Particolare della copertina del libro

In libreria

Geografie per la pace

a cura di Anna Casaglia, Elena Dell'Agnese, Federica Epifani, Rosario Sommella

14 novembre 2025
Versione stampabile

Nel dicembre 2024, il Global Peace Index segnalava 56 conflitti armati in corso nel mondo: il numero più alto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. In un panorama internazionale sempre più instabile, la geografia si rivela uno strumento essenziale per leggere e affrontare le sfide della contemporaneità, ben oltre la celebre provocazione secondo cui “la géographie, ça sert, d’abord, à faire la guerre”.
Questo volume raccoglie i contributi presentati in occasione delle Giornate della Geografia 2024, ospitate dall’Università di Trento e dedicate al tema della pace. Tra approcci teorici ed esperienze sul campo, si delinea una riflessione corale che mette in luce la forza dello sguardo geografico – plurale, critico, impegnato – come chiave per comprendere i conflitti, ma soprattutto per immaginare e costruire spazi di convivenza pacifica.

Anna Casaglia è professoressa associata presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale dell'Università di Trento
Elena Dell'Agnese è professoressa ordinaria presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale dell'Università Milano-Bicocca
Federica Epifani è ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università del Salento
Rosario Sommella è professore ordinario presso il Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università di Napoli L’Orientale

Dall'Introduzione (pagg. 9-28)

