Il maltrattamento è uno dei terreni più impegnativi per il servizio sociale perché tocca corde emotive profonde: chi offre aiuto rischia di assorbire il dolore altrui e di sperimentare un vero “trauma vicario”. Inoltre, il maltrattamento è un fenomeno complesso che spesso fatica a emergere anche nelle prassi professionali, soprattutto nelle sue forme di violenza meno visibili, ma ugualmente lesive, di incuria, svalutazione e umiliazione. Riconoscerlo e nominarlo richiede competenze elevate, strumenti di analisi affidabili e l’assunzione di responsabilità etiche e istituzionali.
Il libro propone un percorso che unisce teoria, casi pratici e strumenti operativi come test e griglie di osservazione per aiutare studentesse e studenti dei corsi di laurea in servizio sociale, così come i professionisti del settore, a individuare le diverse forme di maltrattamento (fisico, sessuale, economico, psicologico-emotivo e la trascuratezza) e a trasformare la valutazione e la gestione del rischio in interventi concreti.
Luca Fazzi è professore ordinario presso il Dipartimento di Sociologia e ricerca sociale dell'Università di Trento.
Angela Rosignoli è dottoranda di ricerca in Sociologia e servizio sociale presso l'Università di Roma Tre.
Dal capitolo Che cos'è il maltrattamento? (pagg. 24-25)
Il primo passaggio da affrontare quando si inizia a parlare di maltrattamento riguarda la definizione del concetto. Il termine maltrattamento è usato in modo spesso sovrapposto a quello di abuso e di violenza. Questo uso generico dei concetti necessità di essere preliminarmente chiarito perché mentre abuso e violenza rimandano ad azioni intenzionalmente finalizzate a fare del male, il maltrattamento ricomprende uno spettro di azioni più ampio. Si può definire come maltrattamento un’azione ripetuta o episodica che causa danno fisico e psicologico a qualcuno nell’ambito di relazioni connotate da aspettative di fiducia verso terzi. Questa definizione molto generale contiene tuttavia le dimensioni centrali per la comprensione del fenomeno:
i) il riferimento all’intenzionalità/non intenzionalità;
ii) la relazione di fiducia verso terzi;
iii) il concetto di danno.Il maltrattamento può essere sia intenzionale che non intenzionale. Un atto intenzionale è quello orientato a uno scopo. L’intenzionalità è un criterio utilizzato comunemente nei contesti giuridici per stabilire la premeditazione delle azioni imputate alle persone. Nel momento in cui qualcuno agisce deliberatamente orientato si presume, cosa in realtà non sempre scontata, che sia capace di portare anche il peso delle conseguenze delle sue azioni. Se l’intenzionalità implica il proposito e la razionalità, l’azione non intenzionale non è consapevole rispetto agli effetti. È fondamentale sottolineare che non tutti i maltrattamenti sono intenzionali e, anzi, una parte rilevante di essi non lo è o lo è solo parzialmente. Molti caregivers maltrattano le persone che dovrebbero aiutare, semplicemente perché non sono consapevoli del problema da affrontare, e degli effetti delle loro azioni. Un fratello di una persona con problemi alcol-correlati che dice: ‘ma sì, un bicchiere al giorno cosa vuoi che sia’ non dispone della capacità di valutare le conseguenze dell’assunzione di anche minime quantità di alcol per chi è stato dipendente da questa sostanza. Tutte le ricerche indicano che chi è stato dipendente dall’alcol incontra enormi difficoltà a intraprendere un percorso di disintossicazione e che il problema principale che deve affrontare una volta smesso di bere è il mantenere il cambiamento del proprio comportamento nel tempo. Banalizzare i rischi dell’assunzione di un bicchiere di vino significa dunque non essere coscienti della problematica che si sta affrontando, e la mancanza di una vigilanza costante da parte dei famigliari rappresenta purtroppo un grande fattore di rischio di recidiva.
Una bassa consapevolezza si riscontra anche in tante altre situazioni come quella di due genitori che litigano violentemente davanti ai figli piccoli e che sono incapaci di cogliere i danni psicologici ed emotivi del loro comportamento sui minori. Il maltrattamento in questi casi non è intenzionale, ma accade perché manca la consapevolezza delle conseguenze di certe azioni. Il maltrattamento può essere inoltre non intenzionale quando sussiste la consapevolezza del problema, ma è assente la capacità di affrontarlo. Un figlio minorenne che è a conoscenza della diagnosi di bipolarismo del padre non sempre è capace di gestire le crisi del genitore perché mancante delle necessarie competenze a relazionarsi con una malattia complessa o per carenza di risorse emotive adeguate. Questo è ciò che accade anche con le persone malate di Alzheimer, quando i famigliari sono consapevoli della diagnosi, ma non riescono a affrontare la drammaticità della patologia degenerativa. Spesso i caregivers sono essi stessi anziani, e faticano a svolgere i compiti connessi alla parte più gravosa dell’assistenza causando danni fisici e psicologici alle persone da assistere. Nonostante manchi l’intenzione, molti comportamenti possono essere considerati di conseguenza maltrattanti anche se è assente l’intento di fare del male.
Per gentile concessione della Casa editrice Carocci




