Particolare della copertina del libro

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Prima delle parrocchie. Comunità rurali e chiese in area trentina

di Emanuele Curzel

19 settembre 2025
Versione stampabile

Tra il tardo medioevo e l'età moderna le valli alpine videro una progressiva modifica dell'organizzazione istituzionale della cura d'anime, attraverso un processo che ebbe spesso come motori le comunità locali e la loro volontà di vivere pienamente i segni dell'appartenenza religiosa. Un volume dedicato a un'area specifica, che esce nel momento in cui l'oggetto stesso della trattazione appare entrato in una nuova fase della sua storia, imprevedibile agli occhi degli uomini che vissero nelle epoche - in fondo non tanto remote - di cui ci si occupa.

Emanuele Curzel è professore associato presso il Dipartimento di Lettere e Filosofia dell'Università di Trento. 

Dall'epilogo (pagg. 177-181)

L’identità locale non fu spazzata via, ma si trovò a essere una possibilità tra le altre, spesso denigrata o ricondotta a folklore da quella che nel Novecento divenne la vera religione di massa: il nazionalismo.

In secondo luogo, la stessa identità locale poteva trovare un altro modo di rappresentarsi. In ancien régime era difficile immaginare che la costruzione, l’abbellimento e la qualificazione di un edificio sacro non fossero il modo migliore per affermare la propria identità e manifestare la propria dignità. Giunti alla fine del XIX secolo l’esistenza di una scuola, di un’infrastruttura stradale o ferroviaria, di un’impresa industriale, di un polo turistico, di un monumento che esaltava un eroe della patria potevano servire allo stesso scopo – o per lo meno potevano degnamente affiancare il campanile.

Nell’orizzonte tradizionale, erano le parole e i simboli cristiani a strutturare l’orizzonte di senso dei singoli e dei gruppi; in età contemporanea parole e simboli utili a questo scopo cambiarono e si articolarono, e al Dio della Tradizione si affiancarono il Dio della Nazione, quello del Progresso e della Scienza, quello del Socialismo... L’esito – almeno nel campione geografico preso in esame – non fu la completa sostituzione, ma appunto l’affiancamento. I simboli religiosi non erano però più capaci di rappresentare in modo unitario il corpo sociale. Solo una sua porzione era ancora interessata al funzionamento dell’istituzione ecclesiastica, era disposta a prendersi carico del mantenimento del clero, si preoccupava della gestione dei beni che garantivano la continuità edilizia e funzionale, si appassionava alla questione della scelta del curatore d’anime: per quanto ampia potesse essere, non poteva più presentarsi come totalità.

Da questo fatto nasce una quarta differenza con il passato. La cappella che si era sviluppata a partire dal XIV secolo era stata voluta e gestita da ogni singola comunità locale, considerata – almeno in linea di principio – nella sua interezza; il curatore d’anime ne era solo il funzionario temporaneo, che i vicini nominavano e controllavano, e questo atteggiamento era diffuso anche nei confronti delle chiese pievane, che le comunità maggiori sentivano di mantenere con i propri sforzi e dunque pretendevano di condizionare secondo modalità non troppo dissimili da quelle che sono state descritte in riferimento alle curazie. 

Dopo il Concilio di Trento qualcosa aveva già cominciato a cambiare; ma è stato in tempi più vicini a noi che comunità civile e comunità ecclesiale hanno perso la loro so-stanziale sovrapponibilità. Visto dall’esterno, questo sembrò l’esito di un processo di secolarizzazione: ma a favorire la fine dell’identificazione tra comunità cristiana e comunità civile non furono solo le spinte provenienti dall’illuminismo, dal liberalismo o dal marxismo. Anche la Chiesa cattolica finì con lo spingere nella stessa direzione (anche se non sempre ammettendolo o dichiarandolo). Negò infatti di essere una confederazione di Chiese nazionali o territoriali, rifiutò (almeno in linea di principio) mediazioni e accomodamenti con i poteri esistenti e strinse i credenti attorno all’unico vescovo universale, il papa. Essere buoni cattolici, a partire dalla metà del XIX secolo, non significò solo riconoscersi in un orizzonte di convinzioni e di riti, ma coincise con l’essere “papisti”: la struttura gerarchica della Chiesa otto-novecentesca richiese rispetto e pretese obbedienza solo verso chi era in comunione con il papa e ne rappresentava la volontà in sede locale. Distinguendosi così, in modo radicale e intransigente, dalla comunità civile che abbandonava il confessionalismo e andava verso il liberalismo, e favorendo dunque la rottura – o per lo meno l’allontanamento – tra la sfera pubblica in quanto tale e la sfera religiosa. 

