Di fronte a un mondo attraversato da conflitti, minacce e ritorni di logiche che sembravano appartenere al passato e dove lo scacchiere internazionale sembra diventare un enorme Monopoli, dove vince chi ha più risorse e compra più “caselle” oppure un Risiko dove chi gioca ha il solo obiettivo di conquistare più territori, la politica internazionale appare sempre più difficile da decifrare. È in questo scenario che si inserisce la riflessione di Stefano Palestini, docente di Scienza politica alla Scuola di Studi internazionali dell’Università di Trento. Con lui proviamo a leggere alcuni dei dossier più delicati dell’attualità – dalla Groenlandia all’Ucraina, dalla Cina al Venezuela, da dove arriva proprio in queste ore la notizia della liberazione di Alberto Trentini, il cooperante umanitario italiano detenuto da oltre 420 giorni senza accuse formali a suo carico.
Il punto di partenza è una domanda che non sembrava più possibile oggi: è davvero possibile “comprare” un territorio come la Groenlandia, come fecero gli Stati Uniti nell’Ottocento con altre aree del continente americano? Può esistere una base giuridica internazionale per una proposta di questo tipo? Da questo punto di vista, spiega Palestini, l’ipotesi è tutt’altro che semplice. «Un trasferimento di sovranità sarebbe possibile solo a una condizione imprescindibile: il consenso di tutte le parti coinvolte. Questo significa non solo l’accordo tra Stati, ma anche un chiaro pronunciamento delle popolazioni interessate». Nel caso della Groenlandia, i segnali vanno nella direzione opposta. «Diversi sondaggi – illustra il docente – mostrano che la maggioranza degli abitanti non ha alcun interesse a entrare a far parte degli Stati Uniti, e anche la Danimarca, di cui l’isola fa parte, difficilmente accetterebbe una simile soluzione».
L’idea che la politica internazionale possa funzionare come una partita a Monopoli è suggestiva. Ma Palestini invita a maneggiarla con cautela. «Questa visione – chiarisce – riflette piuttosto il modo di pensare di leader come Donald Trump, abituati a ragionare in termini aziendali, fusioni e acquisizioni. Ma le relazioni internazionali non sono il mercato. Qui entrano in gioco diverse norme, quelle codificate nel diritto internazionale, ma anche quelle informali, equilibri politici e soprattutto il consenso tra attori con interessi diversi. Quando questo manca, e si tenta di imporre la propria volontà con la forza o la minaccia, si entra in un terreno ben noto alla storia: quello dell’imperialismo».
È proprio questo, secondo Palestini, il concetto chiave per descrivere l’attuale fase globale. «Russia, Cina, e oggi anche gli Stati Uniti, mostrano comportamenti che si fondano sulla coercizione, la minaccia e sull’uso esplicito della forza». Un ragionamento che trova conferma nelle recenti affermazioni di Stephen Miller, vicecapo di gabinetto di Trump che ha detto in un’intervista alla Cnn che «il mondo è governato dalla forza e dal potere». Il caso del Venezuela è emblematico. «L’azione statunitense contro il regime di Nicolás Maduro – evidenzia il professore– pur rivolta contro un governo autoritario e responsabile di gravi violazioni dei diritti, rappresenta comunque una violazione delle norme fondamentali del diritto internazionale». Queste scelte, sul piano internazionale, rischiano di minare la credibilità degli Stati Uniti e dell’Occidente nel condannare azioni analoghe compiute da Russia o Cina? «Se anche Washington adotta comportamenti imperialisti – risponde Stefano Palestini – diventa più difficile rivendicare un’autorità morale nella difesa del diritto internazionale. Lo stesso vale per l’Europa, chiamata a prendere posizione in modo chiaro se non vuole apparire prigioniera di una logica dei “due pesi e due misure”».
Questo contesto può offrire nuovi argomenti a potenze come la Cina nei confronti di Taiwan, anche se lo studioso invita a non semplificare: «Pechino e Mosca ragionano su orizzonti di lungo periodo, tipici dei regimi autoritari e con un lungo passato imperiale, mentre le democrazie devono fare i conti con cicli elettorali brevi e con un maggiore pluralismo politico. Ogni potenza valuta costi e benefici delle proprie azioni con estrema cautela e a seconda delle caratteristiche del proprio regime e cultura politica. Nel caso dei Sati Uniti non è detto che la maggioranza dei cittadini Americani condividono la visione imperialista di Miller. Anche all’interno del movimento Maga ci sono posizioni diverse, che il Presidente Trump deve tenere conto pensando nelle prossime elezioni». Andando indietro con la memoria, neanche tanto a dire il vero, vengono in mente casi in cui si è cercato di ristabilire o esportare l’ordine democratico con la violenza e l'occupazione in paesi terzi, vedi l'Afghanistan, l’Iraq o la Libia. Operazioni che nel tempo si sono dimostrate fallimentari e in cui il diritto di autodeterminazione di un popolo è stato calpestato. «Qualcosa di simile accade oggi in Venezuela – aggiunge Palestini che riflette ancora – quando ci sono questi interventi esterni, militari, senza una piattaforma politica che coinvolga attori interni, come la leader Maria Corina Machado, non ne deriva in un processo di democratizzazione. C'è un cambio di presidente, non un cambio di regime».
Di fronte a questo scenario, viene spontaneo chiedersi se il diritto internazionale sia ormai svuotato di significato. Palestini respinge una lettura troppo pessimista. «È vero che le grandi potenze violano spesso le regole, ma la maggioranza degli Stati continua a riconoscere la centralità della Carta delle Nazioni Unite. Soprattutto per i Paesi piccoli e medi, il diritto internazionale resta uno strumento essenziale di tutela. La grande maggioranza degli stati sanno che l’alternativa, cioè un mondo diviso in sfere di influenza dominate dalla legge del più forte, sarebbe assai più instabile e pericolosa».
La vera sfida, allora, non è abbandonare le norme internazionali, ma rafforzarle attraverso nuove coalizioni. «L’alleanza tradizionale tra Stati Uniti ed Europa appare sempre più fragile, soprattutto con il ritorno di Trump alla Casa Bianca. Questo – riflette ancora il professore –costringe l’Unione europea a interrogarsi sul proprio ruolo e a trovare dei partner ovunque ci sia un interesse per difendere le norme fondamentali di coesistenza pacifica, dall’America latina all’Africa, fino ad attori come India e Brasile».




