Ogni parola ha la sua storia, e spesso questa storia si può seguire grazie ai dati e alle spiegazioni che generazioni di studiosi hanno raccolto nei vocabolari, in particolare in quelli etimologici. Per alcune parole, però, i vocabolari non sanno dire molto, o ripetono storie non sufficientemente fondate. Nel presente libro si discutono dieci di queste parole, delle quali l’autore ha recuperato le tracce nel corso dell’ultima dozzina d’anni, ispirato quasi sempre dal caso.
Il libro è diviso in due parti: la prima contiene cinque ricerche su parole italiane dell’uso attuale (barzelletta, facchino, lesena, quarantena, zibaldone), la seconda altrettante ricerche su parole uscite dall’uso (rubecchio, albagia, guastada o anguistara, ravaglioso, farlingotto). Per la ripartizione ha fatto un po’ da modello il Novo dizionario universale della lingua italiana (1887-1891) di Policarpo Petrocchi, nel quale, come recita il suo frontespizio, «in ogni pagina la parte superiore comprende la lingua d’uso, la parte inferiore la lingua fuori d’uso». L’ordine dei capitoli della prima parte dipende semplicemente dalla lettera iniziale della parola presa in esame. Nella seconda parte le parole trattate sono disposte secondo la rilevanza dei testi che ce le consegnano, lungo una linea discendente, dalla Commedia di Dante fino a pezzi di carattere comico.
Le nuove storie che si propongono, alcune delle quali comportano in realtà una riscoperta, sono più o meno lunghe, ma cercano tutte di essere fondate e danno perciò largo spazio alla documentazione. L’autore, insomma, cerca sempre di rendere visibile al lettore il proprio lavoro di ricostruzione.
Alessandro Parenti è professore associato presso il Dipartimento di Lettere e filosofia dell'Università di Trento
Dal capitolo 1. Intorno all’origine di barzelletta (pagg. 15-19)
«La barzelletta è un breve racconto umoristico, circoscritto da un annuncio preliminare e da una battuta risolutiva. Viene in genere recitato oralmente da un partecipante alla conversazione, per muovere l’uditorio al riso». La definizione è di Stefano Bartezzaghi e si trova nell’Enciclopedia dell’Italiano (l’annuncio di cui si parla è una formula del tipo Sentite questa), dove si continua come segue: «Il nome barzelletta, di etimologia incerta, è mutuato da quello di una forma poetica del Quattrocento, ma già alla fine del Cinquecento il significato attuale s’era affiancato a quello letterario d’origine». Il tutto è vero, compresa la questione dell’origine del nome, di fronte alla quale infatti gli etimologi sono in imbarazzo, tanto che alcuni vocabolari si rassegnano alla completa incertezza. In realtà, come vedremo, per barzelletta un’ottima etimologia è disponibile, e da lungo tempo; se non si è imposta, la colpa è proprio degli etimologi.
Prima di esaminare il caso, cerchiamo di capire per quale via il nome di una forma poetica, per la precisione una forma poetico-musicale, sia arrivato a indicare una storiella divertente o, almeno, che si vorrebbe tale. La barzelletta era un tipo di canzone a ballo di matrice popolare, costituita tipicamente di strofe di ottonari, ed ebbe larga fortuna nel Cinquecento. Dei primi del secolo è una barzelletta, sufficientemente nota, di Faustino Perisauli da Tredozio, che esordisce così:
Vaten via malinconia
Ch’el mondo è di chi el gode
Altro qua non se riscode
Tutto el resto è una pazia.Come accenna Bartezzaghi, la fortuna di questa forma comincia già prima: anche se Lorenzo de’ Medici non usa il nome barzelletta, tra le barzellette poetico-musicali l’esempio più famoso è la sua Canzona di Bacco («Quanto è bella giovinezza | che si fugge tuttavia!» ecc.). Si trattava di discorsi leggeri, insomma, capaci di dare un breve divertimento. Su queste basi la parola passa a significare ‘sciocchezza’ e da lì raggiunge poi il valore di ‘racconto umoristico’. Simile, ma non identica, è la storia di frottola, che, prima di assumere il valore attuale di ‘fandonia’, ha indicato un componimento costituito da una sequenza di versi molto lunga e poco connessa ed è passata per il valore di barzelletta nel senso poetico-musicale.
