ricevuto e ricreato per essere ciò che è. Ridare il dato significa “realizzarlo”, farlo impressionare, insistere sulla sua presenza, cambiandone così il significato per chi guarda e chi viene visto. La proposta con cui mi approccio ai concetti di tatto e risonanza è collegata a questa idea di essere, attraverso la categoria del sentire, presenti nel presente.
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Se questo è il lavoro educativo, se è il processo del rallentamento, dell’incontro con il mondo, del mettere noi stessi e i nostri desideri in relazione con il mondo – come afferma Biesta – allora è chiaro che si tratta di un’impostazione estremamente difficile da sviluppare in una società che richiede di andare al grado massimo di velocità possibile ed è interessata ai nostri desideri per fini commerciali, senza farsi domande su ciò che dobbiamo fare noi, per crescere, con i nostri desideri. Ed è proprio questa la ragione per cui abbiamo bisogno dell’educazione, della scuola e di un’attitudine alla formazione, ora e in futuro, più che mai.
Per gentile concessione di Pensa Multimedia




