Particolare della copertina del libro

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Una boccata d'aria

di George Orwell. Traduzione e cura di Andrea Binelli

18 luglio 2025
Versione stampabile

“Vedo tutte queste cose e altre ancora: l’olio di ricino, i manganelli e le mitragliatrici. Accadrà? Non si può sapere.”

Quarantacinque anni, un mutuo da pagare, un lavoro come assicuratore e, da poco, anche la dentiera. Questo è George Bowling, che della vita vorrebbe invece ritrovare un guizzo, qual­cosa che le dia un senso. Siamo nel 1938 e, prevedendo l’imminente scoppio di una guerra, Bowling lascia la città per rifugiarsi in campagna, al villaggio che ricorda come un piccolo paradiso rurale, dove spera di tornare all’innocenza della sua infanzia. Ma la lunga mano del capitalismo ha raggiunto ormai anche quei colli verdeggianti, che si sono trasformati in banali cartoline ed espedienti pubblicitari, mentre la follia miope di nuove tendenze nazionaliste sembra aver accecato le coscienze di tutta Europa. Scritto nel Marocco francese, dove trascorreva la convalescenza per problemi ai polmoni, Una boccata d’aria è uno dei romanzi di maggior successo di Orwell, acclamato dalla critica e considerato dallo stesso autore una delle sue opere migliori. Attraverso la storia di un uomo alla ricerca dell’innocenza perduta, Orwell anticipa la deriva apocalittica e profetica dei suoi romanzi successivi, e ne condensa la forza in un testo di estrema lucidità e malinconia, che fa dell’ironia uno strumento per tenere a bada un crescente pessimismo.

Andrea Binelli è professore presso il Dipartimento di Lettere e Filosofia dell'Università di Trento

Da pagg. 87-91

Per quanto riguarda i pasti e altre cose di quel tipo, la nostra era una di quelle case dove tutto funziona come un orologio. Anzi, no, non come un orologio, che richiama qualcosa di meccanico, era semmai simile a un processo naturale. Sapevi che l’indomani mattina la colazione sarebbe stata sul tavolo proprio come sapevi che sarebbe sorto il sole. Per tutta la vita mamma andò a letto alle nove e si alzò alle cinque, e avrebbe trovato vagamente scellerato – insomma, decadente, da forestieri e aristocratici – essere svegli a ore più tarde. Se da una parte non la disturbava pagare Katie Simmons per accompagnare me e Joe a fare una passeggiata, dall’altra non avrebbe mai tollerato l’idea di farsi aiutare da una donna per le pulizie. Era convintissima che le donne di servizio spazzassero sistematicamente lo sporco sotto i mobili. I pasti, sempre pronti spaccando il minuto, erano pantagruelici: bollito e gnocchi in brodo, arrosto di manzo e pudding, montone stufato con i capperi, torta di mele, pane con l’uvetta e rotolo di pastafrolla con la marmellata. Con una preghierina all’inizio e una alla fine. Si ritenevano ancora valide le vecchie idee sull’educazione dei bambini malgrado si stessero mitigando rapidamente. In linea teorica i bambini venivano picchiati e mandati a letto dopo una cena a pane e acqua, e non c’è dubbio che ti minacciassero di cacciarti dal tavolo se facevi troppo rumore mangiando, se ti abbuffavi, se rifiutavi qualcosa che “ti faceva bene” o se ti permettevi di “rispondere”. Ma nella pratica non eravamo granché disciplinati in famiglia.  Dei due era mamma la più severa. Papà ripeteva sempre: “Se risparmi il bastone, vizi il bambino”, ma in realtà era alquanto molle con entrambi, soprattutto con Joe, un tipino difficile fin dall’inizio. Minacciava regolarmente di dargli una bella lezione, e per giunta raccontava storie spaventose, che ad oggi credo fossero frottole, su come suo padre lo frustava con una cinghia di cuoio, ma poi non faceva mai niente. Una volta compiuti dodici anni, Joe fu troppo forte perché mia madre riuscisse a tenerlo sui ginocchi per sculacciarlo. Da quel momento in poi non ci fu più niente da fare con lui.