Veniamo alle etimologie. Nei vocabolari in circolazione una delle spiegazioni di barzelletta più diffuse è il tentativo che fu formulato da Giovanni Alessio nel 1949 e che venne poi condensato nel DEI (I 447): si sarebbe partiti da una variante settentrionale del femminile di bargello ‘ufficiale di polizia’, dunque da un’ipotetica forma barzella, che avrebbe indicato una donna rude e indagatrice come un bargello, quindi una ‘donna sfacciata’, e si sarebbe passati attraverso il senso di ‘facezia grassoccia e triviale’. A questa ipotesi si attengono i vocabolari etimologici di Olivieri e di Devoto, nonché, con forti dubbi, il GDLI. Bisogna dire che i dubbi sono ben comprensibili, vista l’arditezza della metonimia che viene attribuita al femminile di bargello, parola per parte sua non molto consistente.
Non migliore è un’etimologia proposta molto tempo prima, nel 1889, da Francesco Zambaldi, il quale partiva dalla voce barzella ‘bariletto’ di qualche parlata settentrionale: la barzelletta in origine sarebbe stata la «canzonetta piacevole da cantarsi dopo il pranzo quando si spilla il vino dal bariletto». Qui almeno si parte dall’accezione poetico-musicale, ma anche in questo caso si tratta di un’etimologia a orecchio.
In tempi a noi più vicini il LEI (IV 1021; il volume è stato completato nel 1994) ha battuto una nuova strada, in ogni caso partendo dal significato più antico: la barzelletta era una canzone a ballo, dunque il suo nome si può accostare al verbo balzare, attraverso il derivato balzellare o barzellare (quest’ultima forma sarà stata ricavata dalla variante barzellà, registrata in un paio di punti della Toscana). L’accostamento viene sostenuto dalla variante balzeretta con cui la parola si presenterebbe alla sua prima attestazione, nel 1504. Si può aggiungere che quest’ultimo dato, verosimilmente ricavato dalla prima edizione del DELI, proviene da una lettera del poeta monferrino Galeotto del Carretto, inviata a Isabella d’Este, marchesa di Mantova; il DELI a sua volta dipende da un articolo del 1885 in cui sono citati estratti del carteggio di Galeotto, comprendenti il seguente passo: «Ceterum io gli mando certe mie balzerette in sonetti».
A sostegno della proposta, il LEI porta anche la voce balsolata, che è documentata in testi teatrali fiorentini del primo Cinquecento col valore di ‘frottola’ o, meglio, che nell’Ottocento era stata spiegata con frottola ‘fandonia’: un suo qualche legame con barzelletta si può dunque vedere (in realtà non senza forzature). E in balzellare abbiamo la sorda [ts], è vero, ma per la sonora [dz] di barzelletta si può invocare un influsso da parte del solito ‘bargello’ settentrionale.
Di fronte a questa ipotesi qualcuno restò perplesso: si allude a Marcello Aprile, autore di uno suo studio d’insieme sul LEI che a un certo punto elenca alcuni casi di etimologia dubbia e termina proprio con quella di barzelletta, aggiungendo il commento seguente: «Il lavoro delle future generazioni di etimologisti è salvo». L’EVLI invece dichiara che «la proposta avanzata dal LEI sgombra il campo dalle spiegazioni concorrenti». Ma le perplessità hanno piena ragion d’essere, e vediamo perché.
Quanto alla forma, il problema della sonorizzazione di [ts] in fin dei conti è il minore. Come la mettiamo infatti per il significato? Le nozioni di ‘balzare’ e ‘ballare’ non sono sovrapponibili. E balzeretta, rispetto a balzare, che tipo di derivato sarebbe? Il suff. -etto si unisce solo a nomi e ad aggettivi. Ma i problemi non sono finiti. C’è anche il fatto che l’interpretazione di balsolata come ‘frottola’, che, come si è detto, venne data nell’Ottocento, era già stata smentita nello stesso secolo; il suo reale valore, infatti, è spiegato già dal vocabolario di Tommaseo e Bellini, sotto la voce balzolata: «Dare una balzolata a uno, fargli cosa per cui il cuore gli balzi, gli si rimescoli dalla paura». Nessuna relazione, dunque, fra balsolata e barzelletta o frottola in tutti i loro sensi. Quanto poi alla forma della prima allegazione di barzelletta, anche quella è erronea: l’edizione delle lettere di Galeotto del Carretto, pubblicata nel 1971, ci mostra che la forma è belzeretta con -e- nella prima sillaba, forma che ricorre numerose volte e già a partire dal 1497. In buona sostanza, con balzare non va bene niente.
Ricostruzioni. Origini e vicende di dieci parole italiane di Alessandro Parenti, Il Mulino, 2025, pp. 368




