Gli storici europei di Otto e Novecento hanno legittimato gli Stati nazionali costruendo narrazioni identitarie. Questo libro indaga coloro che, al contrario, contribuirono a «distruggere» comunità politiche. Ovvero storici, giornalisti, intellettuali prestati al servizio diplomatico – Robert W. Seton-Watson, Henry Wickham Steed, Lewis B. Namier – che, considerati gli esperti migliori della politica asburgica, a inizio Novecento furono chiamati dal governo britannico a programmare l’assetto futuro dell’Europa; e divennero protagonisti dell’«uso pubblico» della storia, trasformandola in uno strumento per influenzare decisioni strategiche e percezioni pubbliche nei momenti cruciali della Grande guerra e durante le trattative di pace a Parigi. Negli stessi anni, alcuni intellettuali austriaci come Josef Redlich – l’altro protagonista del libro – cercarono disperatamente di spiegare perché il loro mondo dovesse sopravvivere senza dissolversi in Stati nazionali più piccoli.
Marco Bellabarba è professore ordinario del Dipartimento di Lettere e Filosofia dell'Università di Trento
Dall'Introduzione
Le parole seminate silenziosamente a colpi duri sul fragile terreno cadranno come pietre sul vetro. Sembra volerci una legge che trasformi tutte le confessioni in manifesti e tutte le lingue in slogan pubblicitari. Questo è il tempo delle parole gettate all’aria e degli Stati inutili.
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Sono le ultime righe di un articolo inviato il 2 agosto 1928 alla redazione culturale della Frankfurter Zeitung dal suo corrispondente a Varsavia. A firmarle è Joseph Roth, che ama definirsi «uno scrittore, non un editorialista», e che da alcuni anni viaggia nei paesi dell’Europa orientale su incarico del quotidiano tedesco. Roth è già stato in Polonia nel 1924, visitando la ex provincia austriaca della Galizia, dov’era nato suddito asburgico nel 1894, ora parte del territorio polacco. Vi ha fatto ritorno quattro anni dopo, spinto come nel primo viaggio dal desiderio di sfatare i pregiudizi dei lettori tedeschi verso quella «terra antica» e il suo «Stato nuovo», comparso dal nulla sopra la carta geografica europea in virtù degli accordi di pace stipulati a Versailles.
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Di “inutile” lo Stato polacco degli anni Venti ha proprio questo, secondo Roth, l’unione di popoli diversi sotto un tetto nazionale a cui non hanno mai appartenuto. Supporre che la dissoluzione degli imperi orientali possa essere risolta mediante la creazione di Stati nazionali si è rivelata un esperimento disastroso (o «semplicemente assurdo», scriverà Hannah Arendt) in mancanza delle condizioni minime necessarie a realizzarla: l’omogeneità della popolazione, il radicamento alla terra, il sentimento di essere una comunità. In proposito, non c’è forse descrizione migliore di questo fallimento delle pagine scritte da Ludwig von Mises in Stato, nazione ed economia pubblicato a Vienna nel 1919, negli stessi mesi delle trattative parigine. Perché qui, incuneate alle frontiere dei grandi imperi europei, lingue e nazionalità non sono «categorie immutabili», ma si modificano di giorno in giorno, da un luogo all’altro, in una ricchezza disordinata di forme intermedie Anche l’appartenenza degli individui a una nazione non è una qualità invariabile: ci «si può avvicinare di più alla propria nazione, oppure estraniarsene, si può perderla del tutto e cambiarla con un’altra». Questo, spiega Mises, deriva dall’assenza di confini etnici precisi, e poi dal fatto che gli incroci di nazionalità evolvono di continuo provocati dai flussi migratori e dagli spostamenti di popolazione interni.
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Che il mondo sulle sponde del Tamigi e della Senna abbia un volto diverso da quello sulle sponde del Danubio preoccupa i diplomatici impegnati a rimettere in piedi l’ordine europeo. Ma l’incognita maggiore per il futuro immediato degli Stati successori è il mix di gruppi linguistici di cui sono fatti, una composizione il più delle volte risultante da meri calcoli politici e non da una coerenza etnica. Il punto denso di significati degli accordi di pace è che in essi le minoranze nazionali sono considerate come corpi estranei che minacciano la sovranità dello Stato. Di fatto, uno dei pochissimi temi sui quali i rappresentanti dei “Grandi” si trovano d’accordo è nel mettere in conto l’assimilazione dei gruppi allogeni da parte delle nazionalità dominanti.
