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In libreria

Falla un'altra volta. Ritradurre la letteratura per ragazzi e ragazze

a cura di Antonio Bibbò e Francesca Lorandini

3 luglio 2026
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Che cosa succede quando un libro per l’infanzia viene tradotto di nuovo? E che legame c’è tra i ricordi delle letture passate e ciò che scegliamo di leggere oggi?
Ritradurre significa ripensare le immagini, i significati e i valori che un testo porta con sé, e decidere che cosa vogliamo trasmettere alle nuove generazioni. Attraverso favole, romanzi, fumetti e libri illustrati, i saggi raccolti in questo volume mostrano come ogni traduzione proponga un modo diverso di vedere l’infanzia e il lettore, e di riflettere sul rapporto tra lingua, società e memoria. La ritraduzione della letteratura per ragazzi e ragazze è un laboratorio in continua evoluzione, in cui le storie cambiano voce e si adattano a nuove sensibilità linguistiche e culturali, dove si intrecciano idee, memorie e visioni che non riguardano solo l’infanzia, ma l’immaginario collettivo e il nostro modo di leggere e abitare il mondo.

Antonio Bibbò è professore del Dipartimento di Lettere e filosofia dell'Università di Trento
Francesca Lorandini è professoressa del Dipartimento di Studi linguistici e culturali dell'Università di Modena e Reggio Emilia

Dal capitolo A sbagliare le storie. Considerazioni sulle ritraduzioni per ragazze e ragazzi (pag. 300-306)

Frecce nere
In un racconto di Michele Mari, un bambino riceve un regalo inaspettato dal padre e con sorpresa e spavento si rende conto che si tratta dello stesso libro che ha letto qualche giorno prima, scegliendolo quasi per caso dalla biblioteca dei nonni. Per non deludere il padre il bambino contempla perfino la possibilità di mentirgli e dirgli di non aver mai letto il libro. Dopo qualche riga di genuino terrore, la salvezza prende le fattezze di un colophon, o meglio di due. I libri, infatti, non sono uguali, sono due edizioni diverse di La freccia nera di Robert Louis Stevenson. Il bambino si industria perciò per confrontarli, e così regala al lettore una sorprendente lezione di close reading e di analisi delle traduzioni. Con un piglio alla Poe, il narratore ci fa piombare nel terrore, il terrore della menzogna e della rilettura forzata dello stesso libro, ma poi ci libera facendoci intravedere uno spiraglio di luce. Quella che presenta Mari, non è una vertigine borgesiana nella quale l’uguale non esiste e ogni riscrittura del Chisciotte sarà diversa dalle precedenti pur presentando le stesse parole, ma un mondo infantile in cui l’uguale c’è ed è spaventoso, non da ultimo perché rischia di pregiudicare il rapporto col padre. Per fortuna, però, non si tratta dello stesso libro; la differenza è tale che il bambino sfrutta le sue precoci abilità ermeneutiche per figurarsi perfino i due ritratti antitetici dei traduttori («pallida e gentile» lei, «vigoroso e sanguigno» lui, Mari 1997/2009, 87), salvo poi cambiare idea all’insorgere di una parola guerresca come «fortezza», scelta dalla traduttrice, invece del «castello» scelto da lui. Alla fine di questa comparazione, comunque, il secondo libro può essere letto come se fosse un libro nuovo:

Ma io sapevo che lo scopo di quel confronto era di stabilire non la
superiorità del libro nuovo sul vecchio (adesso che la prima frase era finita
potevo semmai affermare il contrario), ma la loro diversità qualunque essa
fosse, la leggibilità del secondo come cosa affatto nuova, appunto, e
originale (Mari 1997/2009, 89).

