Come è accaduto che un santo africano sia diventato il protettore del primo imperatore sassone? Nella cattedrale di Magdeburgo si trova la tomba di Ottone I, simbolicamente protetta da una statua di san Maurizio, rappresentato con la pelle nera e i tratti somatici di un africano subsahariano. Quando Ottone I scelse san Maurizio come protettore dell’impero sapeva quale era il colore della sua pelle? Cosa significava essere «nero» ed essere africano per un sassone come Ottone? Attraverso la storia di questo santo e delle sue rappresentazioni, Giuseppe Albertoni ci guida nella comprensione del rapporto tra colore della pelle e percezione dell’altro nel corso del medioevo e ricostruisce l’immagine che l’allora Europa cristiana si faceva del mondo.
Giuseppe Albertoni è professore ordinario di Storia Medievale presso il Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento
Dall'introduzione (pagg. 12-16)
[...] Dalla fine del XII secolo, sull’onda della riscoperta di Aristotele, iniziarono a diffondersi teorie mediche e filosofiche che cercavano di spiegare in modo nuovo le caratteristiche fisiche e morali dei popoli, già in precedenza attribuite all’ambiente e al clima in cui vivevano. Al contempo, l’incontro/scontro tra culture diverse innescato dalle crociate aveva portato a un rapporto diretto con «l’altro», nel quale il pregiudizio etnografico spesso si sovrapponeva a quello religioso.
Questo pregiudizio aveva dei connotati razziali? Molto se ne è discusso negli ultimi anni, in particolare a partire dalla pubblicazione di un importante libro della storica statunitense Geraldine Heng, dal titolo inequivocabile: The Invention of Race in the European Middle Ages. Per chi fosse interessato, ho ricostruito in un’appendice storiografica posta al termine di questo volume il contesto nel quale si inseriscono le ricerche di Heng, che usa un concetto molto ampio di «razza» come una categoria universale della differenziazione e della discriminazione. Io ho preferito non usare questo termine per evitare ogni ambiguità e per rimarcare la differenza tra pratiche razziste e i pregiudizi etnici o religiosi d’età medievale, che pur gravi e discriminatori spesso permettevano di mantenere una zona grigia di ambivalenza. Ciò era valido in particolare per le persone dall’epidermide nera, la cui inclusione o esclusione era basate innanzitutto su considerazioni religiose e non su nozioni biologiche di «razza» come quelle elaborate in età moderna. In altri termini, nonostante la presenza di gravi stereotipi etnografici talvolta molto diffusi, non erano ancora presenti teorizzazioni che proclamassero un supposto suprematismo bianco solo su base razziale.
In questo contesto, le persone di pelle scura che vivevano o provenivano dall’Africa subsahariana continuarono a essere definite per tutto il medioevo in modo molto generico come etiopi (Αἰϑίοπeς in greco, Aethiopes in latino), secondo una tradizione etnografica e geografica già presente in Omero ed Erodoto, che legava l’aspetto fisico delle persone alle fasce climatiche della terra nella quale vivevano. A partire da questa tradizione gli etiopi erano letteralmente «quelli col viso bruciato»: il loro nome deriva infatti dal verbo greco «aitho» (αἴϑω), che significa «bruciare», e dal sostantivo «ops» (ὄψ/ὤψ), che significa «aspetto» o, in modo più specifico, «viso».
Nella medesima tradizione geografica ed etnografica antica il territorio in cui vivevano, l’Etiopia (in greco Αἰϑιοπία, in latino Aethiopia), rimaneva avvolta nel mistero. Si sapeva che era una vasta regione a sud dell’Egitto, che era una terra ai confini del mondo, in prossimità del sole, dove accanto agli etiopi, rappresentati da Erodoto come un popolo di straordinaria bellezza e longevità, vivevano esseri fantastici e mostruosi. Confusa spesso con la Nubia, in alcuni casi l’Etiopia poteva includere l’intero corno d’Africa e, talvolta, anche l’Arabia meridionale e l’India.