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Eppure, un’Europa disegnata come una scacchiera di Stati nazionale è un’ipotesi recente; fino a pochi mesi prima della fine del conflitto, i diplomatici dell’Intesa dubitano che una pace fondata solo sul principio di nazionalità sia la soluzione migliore alla scomparsa degli imperi centro-orientali. Il disegno di una mappa europea secondo linee etnografiche è stato discusso in molte occasioni nelle cancellerie, e sempre rinviato a una data da destinarsi. Certo, si potrebbe pensare che i colloqui aperti alla reggia di Versailles il 18 gennaio 1919, scaricando su tedeschi e austro-ungheresi la “responsabilità giudiziaria” per le colpe della guerra, abbiano reso inevitabile il loro smembramento. Ma non si tratta solo di una resa dei conti tra vincitori e vinti, sbrigata frettolosamente e interpretata nel peggiore dei modi possibile.
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In realtà il finis Austriae poggia sopra un mare ribollente di opinioni che si elidono a vicenda da decenni. La Monarchia asburgica è un corpo materiale (territori istituzioni, popoli) e immateriale (simboli, letteratura, iconografia) così complesso da generare letture contrastanti dentro e fuori i suoi confini. I quattro personaggi che si rincorrono nel libro sono il ritratto di questi contrasti. Incrociando vicende biografiche e contesto storico, strutture e azioni individuali, i capitoli provano a ricostruire la trama di un dialogo intellettuale che accompagna, per certi versi anticipandola, la dissoluzione della compagine asburgica.
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Robert William Seton-Watson (1879-1951), Henry Wickham Steed (1871-1956), Lewis B. Namier (1888-1960) e Josef Redlich (1869-1936) sono figure familiari agli studiosi. Dei primi due – un giovane storico di Oxford capitato quasi casualmente a Vienna e l’inviato del Times nella capitale austriaca – è conosciutissima la battaglia intrapresa a sostegno delle «nazionalità soggette» contro l’oppressione delle «nazionalità dominanti» austro-magiare. Grazie a un’attività di propaganda instancabile –hanno pubblicato articoli e monografie, fondato riviste, finanziato associazioni – Seton-Watson e Wickham Steed sono riusciti ad accreditare l’idea che il carattere prevalente della storia asburgica consista in una lotta senza quartiere tra «dominant» e «subject nationalities».
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Vinta un’iniziale diffidenza, l’establishment britannico farà in modo di adattare questo schema culturale ai propri interessi politici, riducendo al minimo l’estensione dei territori occupati dalle nazionalità austriaca e ungherese.
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Dietro la pretesa illusoria e tragica di poter rendere omogenea la fascia delle regioni mistilingue centro-europee si colgono molti fraintendimenti. Tra questi vi è sicuramente l’abitudine degli studiosi britannici, liberali o democratici, a porre in primo piano gli interessi del loro paese. Il prestigio del British empire, considerato il modello civile di coesistenza tra ceppi nazionali, fa da termine di confronto con la Monarchia, un Great power indebolito ma ancora necessario alla stabilità del quadro continentale. Anche i contrasti nazionali in fin dei conti hanno un peso nella misura in cui l’emancipazione di questa o quella minoranza serve da pedina agli obiettivi di Londra sullo scacchiere dei rapporti di forza internazionali.
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Gli altri due protagonisti di questo volume, Lewis B. Namier e Josef Redlich, hanno con la dissoluzione della Monarchia un rapporto più ricco di sfumature interpretative. Entrambi, a loro modo, sono degli esuli. Namier, nato da una famiglia ebraica in Galizia, l’ha abbandonata al principio del Novecento trasferendosi a Londra; Redlich, originario della Moravia, dopo il 1918 trascorre da docente di diritto lunghi periodi nelle università degli Stati Uniti, lontano da una piccola Austria repubblicana che ha smarrito la sua identità imperiale. Senza alcuna nostalgia, negli anni entrambi hanno scavato pazientemente dentro la storia della Monarchia asburgica alla ricerca delle debolezze che sono state capaci di logorarla così a fondo da creare agli occhi degli osservatori occidentali l’aspettativa di un crollo imminente.
Un mondo già di ieri. Storici, diplomatici, giornalisti e la dissoluzione dell'impero asburgico, Marco Bellabarba, Il Mulino, 2026, pp. 368