Una Chiesa che pensava in questo modo non poteva più accettare che le comunità locali – composte da uomini che non erano più tutti buoni cattolici – mantenessero una posizione di controllo e sostanziale superiorità rispetto al clero; parallelamente e contemporaneamente, i buoni cattolici considerarono opportuno – e forse anche vantaggioso – che i curatori d’anime venissero nominati dal vescovo, piuttosto che dai propri a volte poco ortodossi compaesani. Le curazie comunitarie evolsero quindi nel giro di pochi decenni in parrocchie pienamente cattoliche – nel senso di: vescovili – guidate in tutti i loro aspetti da parroci ovviamente ubbidienti a vescovi a loro volta in stretta comunione con il papa.
[...]
Tutto il discorso fatto finora vale evidentemente più per i piccoli centri che per le parrocchie urbane, dove il modello territoriale era già stato messo in profonda crisi dall’urbanizzazione e dall’industrializzazione: non è un caso che la discussione sulla natura della parrocchia, sulle sue trasformazioni e sulla sua fine sia cominciata in quel contesto e ben più di un secolo fa (il volume di Heinrich Swoboda La cura d’anime nelle grandi città è del 1909). L’invito ad abbandonare sogni ‘ruralisti’ e principi di territorialità insensati o inefficaci riguarda però, per l’appunto, il contesto urbano, e si accompagnava spesso a una certa retorica antimoderna che esaltava invece (esplicitamente o implicitamente) il modello paesano. Per il Veneto, la crisi della parrocchia come nucleo religioso e sociale venne solo negli anni Cinquanta-Sessanta. Il Trentino, caratterizzato da un’urbanizzazione modesta e, per di più, sentita come estranea alla tradizione del cattolicesimo locale, continuò invece ancora a considerare viva e vitale la relazione tra identità di villaggio e campanili, fino agli ultimi decenni del Novecento. Mentre l’emigrazione (soprattutto giovanile) e l’indebolimento istituzionale toglievano a tanti villaggi le scuole, i bar, i negozi, i luoghi di ritrovo e persino le sedi comunali, le parrocchie restavano uno dei pochi, se non l’unico, simbolo identitario. 

Con la seconda metà degli anni Sessanta, però, si era dissolto il quadro motivazionale che reggeva i grandi numeri dei ministri consacrati. Conseguentemente, a qualche decennio di distanza, il clero è, sul piano dei numeri, imploso (inutile aggiungere cifre). Il titolare della parrocchia è (ri)diventato, in nove casi su dieci (e con l’andare del tempo la frazione tende all’unità), un ospite temporaneo e frettoloso. Proprio il fatto di aver vissuto una stagione – quella otto-novecentesca – nella quale l’istituzione ecclesiastica aveva finito con il convergere, se non proprio coincidere, con la figura del parroco ha però insegnato ai fedeli che la parrocchia non è, alla fin fine, cosa loro; per quanto possano essere affezionate ai luoghi e alle tradizioni, le comunità non sentono più le chiese come parte integrante di sé.

Poco male, qualcuno penserà: non era una situazione priva di conseguenze sgradite. Ma con il controllo è andato perso anche il senso di responsabilità. La chiesa del villaggio è diventata la chiesa nel villaggio; anche quando circondata di affetto e ammirazione, essa è diventata un oggetto inerte e (per i più) altrui, buona per essere una componente dello skyline ma scollegata dalle istituzioni politiche, scolastiche, assistenziali e da quei luoghi densi di memoria – dall’anagrafe al cimitero – che in un passato nemmeno troppo remoto avevano fatto corpo unico con essa. [...]

Per gentile concessione della Società di studi trentini di Scienze storiche