Particolare della copertina del libro

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Identità bugiarde. Vagabondi, repressione, resilienza nell’Ottocento asburgico

Serena Luzzi

27 febbraio 2026
Versione stampabile

Gennaio 1868. La polizia austriaca cerca di definire il luogo di nascita e di domicilio di Gustav Kaiser Bedolzky. Nonostante le fotografie segnaletiche e le indagini ripetute della burocrazia viennese, però, l’identità dell’uomo rimane inaccessibile; certa è la sua carriera criminale, macchiata di reati concepiti per una specifica categoria sociale: la classe pericolosa – vagabondi, accattoni, poveri, disoccupati –, considerati una minaccia per l’ordine sociale.
Kaiser Bedolzky è uno delle migliaia di individui senza fissa dimora, in movimento lungo itinerari ampi; assumono identità bugiarde per sfuggire ai controlli e confondere la polizia, evidentemente in difficoltà. Sono anche vicende di resilienza, queste. Ma c’è chi abbraccia il vagabondaggio, libero da condizionamenti di sorta, nonostante le difficoltà che una simile scelta porta con sé.
L’esigenza ossessiva di recuperare l’identità di Kaiser Bedolzky produce una messe di informazioni inedite, che introducono a una Mitteleuropa dal basso, popolata da musicisti di strada, commercianti rom ed ebrei senza diritti, renitenti alla leva, neonati affidati a migliaia allo Stato, donne sole, migranti, acrobati itineranti. Sullo sfondo i battelli a vapore lungo il Danubio e i mutamenti inesorabili di una spinta industrializzazione.

Serena Luzzi è professoressa associata del Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento

Dal Cap.1. Gustav Kaiser Bedolzky, il vagabondo (pagg. 15-17)

 Il mio nome è Gustav Kaiser Bedolzky 

Fu la polizia di San Bonifacio, nel Veronese, a sospettare della reale identità di Gaspar Schüller, calzolaio bavarese. Fino a quel momento nessuno lo aveva fermato, la polizia faticava ad assicurare gli accertamenti che la legge chiedeva, l’organico non era sufficientemente nutrito. Lo tradì una sosta non lontano da Verona, a Villanova, nei pressi di San Bonifacio, dove i controlli sulla mobilità erano più serrati trattandosi di una stazione ferroviaria lungo l’Imperial-Regia Privilegiata Strada Ferrata Ferdinandea, inaugurata un decennio prima.  Un qualche dettaglio del libretto di lavoro esibito dall’uomo aveva sollevato i dubbi della pattuglia che lo aveva fermato, o forse a insospettire le guardie fu l’aspetto stesso del calzolaio. Da San Bonifacio Schüller fu condotto a Soave, sede di una delle preture austriache in cui era suddiviso il Veneto. Il pretore, giudice anche nella materia penale per reati minori, lo sottopose a fermo, nell’attesa di verificare l’autenticità del libretto intestato al calzolaio giunto dalla Baviera. Era il 17 febbraio 1866. Trascorse tre settimane, mancava ancora una risposta a proposito del libretto di lavoro, a conferma di quanto fosse oneroso verificare l’effettiva corrispondenza tra il documento e chi lo possedeva. Approfittando dello scarso controllo sui suoi movimenti, il sedicente Gaspar Schüller fuggì. Lungo la via rubò del vestiario mentre si spostava verso nord, nella direzione del Brennero; ma venne arrestato, ricondotto a Soave e infine riconosciuto come Gustav Kaiser Bedolzky. Considerando la gravità del reato, fu trasferito a Verona, dove il tribunale di prima istanza lo condannò per furto e sostituzione di persona a sei mesi di carcere duro, forse con la catena ai piedi, come previsto dal diritto penale austriaco,  o costretto ad altre forme di aggravamento della pena come i lavori forzati, il giaciglio duro, giorni di digiuno, isolamento, detenzione solitaria in cella oscura. Per quanto sappiamo, quella di Verona è la prima delle reclusioni a cui Gustav Kaiser Bedolzky andò incontro. 

Quando Kaiser Bedolzky uscì dal carcere, il 23 dicembre 1866, i confini della monarchia erano cambiati: la guerra aveva visto soccombere l’esercito austriaco, Francesco Giuseppe aveva perso anche il Veneto a vantaggio del Regno d’Italia, e pochi anni prima, nel 1859, la Lombardia – si tratta, dal punto di vista italiano, della Terza guerra d’indipendenza e, per l’Austria, della fine del Regno Lombardo‑Veneto, sul quale dominava dal 1815. Per Kaiser Bedolzky, in ogni caso, la situazione non cambiò: il nuovo governo italiano non ritenne di modificare la condanna che gli era stata imposta. A fine pena fu inviato alla volta di Vienna, indicata dall’interessato come la città dove era nato. 

Dopo un lungo viaggio in treno e fermate in undici stazioni, Kaiser Bedolzky e la scorta arrivarono a Trento. Che i trasporti coatti dovessero avvenire con il mezzo ferroviario l’avevano stabilito le autorità tirolesi con un’ordinanza risalente al 1861.  Sono le otto di sera del 24 dicembre 1866. Nelle stanze del commissariato di Trento, l’ufficiale di turno alla vigilia di Natale si limita a chiedere informazioni sul domicilio, senza troppo badare a chi sia l’individuo costretto al trasferimento forzato. È una domanda apparentemente superflua, la sua, dal momento che ha sotto gli occhi il registro dove la destinazione è indicata a chiare lettere assieme all’itinerario che andava seguito per raggiungere Vienna. Dopo aver pernottato in città, l’indomani la comitiva – Kaiser Bedolzky, il vetturino e la guardia – riprese il viaggio, questa volta in un carro coperto, verso la capitale, dove giunse due settimane dopo, nel gennaio 1867. 

Quanto alla domanda dell’ufficiale sul domicilio, rinviava a una legge per tanti versi scomoda.

Per gentile concessione della Casa editrice Viella