Questa tradizione si venne incontrando nell’antichità con un’etnografia di origine biblica che, a partire dall’episodio del diluvio universale, rappresentava l’intera umanità come discendente da un unico capostipite, Noè, e dai suoi tre figli, Sem, Cam e Iafet. Si trattava di una rappresentazione problematica perché da un lato postulava la fratellanza non solo biologica ma anche genealogica di tutti i popoli, dall’altro introduceva un elemento di distinzione e conflittualità. Sulla discendenza dei figli di Cam gravava infatti la maledizione di Noè, sorpreso da Cam mentre era ubriaco e nudo. Tra i figli di Cam su cui pesava questa maledizione ce n’era uno che nella versione ebraica della Bibbia era definito col nome di Cush/Kush o Cus.
Il termine Cush fu reso come Etiopia nella Septuaginta o Versione dei Settanta, la traduzione greca della Bibbia che fu alla base delle sue successive versioni in latino. Essa fu avviata ad Alessandria d’Egitto nel III secolo a. C. su richiesta del re Tolomeo II Filadelfo, un «faraone» di lingua greca, figlio di uno dei generali di Alessandro Magno. Fu dunque nell’Egitto ellenistico d’età tolemaica che la tradizione etnografica greca sugli etiopi si incontrò e sovrappose con quella biblica, la quale oltre all’immagine negativa di Cush/Etiopia legata alla maledizione di Noè ne trasmise anche una positiva, edenica. Cush/Etiopia infatti è ricordata proprio in apertura della Bibbia, nel libro della Genesi, come una regione lambita dal Ghicon, uno dei quattro fiumi che fuoriescono dal Paradiso Terrestre e che spesso è stato identificato col Nilo
[...].
La storia ambivalente degli etiopi è stata trasmessa all’alto Medioevo tramite la mediazione dei padri della chiesa, quando gradualmente il colore della pelle nera venne interpretato anche da un punto di vista morale e religioso a partire da un nuovo significato simbolico del colore nero, visto come rappresentazione visiva del peccato. Neri erano gli etiopi, nero era il peccato, neri o scuri spesso si riteneva fossero i contadini o chi apparteneva ai ceti sociali più disagiati, nero - oltre che blu scuro o rosso - era anche il diavolo.A questa percezione negativa degli etiopi e delle persone di pelle nera dalla fine del secolo XI si affiancò gradualmente, come vedremo nel quarto capitolo, una loro nuova rappresentazione positiva, funzionale a enfatizzare la dimensione universale del potere imperiale. Ciò avvenne quando incominciarono a uscire da un mondo puramente immaginario e divennero persone reali, che potevano essere incontrate sui campi di battaglia delle crociate, nei porti e nei mercati mediterranei, nei regni cristiani ispanici che si erano espansi a danno del califfato di Cordova o in Italia meridionale e in Sicilia, conquistate dai normanni e governate successivamente da Enrico VI e Federico II, re della dinastia sveva degli Hohenstaufen. Ma etiopi «reali» potevano essere incontrati anche nei luoghi di culto e nei monasteri di Gerusalemme perché dal IV secolo un regno di Etiopia, sia pure con varie denominazioni, a sud dell’Egitto esisteva veramente. I suoi sovrani e la sua popolazione si convertirono al cristianesimo quando molte regioni d’Europa erano ancora pagane, motivo per cui la loro percezione nell’Europa medievale fu sempre diversa da quella dei «saraceni» mussulmani.
Di questo regno cristiano d’Etiopia, poco o nulla si sapeva in Europa, anche se dalla metà del XII secolo incominciò a diffondersi l’idea che in terre lontane – l’India? l’Etiopia? – vivesse un re cristiano discendente dai re Magi, il prete Gianni, che avrebbe potuto venire in soccorso dei crociati. Poco o nulla si sapeva di quest’Etiopia anche quando Federico II giunse vicino a Magdeburgo con un esercito e un corteo nel quale c’erano degli etiopi, facendo arrivare così fisicamente e non solo idealmente l’Africa in Sassonia. Fra di loro c’era forse anche colui che fece da modello per la nuova, sorprendente statua di san Maurizio, ritratto per la prima volta realisticamente come un africano subsahariano, un «etiope dalla pelle nera», scura come quella spesso attribuita al demonio e ai peccatori. Era un santo nero posto a protezione del sepolcro di un imperatore romanogermanico, un santo nero per bianchi, di cui cercheremo di cogliere il messaggio.
Il santo, l'etiope e il diavolo. Avere la pelle nera nel Medioevo di Giuseppe Albertoni, Il Mulino, 2026, pp. 248