A quell’epoca si riteneva ancora giusto che i genitori passassero le giornate a dire di “no” ai ragazzini. Si sentivano uomini vantarsi di aver massacrato il figlio di botte dopo averlo sorpreso a fumare, a far man bassa di mele o a rubare uova dai nidi. E in alcune famiglie accadeva per davvero. Il vecchio Lovegrove, il sellaio, trovò i suoi due figli, due giovanottoni di sedici e quindici anni, a fumare in un capanno in giardino e gliene diede così tante che si sentirono le grida dall’altra parte del paese. Lovegrove, peraltro, era un fumatore incallito. Le percosse non sembravano produrre alcun effetto, i ragazzi continuavano a rubare le mele e le uova dai nidi, prima o poi iniziavano comunque a fumare, ma l’opinione comune restava che i figli dovessero essere trattati male. Quasi tutto quello che valeva la pena di fare era proibito, almeno ufficialmente. Stando a quanto diceva mamma, qualsiasi cosa avesse voluto fare un ragazzino era “pericolosa”. Nuotare era pericoloso, salire sugli alberi era pericoloso, pattinare era pericoloso, come lo era fare a pallate di neve, attaccarsi al retro delle carrozze, giocare con fionde e catapulte, e persino pescare. Gli animali erano tutti pericolosi, a esclusione di Nailer, i nostri due gatti e Jackie il ciuffolotto. Ogni animale aveva una modalità di attacco specifica e riconosciuta: i cavalli mordevano, i pipistrelli si infilavano fra i capelli, le forbicine ti entravano negli orecchi, i cigni ti spezzavano una gamba con un colpo d’ala, i tori caricavano e i serpenti pungevano. Secondo mamma tutti i serpenti pungevano e quando le lessi l’enciclopedia, stando alla quale i serpenti mordono e non pungono, si limitò a dire che non dovevo risponderle. Pungevano anche le lucertole, gli orbettini, i rospi, le rane e le salamandre. E pure tutti gli insetti, salvo le mosche e gli scarafaggi. Di fatto ogni tipo di cibo che non fosse quello servito durante i pasti era velenoso o “ti faceva male”. Le patate crude erano letali. Lo stesso valeva per tutti i funghi non comprati all’alimentari. Se non erano maturi, i lamponi causavano degli sfoghi alla pelle e l’uva spina ti dava il mal di pancia. Se facevi il bagno dopo aver mangiato, morivi di congestione; se ti tagliavi fra pollice e indice, prendevi il tetano; se ti lavavi con l’acqua in cui avevi bollito le uova, ti venivano le verruche. In negozio era pressocché tutto velenoso, motivo per cui mamma aveva messo il cancelletto nel corridoio. La semola per le mucche era velenosa al pari del granturco per le galline, dei semi di senape e del mangime Karswood per i polli. I dolci facevano male, così come mangiare fuori dai pasti, anche se c’erano alcuni modi di farlo che curiosamente nostra madre concedeva. Mentre preparava la marmellata di prugne, ad esempio, ci lasciava mangiare la pellicola sciropposa che si addensava in superficie e noi ci abbuffavamo a tal punto da star male. Ma se da una parte era quasi tutto velenoso o pericoloso, dall’altra alcune cose godevano di virtù misteriose. Le cipolle crude curavano praticamente tutto. Una calza legata intorno al collo faceva passare il mal di gola. Lo zolfo nell’acqua da bere del cane la trasformava in tonico, per cui la ciotola di Nailer dietro la porta sul retro ospitava immancabilmente un pezzo di zolfo che restava intatto senza sciogliersi per anni.

Per gentile concessione della Casa editrice Feltrinelli