Da molto tempo, ormai, la dimensione spaziale dei testi narrativi è al centro dell’attenzione dei critici e dei teorici della letteratura, tanto che è ormai quasi un luogo comune il riferimento allo spatial turn avvenuto nell’ambito degli studi letterari. Diffusa è la consapevolezza che ogni racconto disegna un proprio mondo e, di conseguenza, un proprio spazio, e che questo mondo narrativo intrattiene un rapporto complesso con il mondo reale, un mondo a sua volta ambiguo e sfuggente, immaginato e ricreato da chiunque lo abiti. Sulla base di queste riflessioni, un gruppo intergenerazionale di studiosi di diversa provenienza e di diverse discipline ha deciso di approfondire le questioni legate alla costruzione narrativa di spazi e mondi fantastici, interrogandosi in particolare sul significato che questa costruzione assume nel rapporto di differenziazione e di opposizione nei confronti del mondo attuale. Centrali, da questo punto di vista, appaiono i concetti di utopia, distopia ed eterotopia che permettono di analizzare e interpretare testi che proiettano in un altrove spesso – ma non sempre – collocato nel futuro le speranze di una società armonica o, al contrario, l’incubo di una società alienante e oppressiva.
Fulvio Ferrari è professore senior del Dipartimento di Lettere e Filosofia dell'Università di Trento
Dall'Introduzione (pagg. 7-10)
Da molto tempo, ormai, la dimensione spaziale dei testi narrativi è al centro dell’attenzione dei critici e dei teorici della letteratura, tanto che è ormai quasi un luogo comune il riferimento allo spatial turn avvenuto nell’ambito degli studi letterari, anche se sembra esserci una relativa incertezza riguardo all’individuazione del momento in cui questa svolta ha avuto luogo. C’è comunque una diffusa consapevolezza che ogni racconto disegna un proprio mondo e, di conseguenza, un proprio spazio, e che questo mondo narrativo intrattiene un rapporto complesso con il mondo reale, un mondo a sua volta ambiguo e sfuggente, immaginato e ricreato da chiunque lo abiti. La letteratura, d’altro canto, non si limita a ricavare dal mondo reale gli elementi con cui costruisce i propri mondi, ma può, se vuole, immaginare e introdurre elementi radicalmente nuovi, almeno in apparenza totalmente alieni, con cui costruire universi fantastici. È questa la strada che percorrono gli autori dei generi che si usa oggi raccogliere sotto l’etichetta di speculative fiction: fantasy, fantascienza, horror, weird, ucronia e, in genere, tutto quanto si discosti dalla nozione tradizionale di ‘realismo’.
È sulla base di queste riflessioni che, cogliendo l’occasione di un seminario organizzato presso l’Università di Trento, un gruppo intergenerazionale di studiosi di diversa provenienza e di diverse discipline ha deciso di approfondire le questioni legate alla costruzione narrativa di spazi e mondi fantastici, interrogandosi in particolare sul significato che questa costruzione assume nel rapporto di differenziazione e di opposizione nei confronti del mondo attuale.
Centrali, da questo punto di vista, appaiono i generi dell’utopia e della distopia, che proiettano in un altrove spesso – ma non sempre – collocato nel futuro le speranze di una società armonica o, al contrario, l’incubo di una società alienante e oppressiva. Come risulta chiaro dagli interventi di Edoardo Checcucci, di Giorgia Esposito e di Alessandro Fambrini, i concetti di utopia e distopia sono di per sé instabili, fondati su cosa un determinato gruppo sociale e culturale in un determinato momento storico giudica auspicabile o temibile. Così, ad esempio, la prospettiva ‘utopica’ della liberazione dal lavoro si converte, nelle opere dello scrittore Axel Jensen analizzate da Checcucci, nella cupa visione di una società tecnocratica e spersonalizzante.
