Davide è schiacciato dalle aspettative: un padre neurochirurgo che immagina per lui lo stesso destino, una madre che vede nel suo talento sportivo la rivalsa per ciò a cui ha rinunciato.
Si ritrova in una Milano dove la Belle Époque non è mai finita e dove il talenti umani sono commercializzati. Per la prima volta si sente davvero utile.
Mentre nuovi amici gli mostrano il volto nascosto di quella società, anche l’immagine di suo padre comincia a incrinarsi.
Nei cinque giorni che cambieranno tutto, Davide capirà che il vero talento non è un dono naturale.
È una scelta.
Giacomo Bellani è professore ordinario del Centro Interdipartimentale di Scienze Mediche - CISMED dell'Università di Trento
Massimo Vettori è un odontoiatra
Dal Capitolo 7 La partita
Il vecchio si affaccia dalla porta del retrobottega. Davide è seduto alla scrivania, la testa stretta tra le mani. “Allora che si fa, ragazzo? Vuoi o non vuoi guadagnarti qualcosa col tennis?”
“Boh, non lo so. Non ho ben capito cosa significhi tutto questo.”
“Senti, ragazzo, non hai soldi e sei ebreo. Vuoi che ti ributti là fuori?” Il vecchio indica la strada oltre la vetrina con un gesto rapido del braccio.
“Non sono ebreo.” Davide lo dice di impulso, ma senza convinzione. Forse lo è e nessuno glielo ha mai detto.
“Va bene, come vuoi. E comunque, poco importa”, dice il vecchio. “Pecunia non olet. ”
Davide si siede alla scrivania. Davanti a lui ci sono solo una tazza vuota, qualche briciola sul piattino e quell’odore leggero di latte caldo che aleggia ancora nell’aria.
Non dovrebbe essere lì. Dovrebbe essere nel suo letto, con il suo libro.
Si chiede se stia sognando. Il problema è che sembra tutto assurdamente reale. Il pane aveva sapore. La sedia è dura.
Sente la stanza stringersi attorno. Gli manca l’aria.
Ha solo diciassette anni e il giorno prima, senza alcun preavviso, il mondo si è capovolto. Si è svegliato in un posto che non conosce, accanto a un pazzo, che gli mostra un tipo di gentilezza che non lo fa sentire al sicuro.
E adesso quell’uomo gli sta dicendo che vuole misurare il suo talento per il tennis.
“Non capisco più niente”, pensa.
Eppure non si muove. Dentro qualcosa grida No, ma il corpo non risponde.
Il vecchio tira fuori dalla tasca la scatolina d’argento.
Un simbolo inciso nel metallo: due cerchi intersecati e un triangolo in mezzo.
La solleva come se fosse una reliquia. Infine la apre.
Tre cristalli brillano. Minuscoli, trasparenti.
Davide fa per dire qualcosa. Resta zitto.
Il vecchio apre un piccolo contenitore di vetro, intinge un pennellino e lascia cadere una goccia su ognuno dei tre punti.
Un profumo di bosco si diffonde nell’aria, e Davide sente riaffiorare un ricordo dell’infanzia: i pini, le gocce lucide che colavano dai tronchi, le dita appiccicose di resina.
Il primo cristallo punge appena.
Il secondo porta un brivido.
Il terzo quasi nulla.
Infine lo prende per le spalle e si avvicina a pochi centimetri, guardandolo fisso negli occhi. Davide riesce a sentire l’odore acre del suo alito. “Ora rimani qui. Vado a prenderti qualcosa da indossare. Se ti vedono vestito così sicuramente qualcuno evocherà il Curator Civium e con il nome che ti ritrovi … Nescio te… Io non ti conosco.”
Esce e lo chiude dentro il negozio.
Una lieve sensazione di freddo si allarga intorno ai cristalli impiantati sulla testa di Davide.
Oltre la vetrina, la strada continua a brillare sotto il sole di giugno. Indifferente.
Non passa molto tempo prima che il vecchio torni con due sacchi di tela.
Li lascia a terra accanto al letto con un gesto brusco. “Vediamo come ti stanno.”
Davide li solleva. Sono più pesanti di quanto sembrino.
Apre il primo, senza sapere bene cosa aspettarsi.
Tira fuori un completo: giacca nera, camicia bianca, cravatta sottile. Scarpe lucide. Un cappello a bombetta.
Poi passa al secondo sacco: pantaloncini bianchi da tennis, camicia sportiva ben stirata, scarpe basse bianche, cappello di lino.
Appoggia tutto sul letto, pezzo per pezzo.
Due stili completamente diversi. E nessuna spiegazione.
Si sofferma sul secondo completo., da tennis.
Conosce quello stile. Lo ha visto nelle foto in bianco e nero appese al Club, vicino al banco del bar. “Mi sta tornando la voglia di giocare”, mormora.
L’altro lo guarda, un lampo di commiserazione, presto spento dalla freddezza di chi non vuole lasciarsi sfuggire un’occasione. Ma Davide non ci fa troppo caso.
Il vecchio rompe il silenzio. “Metti l’abito da città. Non perdiamo tempo.”
Si incamminano in una Milano austera, affollata e sorprendentemente disciplinata.
Il circolo tennis si trova in un edificio dalle forme classiche, circondato da cipressi.
Un uomo con una divisa simile a quella degli uscieri degli hotel li accoglie con un sorriso formale. “Prego?”