È curioso, peraltro, che invece il racconto cominci con la confessione, da parte del narratore, di leggere e rileggere sempre gli stessi giornalini a casa dei nonni, «una montagna di giornalini vecchi che ad ogni estate mi ripassavo dal primo all'ultimo» (ivi, 77). È come se la condanna delle traduzioni sia di non poter essere rilette sperando di trovarci qualcosa di nuovo, a differenza degli originali, di non poter essere ripetute, ma solo rifatte. Al punto che il narratore dice proprio così, del secondo libro, che è «originale». Verrebbe da dire, forzando un po’ la mano a Mari, che la ritraduzione crea, o ricrea, testi originali. In ogni caso, spinge alla rilettura.
[...]
Negli ultimi anni, i discorsi sulla ritraduzione condividono infatti una tendenza a ridiscutere e a problematizzare la cosiddetta ipotesi sulla ritraduzione e sembrano sempre meno propensi a ricercare i principi generali che regolerebbero il funzionamento alla base delle serie di traduzioni. A partire almeno dagli studi di Siobhan Brownlie, prevale un orientamento a considerare le ritraduzioni come efflorescenza rizomatica (Brownlie 2006, 155) di un testo. Sostituendo in gran parte la ricerca di presunti universali della ritraduzione, lo studio fenomenologico delle serie di traduzioni che si sviluppano a partire da alcuni testi canonici ha acquisito una cruciale importanza in questo campo. I diversi casi di studio ospitati in questo libro presentano dunque un panorama frastagliato, in cui i risultati delle ritraduzioni rispecchiano la diversità di motivazioni, di volta in volta linguistiche, politiche, ideologiche, commerciali, mentre il rapporto tra i testi di partenza e quelli tradotti è nella maggior parte dei casi arduo da leggere alla luce di categorie rigide come quelle di vicinanza o lontananza dall’originale, essenziale nell’ottica dell’ipotesi sulla ritraduzione. Un elemento che traspare è anche quanto queste categorie di vicinanza o lontananza richiedano esse stesse di essere storicizzate: ciò che è addomesticante in certi contesti storici può non risultarlo in altri. E ancora: una traduzione che intervenga sulla rappresentazione dei ruoli di genere è addomesticante o straniante?
La domanda è probabilmente fuori fuoco e forse in certi casi si tratta semplicemente di appurare che ci sono traduzioni che dicono altro, che si muovono in una direzione ostinata e contraria rispetto ai testi da cui traggono spunto. Ciò che preme sottolineare è senz’altro che  in luogo di una visione bidimensionale in cui i poli opposti di addomesticamento o straniamento occupano posizioni distinte e in contrasto, sembra più produttivo adottare un punto di vista complesso che prenda in analisi caratteristiche diverse, che tenga conto della inevitabile polifonia del testo e della sua molteplice ricezione, di come le traduzioni intacchino il sistema letterario. I saggi qui raccolti non propongono perciò soluzioni o linee guida, né universali.
 [...]
Nella compresenza delle ritraduzioni prende forma un sistema letterario plurale e polifonico, con le ritraduzioni che si influenzerebbero le une con le altre. La collaborazione a distanza di traduttori e ritraduttori, però, è una collaborazione che fa pensare non tanto all’armonia, ma più al coro scaglionato con cui si cantava Fra Martino Campanaro: tutti presi a cantare la stessa canzone, ma con toni e accenti diversi, e in tempi diversi, eppure ne risultava una strana e ipnotica musicalità. Al tempostesso, questo prisma nel quale si aggiungono nuove facce e riflessi a ogni gesto traduttivo suggerisce senz’altro una visione idealizzata del sistema letterario, una nozione pacifista e corale delle ritraduzioni. A questa visione si può accompagnare, perfino opporre, il pragmatismo di chi sottolinea come l’ideale di alcuni studi sulla traduzione (specialmente quelli che comparano i testi di partenza con quelli di arrivo)siscontri con la realtà nella quale la lettura delsingolo lettore è spesso unica, non accompagnata dal confronto con il testo di partenza, né dal confronto con altre traduzioni: questa coralità, perciò, è forse più presente come potenzialità, più a livello di sistema che a livello individuale nei singoli, localizzati atti di lettura. Sono pochi i lettori pazienti (e attenti) come il bambino protagonista del racconto di Mari, e anche questi potrebbero legittimamente sentirsi spiazzati da un numero di ritraduzioni difficile da maneggiare. Uno dei fenomeni tipici di questo primo quarto di ventunesimo secolo è infatti proprio la frequenza delle ritraduzioni degli stessi testi (si pensi al Piccolo principe, per fare un esempio eclatante), in un processo che ha per certi versi rinnegato il patto implicito, quasi l’adagio,secondo il quale ogni generazione ritraduce i suoi classici.