Evidenti sono gli stretti legami con il presente anche nei casi degli autori presi in esame da Michelangelo Fagotti e da Luca Gendolavigna. Il romanzo di Corrado Alvaro L’uomo è forte (1938), a cui il saggio di Fagotti è dedicato, può essere inteso come una distopia in cui viene presentata in modo assai critico la società sovietica di epoca staliniana. I tre romanzi svedesi studiati da Gendolavigna sono stati tutti pubblicati tra il 2017 e il 2021 e in tutti e tre i casi si immagina una Svezia radicalmente modificata dai processi migratori, dai conflitti identitari e religiosi e dalla politica repressiva dello Stato svedese. È interessante notare, inoltre, come in almeno due di questi romanzi – Paradis City di Jens Lapidus e Nattavaara di Thomas Engström e Margit Richter – la prospettiva distopica comporti una riorganizzazione topografica della città (in Lapidus) e della geografia politica dell’intero paese (in Engström e Richter).
Se nell’Uomo è forte di Alvaro la costruzione di un mondo distopico appare finalizzata alla critica di una realtà politica e sociale – quella dell’URSS di epoca staliniana – contemporanea all’autore, un processo inverso caratterizza i romanzi discussi da Pia Carmela Lombardi: qui è una società individuata e nominata con chiarezza, quella urbana della Berlino di Weimar, ad assumere nella narrazione i tratti tipici della letteratura distopica. La città di Berlino – ma una Berlino in cui storia e narrativa horror interagiscono nella creazione di un universo narrativo fantastico – è anche al centro dell’intervento di Romano Madaro. Il testo analizzato da Madaro è un romanzo grafico scritto da Tobias O. Meißner e disegnato da Reinhard Kleist: Berlinoir 03 - Narbenstadt. L’ambientazione in un mondo fantastico, in una città dominata dai vampiri, non maschera in alcun modo la valenza politica della rappresentazione di una società in cui i cittadini sono pronti a offrire il proprio sangue per avere in cambio «lavoro, pensioni assicurate e stabilità sociale».
La preoccupazione per un possibile disastro nucleare che caratterizza tanta parte della fantascienza durante la Guerra fredda si combina, nell’epos distopico Aniara dello scrittore svedese Harry Martinson (1956), con la visione di una catastrofe ambientale che costringe il genere umano a cercare rifugio su un nuovo pianeta. A buona ragione, dunque, Maria Cristina Lombardi colloca questo testo tra le ecodistopie, un genere che ha acquisito sempre maggiore centralità con la progressiva presa di coscienza dei danni provocati dall’inquinamento da CO2 e dal riscaldamento globale, come dimostra la poesia ecodistopica del poeta contemporaneo danese Theis Ørntoft analizzata da Andrea Romanzi.
Il contributo di Fulvio Ferrari affronta invece la questione di come il concetto foucaultiano di eterotopia possa rappresentare un utile strumento di analisi della letteratura fantastica, e a questo scopo prende in esame i racconti weird dello scrittore svedese Anders Fager raccolti sotto il titolo Svenska kulter (2009-2011). Il concetto di eterotopia è centrale anche nell’analisi di Ruben Gavilli, che lo applica a un breve, ma particolarmente interessante testo della letteratura islandese medievale: il Þorsteins þáttr bæjarmagns. Anche Giuliano Marmora indaga la funzione degli ‘spazi altri’ nella letteratura medievale, mettendo in particolare in luce come, nel poema anglosassone Beowulf, i luoghi legati alla categoria del mostruoso rappresentino dei rovesciamenti parodici delle istituzioni umane. A una singolare utopia del passato è infine dedicato lo studio di Alessia Serluca: Ortensio Lando, traduttore italiano dell’Utopia di Tommaso Moro, nello stesso anno in cui pubblica la sua traduzione, il 1548, dà anche per la prima volta alle stampe il suo Commentario delle più notabili et mostruose cose d’Italia, et altri luoghi, un testo in cui un fittizio narratore straniero descrive l’Italia come se si trattasse di un luogo utopico, ma così facendo opera una caustica critica della situazione italiana dell’epoca.
La varietà degli ambiti e dei metodi di analisi si è dunque rivelata strumento prezioso per aprire nuove prospettive di interpretazione di testi sia del passato, sia contemporanei, creando un dialogo e un’interazione tra differenti competenze specifiche che hanno dato vita a un vivace confronto interdisciplinare. Indagare ‘i luoghi dell’altrove’ si è dimostrato ancora una volta prassi necessaria per comprendere ‘i luoghi del qui e ora’, una comprensione irrinunciabile, se pensiamo alla letteratura non come spazio isolato dal più ampio contesto socio-culturale, ma come fattore attivo all’interno di quello stesso contesto.
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