“Mio nipote vorrebbe giocare”, dice il vecchio con voce sicura. “C’è un compagno disponibile per lui?”
“Provvedo a individuare uno sfidante adeguato”, risponde l’uomo. Poi si rivolge a Davide, indicando una porta laterale. “Intanto potete cambiarvi, signorino. Gli spogliatoi sono di là.”
“Signorino?”, pensa Davide. “Ma che posto da ricchi è questo?”
Il completo bianco gli sta alla grande. La camicia a maniche corte lascia scoperta la pelle, chiara come il latte. Non prende aria da settimane. Sempre chiuso in camera a leggere o a far finta di studiare.
Si guarda allo specchio e si sorprende a piacersi.
Sul campo in terra rossa, l’altro è già lì. Fermo sulla linea di fondo, racchetta impugnata davanti al corpo, scarpe allineate, busto rigido.
Sembra finto.
Davide lo fissa e scuote la testa.
Quel ragazzo incarna proprio quello che lui non vuole essere.
“Servi tu?”, chiede quello.
“Sì.” Davide lancia la palla in alto e la colpisce con forza, emettendo un verso stridulo. Lo fa d’abitudine, per dare forza alla palla. È il suo stile.
Il ragazzo alza una mano e blocca il gioco. “Se lo fai ancora, non gioco più.”
Davide abbassa la racchetta, confuso. “Cosa?”
“Quel verso da animale.”
La voce è piatta. Sembra stia citando un regolamento.
Si aggiusta il polsino, con gesto lento e preciso.
Davide si morde le labbra. “Ecco. Con te non gioco mai più di sicuro ”, dice tra i denti.
Il match comincia.
Davide batte il piede due volte a terra, lancia la palla in alto e colpisce. La pallina scivola via sulla linea di gesso.
L’altro non ci arriva: troppo veloce, troppo nell’angolo.
“Quindecim - Nulla .”
Voce piatta, senza inflessioni.
Davide sorride. Alza di nuovo la racchetta, piega le ginocchia, serve. La pallina rimbalza bassa, incrociata, e l’avversario resta, spiazzato.
“Triginta - Nulla.”
Il terzo servizio è una fucilata. Colpisce la riga centrale e schizza via. L’altro ci prova, ma la racchetta intercetta solo aria.
“Quadraginta - Nulla.”
Davide sente il sangue scorrere veloce, le gambe leggere, il braccio sicuro.
Un attimo di respiro, poi chiude il game con un dritto lungolinea che fa alzare la polvere rossa.
“Ludus .”
Il suo avversario si limita a voltarsi, sistema la racchetta sul fianco e attende che Davide si prepari a ricevere il servizio.
Nessuna frustrazione. Niente rabbia.
I cristalli applicati alla testa di Davide pulsano appena sotto il berrettino.
Li sente vibrare.
Ogni colpo, ogni scatto, ogni decisione qualcosa scorre fuori da lui.
Il vecchio, seduto sugli spalti, osserva con un'espressione indecifrabile.
L’avversario solleva la racchetta, si sistema sul piede sinistro e serve.
La palla schizza veloce, tagliata, profonda.
Davide si lancia, ma arriva in ritardo. Non la sfiora nemmeno.
Secondo servizio.
Questa volta la prende, ma il colpo è troppo lungo. Esce, oltre la linea di fondo.
Terzo. La risposta parte fiacca, senza peso.
L’altro non si muove. Colpisce in scioltezza, chiude il punto.
“Ludus.”
La frustrazione monta. I colpi arrivano troppo veloci, troppo precisi.
La racchetta gli scivola dalle dita.
“Dai, Davide. Non pensare ai cristalli. Gioca come sai!”, dice a se stesso.
Ludus e Pars si susseguono implacabili.
Sbaglia le distanze, il braccio perde forza, le gambe rispondono a scatti. Suda, ma non è solo fatica.
Eppure continua, illudendosi che basti un colpo giusto per riprendersi.
Si piega in avanti, le mani sulle ginocchia. Il respiro è affannoso. La racchetta pende dalla mano come un oggetto estraneo.
L’avversario si avvicina alla rete. Si ferma a un passo e lo fissa negli occhi. Espressione impassibile, senza una briciola di empatia. Pronuncia una sola parola, lenta, scolpita: “Conclusum .”
Una pausa, poi si muove verso di lui e gli tende la mano.
La stretta è secca, precisa, energica.
“Sei stato bravo, almeno all’inizio. Ma alla fine… un vero disastro.” Il giovane lo dice senza sarcasmo, senza cattiveria. Solo un dato di fatto. E a Davide brucia sapere che è tristemente vero.
Poi quello si volta e se ne va.
Davide resta lì, al centro del campo. Immobile.
I cristalli hanno smesso di pulsare. Un formicolio corre lungo la nuca, poi più nulla. Solo tanta debolezza. E un’assenza.
Si guarda le mani. Sembrano ancora le sue. Ma non sono più le stesse.
Si volta verso le tribune. Il vecchio è lì. Ha osservato tutto in silenzio. Ora l’espressione è chiara: è compiaciuto.
Si scambiano uno sguardo. Solo un secondo. Ma è abbastanza.
Uno sa di aver chiuso un affare.
L’altro capisce che non si è trattato solo una partita.