La geografia è davvero, principalmente, uno strumento per fare la guerra, cioè una forma di conoscenza sviluppata per colpire il nemico con più forza? Così scriveva Yves Lacoste nel suo piccolo, ma molto citato, libro La géographie ça sert d’abord à faire la guerre (1976), destinato a diventare un classico della geografia radicale. In quel testo, Lacoste dimostrava che i successi militari degli Stati Uniti in Vietnam erano dovuti a una conoscenza approfondita del territorio e, su queste basi, affermava che lo studio della geografia riguarda ora, e da sempre, soprattutto la guerra. Anche se questo grido d’accusa ebbe all’epoca grande risonanza (tanto che il libretto venne tradotto in diverse lingue), Lacoste non stava scoprendo nulla di nuovo. 
[…]
Se la geografia legata alla geostrategia, alla propaganda e alle attività di intelligence può essere considerata al servizio della guerra, anche la cosiddetta “geografia dei professori” (Lacoste 1976), per quanto apparentemente innocua, può avere implicazioni discutibili. A Halford Mackinder (Democratic Ideals and Reality, 1919, p. 16) si deve una distinzione fra la map habit of thought, cioè la capacità di pensare in termini cartografici, da cui deriva la visione geostrategica e geoeconomica, e la horse-sense geography, basata sull’abitudine al viaggio e non sullo studio di carte e atlanti, che permette di acquisire la conoscenza del quotidiano. 
Per questo, la geografia è anche una “logica” (Farinelli, 1992) che ci insegna a guardare il mondo dall’alto, razionalizzandone la conoscenza e pretesa di poterlo controllare e geometrificare (come scrivono Claude Raffestin, 1986, e Massimo Quaini, 1978). Inoltre, come ha ben spiegato la geopolitica critica e, più in generale, tutti e tutte coloro che si occupano di studi postcoloniali/decoloniali, le geografie immaginative, come rappresentazioni dell’Altro, possono essere facilmente accusate di emanare dalle relazioni di potere esistenti, spesso associate al colonialismo o all’imperialismo (Shimazu 2015). Tali riflessioni potrebbero portare all’eliminazione della geografia, considerata come “scienza dell’impero per eccellenza” (Bryan, 2016, p. 507), dai programmi scolastici contemporanei. 
Ma questa è solo una parte della storia: la geografia non è solo geostrategia, conoscenza del terreno o logica cartografica, è molto di più, e può servire anche a fare la pace.
Per approfondire questo tema e comprendere in che modo la geografia possa essere utilizzata come strumento di pace, bisognerebbe comprendere prima di tutto che cosa sia la pace, ovvero se si tratti solo di assenza di guerra, o sia qualcosa di più. Secondo Johan Galtung (1969), la pace va oltre: l’assenza di guerra, di uccisioni o ferimenti con armi è una forma di pace negativa, una pace “positiva” prevede invece l’esistenza di giustizia sociale e la riduzione di ogni tipo di violenza (inclusa la violenza strutturale). 
[…]
Ovviamente, l’obiettivo ideale sarebbe quello di raggiungere una pace positiva, tramite la geografia, che può essere mirata a denunciare le diseguaglianze regionali e i loro meccanismi di in-giustizia ambientale, la violenza strutturale e la violenza lenta, può favorire la cooperazione internazionale, può favorire anche la solidarietà (dell’Agnese, 2025). Tuttavia, in tempo di genocidio, anche la pace negativa può essere un buon risultato, e, anche in questo senso, la geografia può servire in diversi modi, ossia come veicolo per la diplomazia scientifica, come strumento per mantenere la pace, in un approccio statalista, oppure può essere usata per costruire sentimenti di pace, per cancellare gli stereotipi negativi e aumentare la conoscenza reciproca.
[…]
A questo proposito, bisogna ricordare innanzitutto il geografo anarchico russo Petr A. Kropotkin e il suo manifesto pedagogico, What Geography Ought to Be. Scritto da Kropotkin mentre era in prigione in Francia nel 1885, è un testo famoso, ma deve comunque essere citato qui: 
“La geografia... deve insegnarci, fin dalla prima infanzia, che siamo tutti fratelli, indipendentemente dalla nostra nazionalità. Nel nostro tempo di guerre, di presunzione nazionale, di gelosie e odi nazionali abilmente alimentati da persone che perseguono i propri interessi egoistici, personali o di classe, la geografia deve essere... un mezzo per dissipare questi pregiudizi e per creare altri sentimenti più degni dell’umanità. Deve mostrare che ogni nazionalità porta la sua preziosa pietra da costruzione per lo sviluppo generale della comunità e che solo piccole parti di ogni nazione sono interessate a mantenere gli odi e le gelosie nazionali. ... c’è [un altro compito], forse ancora più grande: quello di dissipare i pregiudizi in cui siamo cresciuti nei confronti dei cosiddetti ‘inferiori’...”.
[…]
Alla geografia si possono chiedere anche chiavi interpretative per pensare ‘pacificamente’ il mondo. Il concetto relazionale di luogo (Massey, 2004), per esempio, può aiutare le persone a capire che ogni porzione di spazio è, o può essere, un sito di eterogeneità e interazione / e che ognuno di noi può viverlo/interpretarlo in modo diverso/ e che ogni luogo rischia di divenire un luogo ‘conteso’. Mentre, l’idea di ‘trappola territoriale’, sviluppata da John Agnew (1994), in base alla quale la politica rivendica ‘integrità territoriale’ perché la sovranità per essere esercitata richiede spazi chiusi da confini, dimostra come la chiave di lettura dell’organizzazione politica sia inesorabilmente rappresentata dallo stato. A causa di questa trappola territoriale, dividiamo l’azione della politica fra estera e interna e, quando pensiamo a una soluzione per risolvere situazioni conflittuali, pensiamo innanzitutto a operare una soluzione territoriale, ovvero a una divisione dello spazio, perché il territorio dello Stato è “indivisibile”.
[…]
In un’epoca in cui l’Europa è pervasa da una generale “chiamata alle armi […] abbiamo ritenuto che non fosse più procrastinabile la “chiamata alla pace” della nostra comunità geografica. 
[…] durante le Giornate della Geografia i gruppi di lavoro dell’AGeI si sono confrontati su come lo sguardo geografico possa contribuire a costruire e mantenere la pace, affrontando il tema da diverse prospettive tematiche e, talvolta, interdisciplinari, e su scale d’analisi differenti.
Ne è nato un dibattito estremamente vivace, di cui questo volume rappresenta solo un frammento, da cui emergono non solo numerose prospettive di ricerca e intervento, ma anche molteplici approcci, da quello più squisitamente accademico a quello più militante che richiama ad un ruolo attivo di chi fa geografia in seno a processi (amministrativi, istituzionali, associativi, di comunità etc.) che sono anche  squisitamente geografici, perché contemplano un “dove”: cooperazione attiva, giustizia socio-spaziale, condivisione di un progetto comune di territorio a partire dal riconoscimento della pluralità. 

Per gentile concessione della Casa editrice Unicopli