Sbaglia un’altra volta
Lo studio delle ritraduzioni della letteratura per ragazzi porta in primo piano molti dei problemi relativi alla ritraduzione in senso lato (motivazioni, processi, modalità, ricezione) e a questi aggiunge lo statuto tutto particolare della variegata famiglia di testi alla quale si fa riferimento con questa etichetta. Quella che in inglese è Children’s Literature, e che in italiano è per lo più letteratura per ragazzi e ragazze o per l’infanzia, è infatti una categoria letteraria molto ampia e sfaccettata e soprattutto definita in base al pubblico al quale si rivolge. Si tratta di un genere molto riconoscibile eppursfuggente, nelle forme (dalla prosa alla poesia, passando per i libri illustrati e i fumetti) quanto negli aspetti più legati al contenuto e al pubblico di destinazione.
Diversi dei contributi qui raccolti si confrontano con questo statuto instabile e ne valutano la pregnanza nei contesti da loro esplorati. La letteratura per l’infanzia o per ragazzi e ragazze, come quella per young adult, risultano complesse da definire anche per questo motivo, perché uno degli elementi cruciali della definizione è un bersaglio mobile.
[...]
Il lavoro critico sui destinatari è, come si diceva, cruciale nello studio delle ritraduzioni e nel ruolo che hanno nella formazione del canone, nell'immagine di società che i testi cardine di un sistema letterario in diversi modi suggeriscono. E in questo senso diventa un elemento centrale anche l’estrema variabilità dei testi per ragazzi, caratterizzati da frequenti e facili cambi di statuto, ma anche da un potere quasi magico che ha certo a che vedere con la loro origine popolare e folklorica, e legata ai rituali sociali che in gran parte li hanno originati. Jack Zipes sottolinea come le storie per l'infanzia e per l'adolescenza detengano un potere, il potere dei rituali e della magia, e come possano essere usate per «ottenere potere» (2023, XII, trad. mia). Questo aspetto, che potremmo definire funzionale, li rende perciò testi in continuo dialogo con la società che rappresentano e che provano a indirizzare. Anche per questo, forse, siamo più pronti ad accettarne riscritture e adattamenti, a non lasciarli ammuffire, per usare la stessa immagine con cui Zipes apre un suo libro recente (2023, XI). Zipes è in questo molto radicale, e promuove una traduzione che attualizzi e renda contemporanee le storie, che lavori sui loro temi profondi e le riscriva con attenzione alla società che le riceve. Il pensiero va ad adattamenti coraggiosi e straordinari come, per fare un solo esempio a noi prossimo, il Pinocchio cinematografico di Guillermo del Toro (2022), il cui titolo originale è non a caso Guillermo del Toro’s Pinocchio, ambientato all’epoca della guerra civile spagnola. Non è perciò un caso che, parlando di ritraduzione per ragazzi, si finisca spesso per parlare di adattamenti, riscritture o, come si ricordava prima, di triduzioni. Questi cambiamenti sono radicati nella nostra profonda familiarità con le storie che abbiamo sentito nell'infanzia e nell'adolescenza. È proprio riferendosi a questa familiarità che Gianni Rodari introduce, nella sua Grammatica della fantasia (1973/2013), il vecchio gioco di «sbagliare le storie», grazie al quale i bambini, che di norma «quanto a storie, sono abbastanza a lungo conservatori» (Rodari 1973/2013, 70) possono impossessarsi delle storie stesse:

A un certo punto – forse quando Cappuccetto Rosso non ha più molto da
dire loro, quando sono pronti a separarsene come da un vecchio giocattolo
esaurito dal consumo – accettano che dalla storia nasca la parodia, […]
anche perché il nuovo punto di vista rinnova l’interesse alla storia stessa, la
fa rivivere su un altro binario. I bambini non giocano più tanto con
Cappuccetto Rosso, quanto con se stessi: si sfidano ad affrontare la libertà
senza paura, ad assumersi rischiose responsabilità. Bisogna allora essere
preparati a un sano eccesso di aggressività, a saltismisurati nell’assurdo (ivi,
70-71).

Libro pubblicato in open access con licenza CC BY SA 4.0 e scaricabile dall'archivio dell'Università di Torino