Il volume presenta i risultati della più ampia ricerca finora svolta sul lavoro ecosociale in Italia. Di fronte a un dibattito crescente ma largamente normativo e ancora debole sul versante empirico, l’indagine condotta focalizza processi e condizioni per lo sviluppo di pratiche di lavoro ecosociale trasformative, capaci di connettere questioni sociali ed ecologiche. Il volume discute come un approccio ecosociale possa radicarsi in pratica e quali siano le implicazioni identitarie e operative per i professionisti coinvolti nei vari contesti e in relazione ai diversi livelli di intervento. Il testo esplora le visioni ecosociali che entrano nel lavoro sociale, i processi di acquisizione di conoscenze e competenze, il coinvolgimento comunitario nonché le condizioni organizzative e i presupposti nelle politiche che possono favorire o meno lo sviluppo e il consolidamento di pratiche ecosociali trasformative. Emerge da questo lavoro di ricerca un contributo originale al dibattito sia nazionale che internazionale, che offre nuovi elementi di conoscenza e spunti per un’analisi critica della ridefinizione del campo del lavoro sociale e del ruolo che esso può svolgere nella promozione di un welfare locale sostenibile.
Urban Nothdurfter è professore della Facoltà di Scienze della formazione della Libera Università di Bolzano
Luca Fazzi è professore presso il Dipartimento di Sociologia e ricerca sociale dell'Università di Trento.
Da pag 206-208
Il lavoro ecosociale assume diverse varianti: alcune più incasellabili nei repertori del lavoro sociale tradizionale e altre più aperte al cambiamento. Nonostante la precarietà di molte iniziative e la difficoltà a trasformare in pratiche stabilizzate e istituzionalizzate, i terreni di sperimentazione del lavoro ecosociale costituiscono, almeno in parte, dei laboratori sul campo per lo sviluppo di nuove competenze e saperi professionali. Nell’ambito dei contesti più istituzionalizzati, le professionalità si estendono, ma restano ancora legate ai repertori classici del lavoro sociale, come il lavoro di comunità o l’azione partecipativa. Più si va ai margini dei campi istituzionali, più si entra invece su terreni strutturalmente caratterizzati da quello che Coliva e colleghi [2017] definiscono pluralismo epistemico. Il pluralismo epistemico si manifesta nella forte richiesta di multidisciplinarità e spinge i lavoratori sociali a confrontarsi e ad acquisire competenze radicate in vari ambiti di conoscenza professionale.
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Negli ultimi decenni, il processo di professionalizzazione del lavoro sociale si è dovuto rapportare ovunque con pressioni crescenti verso la standardizzazione e la formalizzazione tanto che alcuni autori hanno esplicitamente richiesto già da tempo di fare un passo indietro per tornare a un modello più deprofessionalizzato ma più consono a esprimere i tratti connotativi della professione [Dominelli, 1996]. Il giudizio su tutto ciò che dall’’esterno’ influenza la rappresentazione professionale del lavoro sociale è con questi antefatti comprensibilmente negativo. Il rischio di adottare questo approccio analitico e interpretativo verso i processi di ibridazione ecosociali è tuttavia di replicare all’inverso la messa in silenzio dei testimoni nei processi di ibridazione forzata che irretiscono la natura e i valori del lavoro sociale.
Esplorando il concetto di giustizia epistemica, Cootes e colleghi [2022] parlano espressamente di dismiss testimonies e di testimonial injustice per riferirsi all’ignorare (o al discreditare) certe forme di expertise e competenza professionale che non rientrano nei parametri imposti dalla visione istituzionale dominante. Anche per le forme di professionalità e le identità professionali, alle volte contraddittorie e magmatiche, che prendono forma in alcuni setting periferici del lavoro ecosociale, il pericolo è quello di non dare ad esse valore per il semplice motivo che esse sono percepite come ‘disturbanti’ le immagini consolidate del lavoro sociale che costituiscono gli argini difensivi della professione rispetto agli attacchi persistenti del mondo esterno.
In realtà, ciò che prende forma anche nei contesti più sperimentali del lavoro ecosociale, non è qualcosa che mette a rischio l’’integrità professionale’, ma si configura in larga parte come un processo pragmatico e dialettico di ridefinizione dei quadri di riferimento istituzionali che influenzano l’agire professionale, il vocabolario usato per motivare le azioni e il senso del sé in modo ampiamente coerente con lo spirito del lavoro sociale. Nonostante la precarietà e l’incertezza che caratterizza le iniziative periferiche per quanto concerne i finanziamenti e il riconoscimento istituzionale, il valore del lavoro ecosociale sperimentato al loro interno non è da sottovalutare. A fianco di inevitabili processi di precarizzazione, anche identitaria, si affiancano dinamiche di apprendimento di nuove competenze e conoscenze che possono rivelarsi estremamente importanti per qualificare il lavoro sociale in una fase storica di crisi delle politiche di welfare.
Se in prospettiva il perimetro del welfare sociale è destinato a restringersi e a creare fasce grigie sempre più ampie di persone e gruppi sociali svantaggiati, infatti, il mandato professionale del lavoro sociale non può che restare quello di agire per contrastare l’esclusione e l’ingiustizia. La lunga stagione del welfare istituzionalizzato, che ha garantito il riconoscimento e la professionalizzazione del lavoro sociale ha spesso portato a disimparare a lavorare con un orientamento trasformativo e critico in chiave interdisciplinare relegando le poche forme di resistenza principalmente sul piano della discrezionalità individuale ‘nascosta’ tra le pieghe dei sistemi organizzativi [Pavani et al. 2025]. Il terreno del lavoro eco sociale, anche nelle sue ambiguità identitarie, rappresenta da questo punto di vista una sfida centrale per quanto riguarda la formazione e l’orientamento della professione.
Il lavoro ecosociale in Italia. Sfide aperte e occasioni di cambiamento, a cura di Urban Nothdurfter e Luca Fazzi, Il Mulino, 2026, pp. 240




